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L'«Ode alla vita» si fa arte

L'arte come mezzo per spingere le persone a riflettere sulla vita e aprirsi al trascendente. È questa la scommessa dietro alla prima Biennale di Arte Contemporanea Sacra (Bacs), in svolgimento a Mentone. Duecento opere che costituiscono una "Ode alla vita". Parla Liana Marabini, ideatrice e presidente della Biennale.
- "ODE TO LIFE", WHERE BEAUTY MEETS SACRED, by Patricia Gooding-Williams

Christophe Gastaldi, Contemplation 2019

C’è chi si ferma semplicemente incuriosito, chi legge la targhetta con la spiegazione, chi sosta per una preghiera. Di sicuro non lascia indifferenti la Nostra Signora degli Innocenti, una scultura in bronzo a grandezza naturale che raffigura la Madonna nell’atto di raccogliere ai suoi piedi sette bambini che rappresentano le vittime di aborti. Esposta nel giardino davanti al Grand Hotel des Ambassadeurs di Mentone, è l’immagine simbolo della Prima Biennale di Arte Contemporanea Sacra (Bacs) che, inaugurata l’1 ottobre, resterà aperta fino a fine mese, all’interno dello stesso hotel.

Si tratta di circa duecento opere – sul tema “Ode alla Vita” - selezionate da un comitato scientifico di alto profilo, composto da esperti d’arte, sotto la guida dell’ideatrice della Biennale, Liana Marabini. È proprio la Marabini, cineasta e anche presidente dei Mecenati dei Musei Vaticani per il Principato di Monaco e il Sud della Francia, che ha commissionato quest’opera all’artista di origine olandese Daphné du Barry (residente a Monaco e con l’atelier a Pietrasanta). Subito la statua di Nostra Signora degli Innocenti è stata anche motivo di polemiche perché un gruppetto di femministe e Lgbt – più rumorosi che numerosi – ha fatto una manifestazione davanti all’albergo chiedendo anche che il sindaco la facesse rimuovere. Richiesta respinta al mittente in quanto è su suolo privato. In realtà si tratta di un’immagine carica di pietà e di amore alla vita che ben rappresenta anche l’intenzione con cui questa biennale è nata. Un’apertura alla vita che passa attraverso molteplici soggetti e diverse espressioni artistiche, con una carrellata di opere create per l’occasione mescolate a opere di maestri contemporanei – da Salvador Dalì a Marc Chagall – che al tema della vita danno una singolare interpretazione.

Della mostra parliamo proprio con Liana Marabini (nella foto a fianco), che da anni risiede nel principato di Monaco con suo marito Mauro, essa stessa collezionista d’arte, e instancabile artefice di iniziative culturali, dal cinema all’editoria. Ci accoglie nella hall del suo hotel, circondati da alcune delle opere esposte al pubblico.

Signora Marabini, da cosa nasce l’idea di una Biennale di Arte Contemporanea Sacra?
Lo spunto iniziale è stato il desiderio di festeggiare i dieci anni del Festival Internazionale del Cinema Cattolico (“Mirabile Dictu”, anche questo ideato dalla Marabini con l’alto patrocinio del Pontificio Consiglio della Cultura; a fine novembre si svolgerà a Roma appunto la X edizione, ndr). Pensavo a un qualcosa che allargasse la proposta artistica, da qui l’idea di una biennale di arte contemporanea sacra. Certo, in questa prima edizione le arti figurative fanno la parte del leone, anche se lungo il mese stiamo organizzando anche presentazioni di libri e concerti di musica sacra. Ma sto già pensando alla prossima edizione del 2021, che vedo ancora più ricca di presenze di tutte le arti.

Per iniziare ha scelto di dedicare il tema della Biennale a una “Ode alla vita”. Perché?
Nella nostra epoca e nella nostra società viviamo un paradosso. Da una parte la nostra vita è molto più lunga, più sana che in passato; tutti hanno diritti, c’è libertà, una democrazia diffusa: mai abbiamo raggiunto nella storia un momento più alto di civiltà. Ma dall’altra parte l’uomo ora vuole mettersi al posto di Dio, la parola d’ordine della nostra società è diventata “autodeterminazione”. E quando l’uomo si mette al posto di Dio dispensa morte. “Ode alla vita” vuole offrire allora un momento di riflessione, spingere gli uomini a prendere coscienza di quel che sono e aprirsi al trascendente.

Guardando le opere esposte si può rimanere sorpresi, perché parlando di arte sacra ci si aspetta soprattutto soggetti religiosi in senso stretto. Non che questi manchino, ma troviamo in prevalenza altri soggetti: volti, istantanee di vita, scorci particolari. Come si spiega?
Credo che bisogna fare attenzione a non confondere l’arte sacra con l’artigianato religioso. La sacralità non è anzitutto nel soggetto che viene realizzato quanto in ciò che l’opera d’arte trasmette: sentimenti, valori, l’apertura alla trascendenza. È un’arte che fa riflettere, che eleva l’anima. Abbiamo fatto una dura selezione scegliendo artisti e opere da tutto il mondo, attenti proprio a ciò che queste opere trasmettono. In molti casi nelle opere esposte capiamo anche il travaglio interiore di chi le ha prodotte, o addirittura il cammino di conversione che diversi di questi artisti.

Può fare qualche esempio?
Proprio qui all’ingresso siamo accolti da una bellissima tela che raffigura San Michele arcangelo che sconfigge il drago. Ebbene, l’autore, Hugo Bogo, sarà battezzato il prossimo aprile, ha scoperto la fede proprio attraverso la pittura. Non è un caso unico, ho visto tante volte come l’arte possa convertire. Un altro caso è quello di Damien Hirst, uno dei più quotati artisti britannici e qui presente con due lavori. La sua vita è cambiata quando ha visto l’ecografia del suo primo figlio. Ha colto il miracolo di quella vita e lo ha trasformato in opera d’arte. Grazie alla moglie dell’emiro del Qatar ha realizzato “Il viaggio miracoloso”, 14 sculture gigantesche in bronzo che rappresentano un feto nelle diverse fasi della sua crescita all’interno dell’utero e finiscono con un neonato di 14 metri. L’opera è stata installata all’ingresso del prestigioso ospedale Sidra al Rayyan in Qatar. Ma tante altre storie potrebbero essere raccontate.

Non tutte così positive, però. In alcune opere esposte si percepisce anche il dolore, la sofferenza.
Anche questa è parte della vita. Ad esempio abbiamo un’opera che l’artista – per discrezione evito di fare il nome – ha creato subito dopo un gravissimo lutto in famiglia, ed esprime tutto questo dolore.

Un’ultima domanda: lei è una mecenate, ha un ruolo importante nella conservazione dei Musei Vaticani. Oggi di mecenatismo non si parla praticamente più, eppure lei testimonia che è un fenomeno ancora esistente. Ci può dire in cosa consiste?
Sì, esiste, e il mecenate non va confuso con lo sponsor. Il mecenate è colui che dà denaro senza aspettarsi nulla in cambio, è un gesto gratuito che in fondo ripete ciò che la Chiesa è sempre stata nella storia, una grande mecenate. Oggi pensiamo al mecenatismo soltanto parlando di arte, ma in realtà è un concetto molto più ampio, è un dare per aiutare gli altri, senza aspettarsi nulla in cambio. Bisogna stare attenti a definire il denaro lo sterco del diavolo. Certo, puoi usare il denaro per corrompere, per distruggere persone e realtà; ma puoi anche fare molto bene se lo usi nel modo corretto.

E la sua attività per i Musei Vaticani?
Io ho iniziato la mia collaborazione dieci anni fa, aiuto per i progetti di conservazione e restauro della Collezione papale. I Musei Vaticani costituiscono un tesoro ineguagliabile, sono un esempio evidente della grandezza della Chiesa.