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Lucrezio e l'illusoria guerra agli dei

Il De rerum natura, poema epico-didascalico di Lucrezio, presenta un eroe che combatte contro tutti gli dei e contro il Cielo minaccioso per sradicare la orribile religio a causa della quale sono state immolate tante vittime umane. Un obiettivo che si perde in un tragico epilogo.

Lucrezio

Abbastanza oscura è la vita di Lucrezio, di cui non si conosce con esattezza né la data di nascita, né tantomeno quella di morte (visse comunque nella prima metà del I secolo a. C.). Poco accreditata è anche la notizia secondo la quale avrebbe scritto nei momenti di lucidità ancora rimasti per la follia e sarebbe morto suicida.

Senz’altro a lui si deve ascrivere il poema epico-didascalico De rerum natura. Strutturato in sei libri, l’opera si può distinguere in tre diadi, incentrate rispettivamente sulla fisica, sulla psicologia e sulla cosmologia epicuree.
L’intento dell’autore, come è chiaro, è quello di trasmettere i fondamenti della filosofia di Epicuro (341 a.C. – 269 a.C.) attraverso la forma poetica, in modo che sia più interessante la lettura del testo anche per coloro che non siano esperti di filosofia e che magari sarebbero, quindi, refrattari a leggere un trattato specialistico.

L’opera può essere a buon diritto considerata un poema epico, poiché presenta un eroe che, solo, ha combattuto contro tutti gli dei, contro il Cielo minaccioso per sradicare la orribile religio a causa della quale sono state immolate tante vittime umane.
L’esempio più famoso è quello di Ifigenia: «In questo modo in Aulide i capi scelti dei Danai, fior fiore degli eroi, macchiarono orribilmente l’altare della vergine Trivia con il sangue di Ifigenia. E non appena a costei la benda posta intorno alle chiome verginali scese da una parte e dall’altra delle guance allo stesso modo e non appena si accorse che il padre triste stava davanti agli altari e che presso costui i sacerdoti nascondevano la spada e che i cittadini alla sua vista piangevano, muta per la paura caduta sulle ginocchia cercava la terra».

Pur essendo la primogenita di Agamennone, giovane in età da marito, Ifigenia venne condotta agli altari e sacrificata per permettere «una partenza fortunata e favorevole alla flotta. A così grandi mali la superstizione poté indurre». Gli Achei possono così partire per la guerra di Troia nella convinzione di essersi propiziati il favore di quegli dei antichi, che non conoscono la misericordia e il perdono (come abbiamo visto nell’episodio di Orfeo ed Euridice) e che, anzi, sono assetati di sangue, capricciosi e vanitosi, desiderosi di essere comprati dall’uomo a prezzi inenarrabili.

Questa è la religione antica che Lucrezio conosce e denuncia con il nome di religio. Il termine ha un’accezione negativa e denuncia la falsa credenza dell’uomo di creare legami (in latino religare) con gli dei. Gli dei, infatti, sono negli intermundia, lontani dalla Terra.
La morte dissolve il corpo negli atomi che lo costituiscono che, poi, ritornano a far parte del sistema natura. In pratica, nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto ritorna a far parte dell’universo.
La persona, invece, dopo la morte non esiste più. Per questo, secondo Lucrezio, l’uomo non ha motivo di temere la morte né l’aldilà, perché gli dei non si preoccupano dei castighi o dei premi degli uomini, che scompaiono con la morte stessa. Quando c’è l’uomo, non c’è la morte, così come quando sopraggiunge la morte scompare l’uomo.

Questa è la tesi che Lucrezio mutua dal filosofo Epicuro, che non riesce certo ad allontanare dalla mente e dal cuore dell’uomo la paura della morte. Un ragionamento, ancor di più se privo di qualsiasi statuto scientifico, ma semplicemente coerente alla logica del sistema filosofico costruito, non può certo scacciare l’ancestrale paura dell’uomo di lasciare per sempre questo mondo e quanto ha di più caro.

L’uomo non sente in sé la paura dei castighi comminati nei «templi acherontei», ma anela all’eternità, ha nel cuore un desiderio di assoluto e di totalità, che Lucrezio sembra scordare. L’uomo è da sempre religiosus.
Per Lucrezio Epicuro ha il merito di aver mostrato falsa l’orribile superstizione antica e di aver ricondotto alla libertà la vita dell’uomo che «vergognosamente stava abbattuta in terra, schiacciata sotto Religione opprimente, che il capo delle regioni del cielo mostrava».
Epicuro, da solo, ha vinto contro gli dei e i fulmini del Cielo, perché ha percorso tutta la distesa dell’universo per svellere, per primo, «le sbarre chiuse delle porte di Natura».

Che cosa ha scoperto Epicuro in questo viaggio titanico? Quale verità ha riportato agli uomini dopo la sua anabasi? La verità che sta oltre l’apparenza è che esiste una legge fisica che giustifica l’esistenza e il movimento di ogni essere vivente o di ogni oggetto inanimato.
Non esiste alcuna relazione tra quanto accade in Terra e il mondo soprannaturale. Per ogni fatto esiste una ragione e l’uomo può arrivare a conoscere le cause di tutto. Così, nella conclusione del De rerum natura Lucrezio spiega le cause della devastante epidemia che ha coinvolto la città di Atene attribuendola a cause fisiche ben precise.

A distanza di duemila anni ci fa sorridere la sicurezza con cui Epicuro rintraccia le cause certe dell’epidemia (in realtà erronee). Sorprende anche la tracotanza con cui Lucrezio afferma che, dopo la vittoria di Epicuro contro la religio, l’uomo è reso pari agli dei.
Sul piedistallo, al posto degli dei, sta ora l’uomo con le sue certezze e le sue verità raggiunte. Epicuro e Lucrezio hanno anticipato l’atteggiamento prometeico di un certo Illuminismo francese, del Positivismo, del Neopositivismo e di tutte quelle correnti che si fanno portavoci di una vita migliore possibili grazie agli sforzi dell’umana ragione di affrancarsi dal Mistero.
L’impressione che desta la lettura dell’opera è che l’obiettivo non sia stato raggiunto. Non dominano la serenità e la letizia nel poema. Il senso dell’assurdo e dell’irrazionale sembra alla fine trionfare nelle scene tragiche finali.

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