• IPOCRISIA AL POTERE

L'Onu contro il razzismo tace su quello africano

La morte di Floyd ha indotto 22 alti funzionari delle Nazioni Unite, africani o di origine africana, a scrivere una lettera contro «l’ingiustizia del razzismo». Silenzio invece sul fatto che gli africani contemplano il diritto di discriminare, ragione per cui il loro continente nei secoli è stato devastato dal tribalismo fino al genocidio, mentre lo status di donne e bambini è inferiore a quello degli uomini.

La morte di George Floyd ha indotto 22 alti funzionari delle Nazioni Unite, tutti africani o di origine africana, a scrivere una vibrante lettera di protesta, pubblicata il 14 giugno, contro «l’ingiustizia del razzismo che continua a pervadere gli Stati Uniti e il mondo». «Dobbiamo a George Floyd e a tutte le vittime della discriminazione razziale e della brutalità della polizia di abbattere le istituzioni razziste – si legge nel testo in cui Floyd è descritto come “un mite gigante che lotta disperatamente per la vita” – è nostro dovere parlare per chi non ha voce e pretendere risposte concrete che consentano di lottare contro il razzismo, una piaga globale persistente nei secoli». L’Onu dovrebbe fare di più per rimuovere «l’onta del razzismo sull’umanità – prosegue la lettera – non si dirà mai abbastanza del profondo trauma e delle sofferenze intergenerazionali derivanti dall’ingiustizia razziale perpetrata nei secoli in particolare contro le persone di origine africana. Limitarsi a condannare le espressioni e gli atti di razzismo non è abbastanza. Dobbiamo andare oltre e fare di più».

Il razzismo, nell’uso estensivo del termine che include qualsiasi discriminazione e ingiustizia basate su pregiudizi, fa torto all’umanità e la umilia in tanti dolorosissimi modi. Ma quegli alti funzionari africani sinceramente preoccupati e ansiosi di contribuire a combatterlo anche, come dicono, agendo all’interno delle Nazioni Unite stesse dove loro svolgono ruoli di grande responsabilità, sarebbero credibili e avrebbero dimostrato di essere davvero bene intenzionati se, per una volta, si fossero dissociati dall’atteggiamento da vittime innocenti che gli africani tendono ad assumere riversando sul resto del mondo, in particolare sull’Occidente cristiano, la colpa di ogni problema che li affligge, a partire da quel “primo impatto” con l’Europa nel XV secolo che, secondo generazioni di storici terzomondisti, avrebbe sconvolto la struttura di società tribali egualitarie e inclusive e ne avrebbe stravolto lo sviluppo fino ad allora realizzato in pace e in armonia con la natura.   

Invece di accusare “gli Stati Uniti e il mondo”, come se ogni africano vittima di razzismo fosse colpa loro, avrebbero fornito un contributo davvero utile se avessero ammesso che anche il loro continente e i loro connazionali devono impegnarsi a correggersi, rinnegando le loro istituzioni razziste: gli africani sono tra i più accaniti difensori addirittura del diritto di discriminare, ragione per cui l’Africa nei secoli è stata devastata dal tribalismo e lo è tuttora nello scontro politico spesso spietato ed estremo, fino al genocidio.

L’eredità tribale che ancora influenza gli africani si esprime in ostilità, diffidenza, disprezzo che oppongono famiglie, lignaggi, clan, tribù. L’appartenenza per nascita è definitiva, l’identità individuale e collettiva si completano nella distanza sociale e nell’esclusione. Poiché l’esistenza di diritti universali stenta ad affermarsi e a tradursi in comportamenti, se non in leggi, in Africa i diritti ancora sono in parte determinati dallo status sociale, a sua volta definito da fattori ascritti: il sesso, l’età, oltre che la comunità di nascita. Lo status di donne e bambini è inferiore a quello degli uomini. Ne deriva che la loro vita e la loro volontà sono tenute in minor conto. Per questo sopravvivono, ostinatamente praticate, istituzioni nate per disporre della loro esistenza in funzione del bene collettivo, così come veniva inteso e tutelato nelle società tribali basate su economie di sussistenza: lavoro minorile, matrimoni combinati, matrimoni precoci, prezzo della sposa, mutilazioni genitali femminili... In Africa il razzismo, istituzionalizzato, si esercita in tutte le sue accezioni.

Gli alti funzionari Onu lo sanno: in particolare Adama Dieng, che è consigliere particolare del segretario generale dell’Onu per la prevenzione dei genocidi, Kingsley Mamabolo, capo delle operazioni Onu nel Darfur, dove la conflittualità tribale ha decimato la popolazione, Mankeur Ndiaye, rappresentante speciale del segretario generale Onu per la Repubblica Centrafricana, dove lo scontro etnico-religioso esploso nel 2012 ha rischiato di trasformarsi in pulizia etnica, Leila Zerrougui, capo della Monusco, l’interminabile, e apparentemente inutile, missione Onu di peacekeeping nella Repubblica democratica del Congo, dove i delitti coloniali di cui è accusato re Leopoldo del Belgio impallidiscono al confronto dei massacri e delle violenze attuali; e ancora, Phumzile Mlambo-Ngcuka, direttore esecutivo di UN Donne.

Avrebbero dato miglior prova se avessero esteso ai governi, ai popoli, alle forze di polizia  africani la loro giusta richiesta di «abbattere le istituzioni razziste», la loro pretesa di «risposte concrete contro il razzismo», forse, anche, se avessero indirizzato la lettera, prima che alle Nazioni Unite, all’Unione Africana.

A conferma che per loro il razzismo è un fenomeno che riguarda gli africani solo come vittime di altre “razze”, la lettera accenna  alla fine dell’apartheid come se con essa in Africa ogni discriminazione razziale fosse scomparsa. Ancora più eloquente è il passaggio sulla tratta degli schiavi: «Quasi 500 anni dopo l’inizio della rivoltante tratta atlantica degli schiavi, siamo arrivati a un punto critico…». Tralasciando che la tratta degli schiavi africani è stata possibile perché la schiavitù in Africa era comune, quasi mille anni prima di quella atlantica era iniziata la tratta arabo-islamica. Entrambe sono state interrotte alla fine nel XIX dall’Europa, con un contributo decisivo della Gran Bretagna, ma la schiavitù nel continente non è scomparsa, soprattutto nei paesi vittime della colonizzazione arabo-islamica.