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IL PREFETTO DEL DDF

Lo stile Fernández: violentare le citazioni, per minare la fede

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La nomina di Fernández a prefetto del Dicastero della Dottrina della Fede ha impresso un’accelerazione al processo di dissoluzione del cattolicesimo avviato da Francesco. Basta analizzare le caratteristiche dei cinque documenti fin qui da lui emessi.

Ecclesia 13_11_2023

Il valore delle persone emerge quando se ne vanno. Non si tratta di una frase di circostanza da necrologio, ma di quanto abbiamo sotto gli occhi dal giorno delle dimissioni di papa Benedetto XVI ad oggi. Quanto Benedetto abbia fatto realmente da katekon lo comprendiamo ogni giorno di più, non solo riflettendo su quanto capita nel mondo, ma ancor più guardando a quanto avviene nella Chiesa.

Qualcosa di analogo lo si può dire di fronte ai tanti epurati di questo pontificato: basti pensare alla valanga che si è abbattuta sulla liturgia con il pensionamento del cardinale Robert Sarah; per ultimo, solo in senso cronologico, l’ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Ladaria Ferrer, il quale certamente non amava di certo essere autoritario, ma quanto stesse cercando di “trattenere” lo si comprende molto bene dando un’occhiata ai soli cinque mesi di gestione di quello che fu il “suo” Dicastero da parte del cardinale Victor M. Fernández. Non c’è dubbio che la sua nomina abbia impresso un’accelerazione al processo di dissoluzione del cattolicesimo avviato da Francesco. Dal 1° luglio 2023, giorno della nomina di Fernández, sono stati emessi dal Dicastero da lui diretto cinque documenti, di cui tre Responsa. Al di là del contenuto di queste risposte, colpiscono alcune inconsuete caratteristiche.

La prima è la prosecuzione di quanto abbiamo scritto in occasione della risposta del DDF a mons. José Negri: violentare il senso dei testi citati per Fernández non è una svista, ma un metodo. Quando si legge la risposta alle domande del cardinale Dominik Duka si può notare che vengono chiamati in causa sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI per sostenere il fatto che i divorziati-risposati possano ricevere l’assoluzione sacramentale «anche quando non si riesca nel essere fedeli alla continenza proposta dalla Chiesa» (l’evidente errore è nell’originale). Il senso di questa frase nel contesto è purtroppo ovvio: si propone la continenza, ma quando questa risulta troppo difficile da praticare si può passare al “piano B”. Fernández si permette di affermare, senza troppe remore, che questa novità «si basa sul magistero dei precedenti Pontefici», i quali però affermavano esattamente l’opposto, ossia che la continenza è la conditio sine qua non per poter ricevere l’assoluzione.

Nella nota n. 7, il travisamento continua. La perentoria esortazione di papa Francesco di non esigere dai «penitenti un proposito di pentimento senza ombra alcuna» viene accostata a quello di Giovanni Paolo II, secondo il quale «la prevedibilità di una nuova caduta “non pregiudica l’autenticità del proposito”». Si tratta della Lettera al cardinale William Baum, che Fernández ha riproposto anche nella risposta a mons. Negri (e chissà quante altre volte ce la troveremo di mezzo). E in entrambi i casi, come abbiamo già dimostrato nell’articolo del 10 novembre scorso, fa dire a quella frase esattamente il contrario del suo senso. Per Giovanni Paolo II il proposito di non peccare dev’essere «serio», «solido e generoso», e solo quando è tale un’eventuale nuova caduta non chiama in causa l’autenticità del proposito. Per Francesco e Fernández è invece proprio il proposito con le precedenti caratteristiche che non dev’essere richiesto, accontentandosi di un proposito “adombrato”.

Ancora, rispondendo alla settima domanda, viene citata l’enciclica Ecclesia de Eucharistia (n. 37b), laddove si afferma che «il giudizio sullo stato di grazia… spetta soltanto all’interessato, trattandosi di una valutazione di coscienza». Ma Fernández tronca la citazione, omettendo che quando si è di fronte ad «un comportamento esterno gravemente, manifestamente e stabilmente contrario alla norma morale» occorre fare riferimento alla «norma del Codice di Diritto Canonico sulla non ammissione alla comunione eucaristica di quanti “ostinatamente perseverano in peccato grave manifesto”». E si potrebbe continuare con gli esempi.

Perché Fernández utilizza questo metodo? Semplicemente perché è impossibile trovare citazioni del Magistero precedente o dei grandi Dottori a sostegno delle aperture più problematiche di questo pontificato. Basta guardare i testi di riferimento. Prendiamo ancora una volta la risposta al cardinale Duka: diciannove note, di cui tredici riprendono testi di papa Francesco, due un documento della Regione Pastorale di Buenos Aires (alias Fernández), e le altre tre sono i testi travisati di cui sopra. La risposta a mons. Negri è perfino surreale: l’aggancio di questo pronunciamento del Dicastero con il Magistero precedente si limita al rinvio ad una risposta riservata (e sconosciuta) del 2018. Come se la Chiesa cattolica, in duemila anni, non abbia mai offerto dei criteri sulle condizioni per poter ricevere il Battesimo.

Ancora più impressionante il recente motu proprio per i nuovi statuti della Pontificia Accademia di Teologia, dove è indubbia la mano di Tucho. Il Papa in sostanza ribalta la teologia, citando sempre e solo sé stesso. La linea di questo pontificato è sempre più marcatamente divenuta quella di una rifondazione della Chiesa cattolica e l’avvento di Fernández è, in questo senso, semplicemente perfetto. Questa sistematica mancanza di reale continuità con il Magistero perenne è la prova di quanto a Francesco e a Fernández importi poco o nulla di porsi nella continuità della Chiesa universale, nello spazio e nel tempo. Sarà per questo che ormai la Chiesa viene chiamata sinodale e non più cattolica?

A ben vedere, anche per quanto riguarda la sinodalità, il re è ormai nudo. Se infatti si retrocede ai vari pronunciamenti precedenti alla gestione Fernández, si può ancora incontrare la normale modalità di pubblicazione di un documento: la formulazione dell’assenso del Papa alla pubblicazione e approvazione del suo contenuto e la firma del prefetto e del segretario del Dicastero. Non è un dettaglio insignificante: la presenza della firma e del prefetto e del segretario attesta che il documento è frutto del lavoro della congregatio, al quale il Santo Padre dà la sua approvazione formale e ne ordina quindi la pubblicazione a vantaggio di tutta la Chiesa.

Ora invece ci troviamo di fronte a tre risposte che portano la firma del solo Victor Fernández, e in seguito quella di Francesco ex audientia. Segretario non pervenuto. La lettera del 25 settembre 2023 al vescovo di Como relativa ad un presunto veggente non riporta nemmeno quella del Papa, ma solo quella di Victor Fernández (che non si qualifica come prefetto del DDF). L’impressione che se ne ricava è che Tucho agisca “motu proprio”: si prepara i testi e poi va dal Papa per farseli approvare. E il Papa approva. È forse questo il vero senso dell’abbandono del termine, tipicamente ecclesiale, di “congregazione”, che esprime appunto il lavoro di un insieme di persone, per passare a quello burocratico di dicastero?



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