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Londra val bene una mossa

Sede legale in Olanda, sede operativa a Londra. La Fiat fa un ulteriore passo lontano dall'Italia, dove ormai realizza meno del 10% del fatturato. ma la verità è che l'Italia non è un paese attrattivo per gli investimenti industriali.

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Con una scelta da tempo nell’aria la Fiat ha annunciato di aver costituito la nuova società che nasce dalla fusione con la Chrysler ponendo la sede legale in Olanda e la sede operativa, dove pagherà anche le tasse, in Gran Bretagna. Dire che la Fiat abbandona l’Italia è certamente un po’ esagerato, ma questa scelta è comunque un ulteriore passo che dimostra due cose: da una parte che la Fiat è ormai un gruppo multinazionale, dall’altra che l’Italia non è un Paese attrattivo per gli investimenti industriali e internazionali.

La Fiat lo scorso anno ha realizzato infatti in Italia meno del 10% del proprio fatturato consolidato (il 50% in meno di dieci anni fa), pur dando lavoro nella Penisola dove occupa il 29% dei propri dipendenti. I profitti della Fiat  provengono interamente dalla Chrysler che rappresenta ora più del 60% dei ricavi del nuovo gruppo. In Italia peraltro la quota di mercato del gruppo Fiat è scesa sotto il 30% con un calo lo scorso anno di quasi il 10%.

Siamo comunque di fronte ad un ulteriore passo di un cammino che era segnato da tempo. Non bisogna dimenticare che gli ultimi dieci anni, quelli dell’era Marchionne, sono stati caratterizzati da una profonda crisi nel mercato europeo dell’auto, dove si sono praticamente dimezzate le vendite, e quindi dalla necessità per i grandi costruttori di guardare ad altri mercati: e questo ha voluto dire per la Fiat prima il Brasile e poi gli Stati Uniti con l’acquisizione e il rilancio della Chrysler. 

Secondo le ultime indicazioni la Fiat comunque dovrebbe mantenere in Italia una parte significativa della propria produzione. In particolare con il marchio Maserati, nella parte alta della gamma, e con la Panda, prima realizzata in Polonia e ora nello stabilimento di Pomigliano d’Arco completamente rinnovato, dove peraltro c’è stata una dura battaglia sindacale e giudiziaria promossa dalla Fiom.

Alla base della scelta di portare a Londra e Amsterdam le sedi principali della nuova società FCA (Fiat Chrysler Automobiles) ci sono comunque motivazioni di carattere fiscale e gestionale. E non si tratta solo di pagare meno tasse, cosa peraltro a cui ogni società non può che essere sensibile, ma anche di avere un percorso più agevole nella propria gestione finanziaria. Per una multinazionale per esempio è importante non essere penalizzata da possibili raddoppi di imposta per beni e servizi che passano da un paese all’altro. Ebbene l’Olanda ha accordi contro le doppie imposizioni praticamente con tutti i paesi del mondo mentre l’Italia ha una lunga lista nera di Paesi con i quali aver rapporti economici è di per se stessa una presunzione di evasione fiscale.

Siamo di fronte quindi a un passo praticamente obbligato, anche se triste perché vuol dire comunque che in Italia vi saranno meno posti di lavoro, meno occasioni di allargare gli affari, meno gettito fiscale per lo Stato. Ma l’Italia paga almeno vent’anni di politica inconcludente e inefficace. Proprio in questi giorni l’autorevole Centro studi degli artigiani di Mestre ha messo in fila le ragioni del declino industriale italiano, ragioni che non stanno tanto nel costo del lavoro (che infatti è ancora inferiore a quello francese o tedesco) quanto nel costo dell’energia (il doppio rispetto alla Francia), nella tassazione (4 punti in più della media europea), nei costi logistici (esportare un container costa il 14% in più della media europea), nei ritardi della giustizia (per risolvere una causa commerciale ci vogliono in media più di mille giorni, il doppio che nel resto d’Europa), nei ritardi dell’amministrazione (un permesso di costruzione richiede 234 giorni, un allacciamento alla rete elettrica 124 giorni).

Come giudicare allora questa scelta della Fiat? Non certo con la miopia e l’opportunismo politico di chi accusa il governo in carica. Ma riflettendo sul fatto che solo le attività internazionali permettono alla Fiat di mantenere, e speriamo consolidare, una presenza produttiva in Italia. E che solo con un profondo rinnovamento industriale sarà possibile mantenere in Italia opportunità di lavoro.