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MISSIONE

Liberate le suore rapite ad Haiti, testimoni di fede nel degrado della società

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Sei suore della Congrégation des Soeurs de Saint-Anne sono state liberate a una settimana dal loro rapimento, ad opera di una delle tante bande armate di Haiti.

Libertà religiosa 27_01_2024 English
Le suore di Haiti al momento del rilascio (La Presse)

Sono state liberate il 25 gennaio ad Haiti sei suore della Congrégation des Soeurs de Saint-Anne, un istituto religioso femminile canadese, che erano state rapite il 19. Il loro sequestro era avvenuto in pieno giorno, nel centro della capitale Port-au-Prince, a poca distanza dal palazzo presidenziale. Uomini armati avevano bloccato il pulmino sul quale viaggiavano, se ne erano impadroniti e si erano dileguati portando con sé oltre alle religiose l’autista del mezzo e la nipote di una delle sorelle. Quest’ultima era già stata liberata il 23 gennaio. I rapitori avevano chiesto un riscatto di tre milioni di dollari. Si ignora al momento come sia avvenuto il rilascio, se la polizia vi abbia avuto un ruolo e se sia stata pagata la somma richiesta o una minore.

Responsabile del sequestro è sicuramente stata una delle circa 300 bande armate che controllano l’80% della capitale e usano i rapimenti a scopo di estorsione per finanziarsi. Nel 2023 sono stati denunciati 2.490 sequestri, quasi il doppio che nel 2022. L’anno appena finito ha registrato anche un aumento degli omicidi, quasi 5.000, il 119% in più rispetto al 2022,  e in generale della violenza. Le bande armate – sottolinea un rapporto delle Nazioni Unite sulla situazione di Haiti presentato il 23 gennaio – agiscono impunite, gli haitiani vivono in uno stato di insicurezza permanente. A ciò si aggiungono i disagi economici, con il tasso di povertà anch’esso in costante crescita. Si stima che il 31% della popolazione, 3,6 milioni di persone, viva sotto la soglia di povertà, con meno di 2,15 dollari al giorno, e sono 4,8 milioni gli haitiani in stato di insicurezza alimentare, il che vuol dire, per adulti e bambini, affrontare ogni giorno il problema assillante di procurarsi abbastanza cibo.

Il 22 gennaio l’arcivescovo della capitale, monsignor Max Leroys Mésidor e il presidente della Conferenza haitiana dei religiosi e delle religiose, padre Morachel Bonhomme, avevano diffuso un comunicato nel quale chiedevano alle istituzioni di governo di proteggere finalmente la popolazione. «Questi rapimenti riempiono di tristezza e di paura i consacrati di Haiti e le anime di buona volontà – si legge nel comunicato – in molte occasioni la Chiesa ha denunciato il loro silenzio che è simile a un atteggiamento di disprezzo per la sofferenza del popolo. La barca della Nazione è veramente alla deriva e occorre raddrizzarla». Per il 24 gennaio avevano indetto una giornata nazionale di preghiera, meditazione e adorazione eucaristica per chiedere a Dio la salvezza delle persone rapite.

Le preghiere sono state esaudite, è stato un giorno di festa il ritorno a casa delle suore e del loro autista. Ma nel cuore di tutti c’è l’ansia per il futuro incerto e l’interrogativo: a chi toccherà la prossima volta? Ad Haiti infatti la violenza non risparmia i religiosi che, per quanto ben voluti dalla gente comune per il bene che ne riceve, sono anch’essi vittime di furti, rapine e sequestri. A qualcuno la scelta di rimanere al fianco della popolazione haitiana e condividerne la condizione è costata la vita. È il caso di suor Luisa Dell’Orto, Piccola sorella del Vangelo di Charles de Foucauld, uccisa nel 2022 a Port-au-Prince da malviventi che l’hanno aggredita probabilmente a scopo di rapina. Aveva 65 anni. Era in missione ad Haiti da 20 anni. Dirigeva la Casa Carlo, un centro in un quartiere poverissimo che aveva contribuito a ricostruire dopo il terremoto del 2010 e dove centinaia di bambini trovavano uno spazio sicuro in cui trascorrere le ore dopo la scuola.

I religiosi e i laici che operano ad Haiti per portare una testimonianza evangelica di misericordia, prossimità e fraternità come segno di speranza cristiana, fanno parte di quelli che l’agenzia di stampa Fides, nel suo annuale rapporto sui missionari uccisi, definisce “testimoni”, e non martiri, in quanto sono vittime non di odio religioso, ma di violenza comune: uomini e donne consapevoli, scegliendo di condividere i disagi e le insidie di chi vive in contesti caratterizzati da degrado materiale e morale, di mettere a rischio la vita stessa, decisi a farlo per restare al fianco dei fedeli a loro affidati pur sapendo di poter essere vittime delle persone stesse di cui si prendono cura. Nel 2021 ad Haiti erano stati rapiti alcuni missionari della Christian Aid Ministries e alcuni loro famigliari, in tutto 17 persone tra cui cinque bambini. Fortunatamente era riusciti a fuggire. «Noi andiamo in luoghi pericolosi in molte parti del mondo – avevano spiegato a chi domandava perché svolgere attività missionaria proprio ad Haiti – lo facciamo perché di norma sono anche i luoghi in cui c’è più bisogno. Ed è quello che Christian Aid Ministries fa da decenni. Se fossimo andati soltanto dove è sicuro, allora saremmo rimasti a casa».

Nel 2021 Haiti aveva rivolto al mondo una richiesta di aiuto che le Nazioni Unite hanno rilanciato, ma senza esito. I paesi dell’area caraibica hanno promesso di mandare truppe in aiuto alla polizia, altri paesi hanno stanziato fondi per aiutare il paese. La proposta più concreta è arrivata dal Kenya che lo scorso luglio ha offerto di inviare mille agenti di polizia. Ancora se ne discute. Il Kenya si è detto certo di poter liberare la popolazione haitiana dalla morsa della violenza. Non tutti sono così fiduciosi, anche perché la polizia kenyana è nota per la sua “mano forte”, per usare un eufemismo. Più volte i suoi agenti sono stati accusati di violazioni dei diritti umani, inclusi omicidi extragiudiziali e torture. Durante la pandemia di Covid-19 hanno sparato ad altezza d’uomo contro chi veniva trovato per strada nonostante il divieto di uscire di casa.



LA TESTIMONIANZA

«Vi racconto mia sorella, suor Luisa Dell’Orto»

Una vita da missionaria, accanto ai più abbandonati, in Camerun, Madagascar e, infine, Haiti. La “Casa Carlo” (Kai Chal) ricostruita a Port-au-Prince, dove formava centinaia di bambini. L’insegnamento in seminario. L’abbandono alla Provvidenza, l’invito ad aprirsi al perdono, pregando come Gesù in croce. Suor Luisa sapeva di essere a rischio, ma non voleva lasciare Haiti perché, scriveva, «non si può tacere l’amore di Dio». Alla Bussola il ricordo del fratello della religiosa uccisa, padre Giuseppe Dell’Orto.