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Londra, la chiusura del Parlamento è "illegale"

La Corte Suprema giudica illegale la sospensione del Parlamento chiesta dal premier Johnson alla regina Elisabetta II. Si crea un precedente molto pesante: secondo i conservatori è un'ingerenza della magistratura nel potere legislativo. Sarà un caso, ma questo intervento dei giudici supremi facilita la causa dell'Ue contro la Brexit.

Gina Miller, attivista anti-Brexit, vincitrice della causa

Il premier britannico conservatore Boris Johnson non può uscire dall’Ue il 31 ottobre senza un accordo con Bruxelles. Boris Johnson non può indire elezioni anticipate. Boris Johnson non può sospendere il Parlamento. Le prime due affermazioni sono i risultati del voto del Parlamento, nelle prime settimane di settembre, contro le decisioni del governo. La terza è la sentenza della Corte Suprema, spiccata ieri, che giudica illegale la sospensione del Parlamento, per cinque settimane, chiesta dal premier Johnson alla regina Elisabetta II. Non solo si tratta della terza bocciatura filata di un governo che ora è letteralmente paralizzato, ma è anche una sfida storica lanciata dal potere giudiziario contro quello esecutivo e, indirettamente, alla stessa regina. Il tutto è merito, o colpa (a seconda dei punti di vista) della Brexit.

Giudicare illegale un atto del governo, approvato dalla regina, è un fatto praticamente senza precedenti. Per formulare una sentenza del genere senza delegittimare la corona gli 11 giudici supremi britannici hanno concluso che il premier britannico abbia di fatto ingannato la regina. Hanno stabilito che non avesse il diritto “di chiedere a sua Maestà di sospendere il Parlamento”, perché questa richiesta aveva l’effetto di “frustrare o impedire la capacità del Parlamento di condurre le sue funzioni costituzionali, senza alcuna ragionevole giustificazione”, come ha dichiarato la presidente della Corte, la baronessa Brenda Hale. Il motivo di una sospensione del Parlamento così duratura (una pratica che si ripete ogni anno, ma che solitamente è molto più breve) era ufficialmente la durata dell’ultima sessione, la più lunga da quattro secoli. Ma la Corte ha valutato che sia essenziale garantire al Parlamento la possibilità di condurre il suo dibattito. Di fatto, più che di uno scontro di poteri, si è trattato di un duello politico a distanza: se Johnson voleva impedire agli oppositori di mettergli i bastoni fra le ruote sulla Brexit, i giudici supremi hanno garantito agli oppositori di metterglieli. Entrambe le parti negano che la Brexit sia alla base delle loro decisioni. Ma è difficile crederlo.

La causa contro il governo Johnson è stata iniziata da un’attivista anti-Brexit, l’imprenditrice e filantropa Gina Miller. E’ la stessa che nel 2016, aveva già fatto causa contro l’allora governo May per ottenere che l’invocazione dell’articolo 50 (ritiro dall’Ue) fosse possibile solo dietro approvazione del Parlamento. La Miller aveva vinto e aveva creato non pochi problemi all’allora premier. Nelle successive elezioni nazionali e poi in quelle europee, la Miller ha poi finanziato tutti i candidati anti-Brexit. In questo mese è riuscita a sferrare il suo ultimo colpo contro il governo conservatore. I giudici, come nel 2016, le hanno dato ragione. Dunque, si può dire, questa è l’ultima battaglia della guerra di Gina Miller (avanguardia del movimento anti-Brexit) contro il governo conservatore. Essendo nera (è della Guyana), ricca e cosmopolita, la Miller è diventata il volto dei “remainer”, lodata dalla grande stampa, ma disprezzata (e talvolta anche insultata e minacciata) dai populisti che la vedono come il volto dell’élite.

Johnson, da New York, ha dichiarato di rispettare la sentenza. Ma non ha potuto fare a meno di dichiarare: “Sono in molti che, fondamentalmente, vogliono impedire a questo paese di uscire dall’Ue, abbiamo un Parlamento che non può essere sospeso e che non vuole andare al voto”. Una fonte del governo ha dichiarato alla BBC che la sentenza è “un grave errore” perché la Corte “si è occupata di una questione politica”. La Corte Suprema, che deve arbitrare fra decisioni diverse dei tribunali locali, era infatti chiamata a decidere se avesse ragione la Corte di Inghilterra e Galles, secondo la quale la sospensione del Parlamento non è, appunto, materia di giudizio o quella di Scozia che invece l’aveva dichiarata illegale. Oltre a dare ragione alla Scozia, la Corte Suprema ha creato un precedente pesante.

Gli editoriali della stampa più progressista festeggiano la vittoria della legalità contro una mossa potenzialmente anti-democratica del governo. Ma quelli della stampa più conservatrice sostengono che il vero pericolo per la democrazia è adesso posto dalla magistratura. In assenza di una legge che regola la durata e le modalità della sospensione annuale del Parlamento, è stata la Corte a “fare legge”, ritagliando per sé un potere legislativo pur non essendo un organo eletto. Sarà un caso, ma la magistratura si mette a fare un’invasione di campo nel potere legislativo per favorire ancora una volta la causa pro-Ue. E i conservatori non vedono l’ora di capitalizzare tutta questa tensione nelle prossime elezioni, dove avranno buon gioco a dire che è in corso una battaglia delle élite contro la maggioranza del popolo che ha votato la Brexit.