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i conti non tornano

L’Ue ricorda alla Meloni che il debito pubblico è una vera emergenza

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La procedura d'infrazione aperta dell'Ue sul disavanzo italiano e i dati Istat sulla produzione dovrebbero indurre il governo ad una maggiore responsabilità nel parlare chiaro visto che le prossime finanziarie non potranno che essere “lacrime e sangue”.

Politica 21_06_2024

Mentre maggioranza e opposizioni litigano aspramente su premierato e autonomia differenziata, un’altra tegola è caduta sulla testa del Presidente del consiglio: quella dell’esplosione del debito pubblico. Non si tratta di dati diffusi ad arte da centri di potere antigovernativo, bensì di informazioni fornite da Banca d’Italia e Istat. E - come se non bastasse - due giorni fa la Commissione europea, dimostrando di averle lette, ha deciso di aprire una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (e di altri sei paesi europei) per disavanzo eccessivo, dato che è stata ampiamente sforata la soglia del 3% del deficit/pil.

A causa dell'onda lunga del Superbonus, il disavanzo italiano nel 2023 ha infatti raggiunto il 7,4% del Pil. Per Roma l’Ue ha chiesto ogni anno un aggiustamento strutturale dello 0,5% del Pil su 7 anni, pari ad almeno 10 miliardi l'anno. Nella campagna elettorale appena conclusa tutti i leader politici hanno fatto promesse sfavillanti agli elettori, anche Giorgia Meloni.

In ambito socio-economico sarà dura per il premier mantenerle, visto che la congiuntura internazionale inizia ad essere sfavorevole e i venti di guerra che continuano a soffiare sia sul fronte russo-ucraino che su quello mediorientale producono riflessi rilevanti sulle economie europee, incidendo sui prezzi delle materie prime e sulla stabilità dei mercati.

Peraltro il nuovo patto di stabilità Ue impone al nostro Paese di rispettare una serie di parametri, e la procedura d’infrazione aperta nei nostri confronti dalla Commissione di Bruxelles lo conferma. Di qui la necessità di un bagno di sano realismo da parte dei governanti del nostro Paese affinchè dicano in modo chiaro ai cittadini, anche a costo di risultare impopolari, che bisognerà tirare nuovamente la cinghia, soprattutto dopo l’estate.

L’illusione che il fiume di denaro proveniente dall’Europa con i fondi del Pnrr potesse trasformare l’Italia in un eldorado si sta dissolvendo come neve al sole, anche perché, come detto, al di là della prevedibile narrazione ufficiale filogovernativa, i dati della nostra economia sono tutt’altro che rosei e rassicuranti. Basta sfogliare le pagine della statistica “Finanza pubblica: fabbisogno e debito”, pubblicata da Banca d’Italia e che contiene i dati di aprile sul debito e il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche e sulle entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato. Si tratta di cifre che fanno riflettere e preoccupano notevolmente. Lo scorso aprile il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato di 11,5 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.905,7 miliardi.

Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, l’intero aumento del debito è dovuto alle amministrazioni centrali, mentre sia quello delle amministrazioni locali sia quello degli Enti di previdenza è rimasto sostanzialmente stabile. La zavorra del debito pubblico è un qualcosa di ormai patologico nel bilancio dello Stato ma rischia di compromettere il futuro delle nuove generazioni e di obbligare il nostro Paese a marciare con il freno a mano tirato nella sua rincorsa verso la ripresa economica.

Negli ultimi mesi uno dei ritornelli della Meloni e dei suoi fedelissimi è stato quello di un boom economico senza precedenti. Alcuni indicatori in effetti indurrebbero all’ottimismo, in particolare sul fronte occupazionale, ma ad una più attenta riflessione sullo stato delle cose ci si accorge che l’economia italiana continua a viaggiare a due velocità: l’industria va malissimo, i servizi invece bene.

A confermare la sofferenza dell’attività industriale è l’Istat, che parla di un calo di un punto percentuale rispetto a marzo e di una tendenza ormai consolidata alla flessione dei livelli di produzione industriale. Peraltro nella comparazione annuale il crollo è ancora più evidente: -2,9% rispetto all’aprile 2023. Il segno negativo è peraltro presente da 15 mesi. L’industria non va bene neanche nella media del periodo febbraio-aprile che registra un calo dell’1,3% rispetto ai tre mesi precedenti.

La discesa della produzione industriale risulta generalizzata e spalmata su tutti i principali comparti. Nel confronto annuo ad andare peggio sono le industrie tessili, abbigliamento, pelli e accessori che segnano una contrazione a doppia cifra (-13,3%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (-9,3%). Il made in Italy, dunque, annaspa, e le associazioni di tutela dei diritti dei consumatori lanciano un grido d’allarme sulle possibili ricadute sulla società italiana, considerata anche l’onda lunga del caro prezzi, che sta avendo effetti negativi sulla spesa e sui consumi delle famiglie. Dalla congiuntura di giugno di Confcommercio emerge proprio questo: l’incertezza frena consumi e investimenti.

Note positive giungono invece dal turismo in senso lato (trasporti, cultura, alloggio e ristorazione), che fa registrare un trend in forte ascesa, nonostante le difficoltà riscontrate dagli operatori nel reclutamento di professionalità all’altezza.

Un quadro come quello descritto dovrebbe indurre il governo ad una maggiore responsabilità nel parlare chiaro agli italiani, almeno ora che non ci sono elezioni imminenti, e nell’illustrare le ragioni per le quali le prossime manovre finanziarie non potranno che essere “lacrime e sangue”.