• L'ATTENTATO

Londra, jihadista appena scarcerato torna a colpire

Un uomo entra in un negozio, alle 14 a Streatham High Road, nella zona Sud di Londra, e inizia a menare fendenti contro persone a caso con un lungo coltello. Sarà ucciso dalla polizia poco dopo. Era un radicale islamico di vent'anni, uscito dal carcere da una settimana.

Londra, polizia sulla scena dell'attentato

Un uomo entra in un negozio, alle 14 ora di Greenwich (le 15 in Italia) a Streatham High Road, nella zona Sud di Londra, e inizia a menare fendenti contro persone a caso con un lungo coltello. Ha indosso anche una cintura esplosiva che poi si rivelerà finta. Il negoziante si difende, lui esce e pugnala a sorpresa una passante, alle spalle. La polizia interviene subito e lo fredda con tre colpi di pistola. La vicenda si conclude così, con l’assalitore ucciso, due feriti dalle sue pugnalate (di cui uno grave) e uno colpito dalle schegge di vetro causate dai colpi di pistola degli agenti. L’attacco viene classificato in fretta come “episodio terroristico”. L’assalitore era noto alle autorità britanniche già da anni: si chiamava Sudesh Amman, radicale islamico arrestato nel 2018 mentre preparava un attentato e tornato libero a gennaio, una settimana fa.

Il premier Boris Johnson, il giorno dopo le celebrazioni per la Brexit, deve tornare su un tema spinoso per il Regno Unito: come prevenire il terrorismo islamico interno. Già il 29 novembre, un altro uomo appena scarcerato, Usman Khan, aveva ucciso a pugnalate due passanti e ne aveva feriti altri tre, prima di essere affrontato e fermato da alcuni coraggiosi civili presenti sulla scena dell’attentato e poi ucciso a sua volta dalla polizia. Usman Khan, il 29 novembre, era libero da poco più di un anno. Sudesh Amman, ieri, era libero da appena una settimana. Per oggi, il premier Johnson ha promesso l’annunci di “cambiamenti fondamentali nel sistema, per affrontare il problema di chi è stato arrestato per crimini legati al terrorismo”. Priti Patel, ministro degli Interni, ha aggiunto: “E’ bene che queste persone siano tenute dietro le sbarre e abbiamo bisogno di fermare le loro scarcerazioni premature”.

Sudesh Amman, vent’anni, era stato dichiarato colpevole nel novembre del 2018, con sei capi d’imputazione per possesso di documenti contenenti informazioni terroristiche e sette per diffusione di propaganda terroristica. Era stato condannato a tre anni e quattro mesi di prigione. Il suo arresto risaliva al maggio precedente, quando aveva diffuso messaggi in cui annunciava un attentato imminente. In aprile, aveva fotografato e inviato su una chat di Telegram una foto con un coltello, due fucili ad aria compressa e una bandiera nera jihadista, con la scritta “armato e pronto” datata 3 aprile. Alla sua compagna aveva inviato video con decapitazioni e l’invito a uccidere i suoi parenti miscredenti (“kuffar”). Aveva anche cercato di coinvolgerla nell’inferno jihadista: “Se non puoi costruire una bomba perché parenti, amici o spie stanno sospettando di te e ti stanno sorvegliando, prendi un coltello, fai una molotov, granate stordenti o un’auto la notte e attacca i turisti, i poliziotti e i soldati, oppure le ambasciate occidentali in qualunque Paese tu ti possa trovare nel mondo”. Alexis Boon, capo della sezione anti-terrorismo della polizia metropolitana di Londra ha dichiarato al quotidiano Telegraph che Amman avesse, al momento della condanna: “un forte interesse nella violenza e nel martirio”, “La sua infatuazione per la morte in un atto terroristico era evidente nel contenuto del computer che abbiamo sequestrato in casa sua. Amman aveva scarabocchiato le sue priorità e in cima alla lista, sopra alla vita di famiglia, c’era il martirio e l’ascesa in paradiso”.

Nonostante la pericolosità di questo radicale islamico, dopo aver scontato la metà della sua pena, era già a piede libero, anche se nel programma di sorveglianza speciale dell’anti-terrorismo. Secondo fonti del Telegraph l’aspirante terrorista “Aveva raggiungo il punto automatico di scarcerazione di metà pena, previsto dalla sua sentenza, e non c’era nulla che si potesse fare per tenerlo dietro le sbarre”. Non era possibile condannarlo a pene superiori o fargli scontare tutta la pena perché non aveva ancora commesso azioni violente. Non è previsto il pre-crimine, in nessun codice penale occidentale. La predicazione di odio e la diffusione di propaganda jihadista, non sono crimini tali da giustificare pene carcerarie più lunghe. E nessun Paese vuol prendersi la responsabilità di un campo di detenzione extra-giudiziario quale era Guantanamo per gli Stati Uniti, in cui rinchiudere i sospetti terroristi catturati in tutto il mondo: considerando l’ondata di polemiche internazionali che aveva suscitato, nessun capo di governo vorrebbe replicare l’esperienza. La sorveglianza speciale, dopo la scarcerazione, in questo caso ha funzionato. I poliziotti sono intervenuti molto rapidamente. Tuttavia resta l’inquietudine per una situazione in cui polizia e servizi segreti devono seguire 3mila “soggetti di interesse” e una lista più ristretta (ma sempre ampia) di sorvegliati speciali che possono entrare o rientrare in azione in ogni istante. Due di questi, in meno di due mesi, hanno ucciso o tentato di uccidere. Il sistema deve essere cambiato, oggi il governo britannico ci dirà come.