• L'INTERVISTA/ MONS. WASSERBAUER

L'incontro con i profughi ucraini risveglia la fede nei cechi

La Repubblica Ceca ha accolto, nel primo mese di guerra in Ucraina, un'ondata di profughi di guerra. Zdenek Wasserbauer, vescovo ausiliare di Praga, spiega alla Bussola che "Chi è chiamato ad accogliere, anche se non credente, si rende conto che queste persone vengono da una terra dove la religiosità è più sentita". 

Rifugiati ucraini nella Rep. Ceca in attesa di registrazione

Il premier Petr Fiala ha annunciato che la Repubblica Ceca non può più ricevere profughi ucraini. La macchina della solidarietà ceca si è mossa in maniera imponente in quasi un mese di guerra. In prima fila c’è stata la Chiesa cattolica in un Paese in cui appena una persona su tre si definisce credente. L’ondata di rifugiati ucraini che impatto può avere su una popolazione storicamente ‘pigra’ a livello spirituale? La Nuova Bussola Quotidiana ne ha parlato con il vescovo ausiliare di Praga, monsignor Zdenek Wasserbauer, reduce da una breve permanenza a Roma durante la quale ha avuto l’occasione di salutare anche il Papa Emerito, Benedetto XVI.

Gli ucraini costituiscono la più grande comunità straniera della Repubblica Ceca. Dallo scoppio delle ostilità sono arrivati molti profughi: come vi siete preparati ad accoglierli?

Da anni ormai moltissimi ucraini lavorano nel nostro Paese, in particolare nel campo edile e in quello sanitario. Sono ben accetti da tutti. Mentre parliamo sono già arrivati più di 200mila profughi e i centri d’accoglienza sono in sovraffollamento, ma cerchiamo di fare tutto il più possibile per trovare loro un alloggio. Mi pare che nonostante i numeri molto alti, le autorità civili ed ecclesiastiche ceche stanno tenendo la situazione sotto controllo. Io stesso questa mattina ho partecipato ad una riunione in arcidiocesi dove ogni parroco ha testimoniato l’aiuto dato dalla rispettiva parrocchia e dai parrocchiani, molti dei quali hanno offerto appartamenti liberi.

La Repubblica Ceca è uno dei Paesi più secolarizzati d’Europa. Pensa che l’incontro con questi profughi, reduci dall’esperienza della guerra, potrà incoraggiare alla vita di fede sia i loro familiari che le comunità pronte ad accoglierli?

I profughi chiedono di pregare. Il Ministero dell’Interno, responsabile dell’accoglienza, si è dimostrato sensibile a questa richiesta e difatti abbiamo organizzato nel centro d’accoglienza più grande una cappellina provvisoria. Chi è chiamato ad accogliere, anche se non credente, si rende conto che queste persone vengono da una terra dove la religiosità è più sentita e quindi ci si adopera per offrire loro questa possibilità. Ad esempio, due giorni fa un parroco mi ha raccontato che un suo parente ateo, capo dei Vigili del fuoco locali impegnati nell’accoglienza, gli ha chiesto se fosse possibile mandare sacerdoti nei centri perché i profughi arrivano in lacrime ed hanno bisogno di un supporto spirituale.

Quindi l’incontro con la sofferenza degli ucraini ha provocato un risveglio della coscienza religiosa tra i cechi?

L’esperienza di persone che devono scappare da loro Paese, piangenti, in particolare madri senza mariti, è una cosa che fa pensare tante persone. Molti cechi cominciano a riflettere sulla vita. Ma devo dire che una maggiore apertura del nostro popolo alle questioni spirituali si era già manifestata con lo scoppio della pandemia, di fronte alle prime morti per Covid. I parroci hanno notato che nelle chiese venivano molte persone mai viste prima. Abbiamo riscontrato non pochi casi di adulti che ci hanno chiesto il Battesimo, così come tanti battezzati che non frequentavano più sono tornati a chiedere i sacramenti. In generale, comunque, direi che l’esperienza di una guerra vicina finisce per incoraggiare questo avvicinamento alla fede. Il contatto diretto con persone che devono scappare dalla loro terra può aprire la mente e il cuore dei cechi a Dio.

Lei ha recentemente organizzato un momento di preghiera ecumenico per la pace che ha avuto grande successo. Tra i cechi influisce di più la solidarietà per il popolo ucraino o la paura di ritrovarsi la guerra in casa?

Io direi che tutti e due motivi sono importanti. La gente è davvero commossa: qui conosciamo tanti ucraini, lavorano al nostro fianco, sono vicini. Non è una nazione lontana. C’è un coinvolgimento emotivo con un popolo vicino che soffre e poi c’è sicuramente anche la paura che se la Russia userà le armi atomiche, noi ne subiremo le conseguenze vista la vicinanza territoriale. In questi giorni ho incontrato giovani, famiglie, anziani che non nascondono la paura e si rendono conto che la guerra è alle nostre porte.

Ne approfitto per una domanda che non c’entra con la crisi ucraina: pochi giorni fa era a Roma ed ha incontrato Benedetto XVI insieme al cardinale Dominik Duka: c’è stato modo di parlare della pubblica difesa che il suo arcivescovo ha fatto del Papa emerito in merito alle accuse sul rapporto abusi?

Si, si vedeva che Benedetto XVI ci teneva a ringraziare per questa difesa. Ne è stato contento e lo ha ringraziato perché il cardinal Duka ha scritto a suo favore su “Die Tagespost”. C’è stato un chiaro ringraziamento. Il Papa Emerito ha poi rievocato con noi la sua visita apostolica in Repubblica Ceca del 2009. La ricordava molto volentieri e ci ha domandato come va la vita da noi, menzionando anche qualche vescovo di cui aveva memoria.

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