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Lo scientismo di Malacoda, come il diavolo sfrutta il Covid

Cosa c’entra il Coronavirus con l’opera del Principe di questo mondo? Lo spiega l’intellettuale spagnolo Juan Manuel De Prada nel suo nuovo libro (“Cartas del sobrino a su diablo”), in cui il diavolo Malacoda racconta allo zio Berlicche in che modo è riuscito ad estendere il suo potere approfittando della crisi in atto. Eppure, non tutto va come lui vorrebbe…

Cosa c’entra la pandemia da Coronavirus con l’opera del diavolo? Lo spiega l’intellettuale spagnolo Juan Manuel De Prada che illustra la genesi di una “dittatura antropologica” messa in atto approfittando della crisi sanitaria del Covid-19 che ha spalancato le porte all’azione del “Principe di questo mondo”. Giornalista, da venticinque anni editorialista dell’ABC, primo quotidiano nazionale, critico letterario, opinionista televisivo e scrittore di diversi saggi e romanzi storici, De Prada è pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano; tuttavia, la sua figura meriterebbe più attenzione, perché rappresenta un pensiero critico autorevole fuori dal coro, che affonda le sue radici nella più cristallina tradizione cattolica.

In questi giorni De Prada ha presentato il suo nuovo libro “Cartas del sobrino a su diablo. Crónicas de la España coronavírica” (Lettere del nipote al suo diavolo. Cronache della Spagna nel Coronavirus) pubblicato dall’editore Homo Legens di Madrid. Si tratta della raccolta di lettere pubblicate sull’ABC durante la quarantena, lettere ispirate alle più note “Lettere di Berlicche” di C.S. Lewis (il titolo gioca con quello di Lewis che in spagnolo è intitolato “Cartas del diablo a su sobrino”) e nelle quali il diavolo Malacoda racconta a suo zio Berlicche in che modo è riuscito ad estendere il suo potere approfittando della crisi in atto.

Le 31 lettere contenute nel libro vogliono essere un “omaggio esplicito e devoto” a quello che De Prada definisce «il più acuto e ironico libro di apologetica cristiana che sia mai stato scritto». Tuttavia, l’intenzione dell’autore non è quella di scrivere un’opera di apologetica cristiana ma di raccontare in maniera satirica e pungente ciò che sta succedendo in Spagna nel campo politico, sociale, economico e religioso con la convinzione che «dietro ogni questione politica soggiace una questione teologica» (e potremmo aggiungere che dietro ad ogni questione teologica soggiace una questione filosofica).

Così De Prada racconta, con amara ironia, l’opera diabolica nella Spagna flagellata dalla pandemia. Ma la lezione può valere per l’Italia come per ogni altro Paese in cui il Coronavirus ha seminato morte e confusione permettendo al diavolo (coadiuvato dai suoi ossequiosi dipendenti) di lavorare indisturbato per rubare anime al suo nemico. «Fin dall’inizio dell’emergenza - afferma De Prada - ho avuto l’impressione che questa crisi fosse l’occasione giusta perché il male, tolta ogni maschera, si presentasse in tutto il suo terrificante splendore». «Alla vigilia dello stato di emergenza che ci ha reclusi nelle nostre case per alcuni mesi, mi assalì la terrificante impressione che la Spagna fosse diventata terra propizia e ben concimata per  l’azione del “Principe della menzogna” e del suo irrinunciabile disegno di impiantare lo stile di vita che piace al Denaro: una società senza vincoli formata da uomini e donne in litigio, dove l’infecondità favorisca stipendi miserrimi e faciliti la mobilità lavorativa».

Un disegno sistematico che la maggioranza degli spagnoli ha ignorato, temendo più (da destra) l’instaurazione di un sistema “bolivariano” (i socialisti al potere sostengono di fatto la dittatura comunista di Nicolás Maduro). Ma il pericolo, afferma De Prada, è molto più insidioso dello spauracchio di una Spagna a trazione bolivariana: il vero dramma è che il principe della Menzogna, assistito dai politici al potere, è capace di stravolgere la realtà per instaurare una dittatura antropologica che ri-disegni ruoli e scopi della vita sociale e capovolga i termini della coscienza morale come profetizzato da Isaia in una citazione che De Prada ha più volte utilizzato per descrivere l’attuale stato di perversità della coscienza occidentale:  «Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l’amaro in dolce e il dolce in amaro. Guai a coloro che si credono sapienti e si reputano intelligenti» (Is 5,20-21).

Con la pandemia il “Principe della menzogna” non ha più avuto bisogno di presentarsi in maniera sibillina e riservata (come il diavolo di Lewis), ma può finalmente agire, spavaldo e disinibito, in piena libertà. Malacoda non è più il diavoletto giovane e inesperto delle Lettere di Berlicche, ma ha acquisito esperienza, consapevolezza e sfacciataggine necessaria per agire alla luce del sole.  È in questo “letamaio apostata” della Spagna “coronavirica” che il diavolo ha potuto «riconfigurare la realtà delle cose anche se in contraddizione con i fatti» (citando Marcuse) convincendo le masse secondo la logica ideologica che si autocertifica come espressione del bene.

Malacoda (Orugario nella versione spagnola) cambia dunque strategia, cosciente che la Spagna non è più la nazione cattolica (e dunque fedele al “Nemico”) in cui operò lo zio Berlicche. Cambiano dunque strategie e tattiche diaboliche. Se prima ci si impegnava a seminare “zizzania” tra gli uomini per indurli al litigio e al conflitto, ora la parola d’ordine è “unità”, ripetuta a pappagallo dai politici al potere e dai suoi fedeli gregari. Tutti uniti e coesi, perché - il diavolo lo sa - la strada per l’Inferno è lastricata di buone intenzioni. Allo stesso modo, se prima si cercava di scoraggiare gli uomini con pessimismo, ora Malacoda li domina con messaggi positivi (il paradosso dell’homo festivus nel bel mezzo di una tragedia), che in questo periodo risuonano da tutti i pulpiti che contano: dalla Tv e dai balconi. Questo perché Malacoda ha apprezzato il regalo inviatogli dallo zio, il Trattato sulla Natura umana di Hume, dove il filosofo proclama la superiorità delle facoltà sensitive sulla realtà intellettiva («la ragione è, e può solo essere, schiava delle passioni»).

A questo fine è stato utile al diavolo il contributo di quella destra più radicale che ha intrattenuto i cittadini con inutili slogan nostalgici intrisi di rude anticomunismo, buoni per diffondere litigi e polemiche con messaggi che impediscono il razionale discernimento ma che solleticano la bile. «Cosa ce ne facciamo del comunismo, scrive Malacoda, buono solo per produrre martiri potendo instaurare un governo mondiale plutocratico che produce apostasia e degenerazione in larga scala?».

La proposta del “salario minimo”, suggerita dall’astuto diavolo tramite governanti ben istruiti, ha distratto le masse dal dramma della chiusura delle attività commerciali, illudendoli col dolcetto del salario assicurato e appiattendoli nella nullafacenza, mentre il virus genera panico e aggrava la solitudine e la depressione.

È così che, a piccoli passi, Malacoda ha potuto eseguire il suo piano d’azione e vantare scrivendo al suo antico mentore di aver istaurato un regime di “emergenza mutante” grazie alla diffusione di “fesserie dalla perfetta apparenza scientifica”, spesso contraddittorie (ad esempio sull’uso delle mascherine: un giorno ridicole poi imprescindibili) ma prese per buone da molti e dunque utili per ogni tipo di controllo sociale. Così Malacoda è riuscito a sottomettere gli uomini alla superstizione scientifica, «elevando al grado di sacerdoti di questa superstizione alcuni esperti che di volta in volta proclamano al popolo istruzioni travestite da scienza».

Seminare la paura della morte e illudere allo stesso tempo che andrà-tutto-bene, eliminare ogni riferimento spirituale e ogni lettura di fede della pandemia, infondere la paura dell’altro, anestetizzare le coscienze per rovesciare i principi della legge morale, mettere in atto una biopolitica che stringa i cittadini nelle strette maglie di una dittatura sanitaria, distruggere l’economia, modellare l’uomo ridimensionato dalla paura: il Principe di questo mondo attinge a piene mani nel caos causato dal Coronavirus. Eppure, lo stesso Malacoda osserva con malcelata delusione che la sua grande opera di distruzione è destinata a fallire perché è consapevole che la morte non è un castigo ma una promessa di eternità. Un’eternità dalla quale lui e suo zio Berlicche sono esclusi per sempre. Una pillola di sana teologia che manca spesso tra gli addetti ai lavori. Afferma infatti Malacoda: “Nessuno, caro zio Berlicche, conosce la teologia meglio di noi diavoli”.