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reportage

Libano, la tregua non ferma gli scontri tra Israele e Hezbollah

Viaggio a Saida, l'antica Sidone, sul luogo degli attacchi delle forze israeliane: contro gli edifici delle milizie filo-iraniane, ma anche contro una moschea, dove sono morte 13 persone. In dieci giorni di cessate-il-fuoco, l'esercito israeliano ha ucciso 215 persone.
- Il peso delle parole dietro l'odio religioso, di Nicola Scopelliti

Esteri 27_04_2026

Dopo il post su X dello scorso 23 aprile in cui il presidente americano Donald Trump annunciava una proroga di tre settimane della tregua tra Libano e Israele - in vigore dalla notte tra il 16 e il 17 aprile - sabato decidiamo di partire per Tiro, capitale dell'omonimo distretto nel sud del Paese – l'esercito ha riaperto parzialmente le vie di comunicazione - per verificare i danni di quasi due mesi di guerra.

L'autobus si lascia alle spalle Beirut passando attraverso Ousai, margine sunnita della dahyie che guarda il Mediterraneo; nei pressi dell'aeroporto un odore terribile, untuoso, denuncia un enorme sversamento di liquami in mare all'altezza di Costa Brava, la discarica di rifiuti che serve la capitale, se non l'intero Paese.
L'autostrada non è estremamente trafficata ma l'autobus del trasporto pubblico, al completo, viaggia lentamente.

In tarda mattinata cominciano ad arrivare notizie di attacchi israeliani nei dintorni di Tiro, Nabatyie, Bint Jbeil; decidiamo dunque di fermarci a Saida, quaranticinque chilometri a sud di Beirut, perché c'è il rischio che l'esercito impedisca ai veicoli in marcia di proseguire oltre. Sapremo più tardi che in tutta la giornata l'esercito israeliano (IDF) ha provocato nella regione del sud sette vittime, tra cui tre bambini, e ventiquattro feriti, dopo che Netanyahu ha chiesto all'esercito israeliano di «colpire energicamente gli obiettivi di Hezbollah in Libano». La milizia sciita ha a sua volta rivendicato un lancio di droni carichi di materiale esplosivo verso alcuni soldati israeliani a Qantara, senza provocare danni né feriti.

Saida, l'evangelica Sidone, è la capitale dell'omonimo distretto; città prevalentemente sunnita, ha una significativa minoranza cristiana e una componente sciita in aumento, soprattutto nei villaggi del circondario.  A Saida hanno trovato accoglienza generazioni di palestinesi - a partire dai primi profughi arrivati in Libano nel 1948 – un gran numero dei quali si concentra nel campo di Ain al Helweh, il più grande del Paese. Quest'ultimo tratto, assieme alla presenza di famiglie sciite fuggite dalle aree del confine, è il vulnus che ha attirato nel mese e mezzo di guerra appena trascorso le attenzioni dell'esercito isrealiano sulla città e sul distretto.

Arrivati davanti all'inconfondibile castello sul mare costruito dai crociati, cerchiamo un tassista che possa accompagnarci a visitare i luoghi dei recenti attacchi di IDF. Percorriamo le strade del centro con Marwan, così si chiama il nostro accompagnatore, senza notare danni apparenti; sembra un sabato qualunque, forse appena meno animato del solito. Ad un incrocio la nostra guida imbocca una strada laterale, che termina in un impressionante cumulo di macerie su cui sventola una bandiera verde. «Era la sede di Jamaat Islamyia», ci informa Marwan, la formazione islamista sunnita alleata di Hamas, costola libanese dei Fratelli Musulmani. Quel che resta di un edificio di sette piani ne ospitava il quartier generale, colpito da un raid aereo di Israel Air Force il 3 marzo scorso, subito dopo essere stato evacuato.

Il nostro accompagnatore ci fa cenno di rientrare in macchina; sembra girare a vuoto per qualche minuto in un quartiere periferico, poi si decide a chiedere a un ragazzo per strada dove si trova «il palazzo bombardato dagli israeliani». «Quello bombardato ora o quello prima?», chiede a sua volta l'interlocutore con appena un accenno di sorriso, per poi guidarci in scooter dentro un dedalo di vie nei pressi dell'Ospedale Palestinese. Qui, con precisione chirurgica, è stato abbattuto un solo appartamento al piano alto di un edificio. «Hanno ammazzato un povero tassista palestinese con la moglie e due figli. Non aveva fatto nulla di male, lavorava e basta», ci  spiega Marwan. «Chissà cosa cercavano», aggiunge.

Le foto del tassista campeggiano su manifesti in cui è ritratto davanti alla Moschea d'oro di al Quds, Gerusalemme, la moglie e i figli sullo sfondo. La nostra guida confabula al telefono con qualcuno; ha un contatto con Hezbollah, ci dice, e se il suo amico gli accorda il permesso ci farà visitare una moschea sciita dove IDF ha ucciso tredici persone, compreso l'imam. Poco dopo il permesso è accordato e Marwan parcheggia davanti a un cortile pieno di detriti su cui affacciano quelli che sembrano scheletri di edifici.  È il complesso sciita di Sayyida Zahara, ci dice il nostro accompagnatore. Riconosciamo la moschea dal minareto, ancora in piedi; sembra una costruzione piuttosto recente, rivestita, da quel che si vede, di pietra chiara. Un poco più arretrati vediamo altri edifici: forse ospitavano la scuola coranica oppure dei locali di servizio. Hanno perso la loro tridimensionalità e assomigliano alle facciate senza spessore dei set di Cinecittà. Due giovani fratelli palestinesi dalla pelle chiara e i capelli rossi sono di guardia alle rovine; dopo averci controllato passaporto e tessera stampa ci fanno cortesemente entrare. «È successo l'8 aprile, quando Israele ha ucciso più di trecento persone in Libano», ci dice il più anziano dei due, sulla trentina. «Lo Sheikh Sadik, l'imam della moschea, leggeva il Corano nel suo ufficio al quarto piano, lassù - ci indica l'interno di quello che doveva essere un appartamento -, quando lo spostamento d'aria l'ha sbalzato giù nel cortile. Io mi trovavo poco lontano e sono arrivato subito: era già morto, aveva battuto la testa e il cervello era fuori dal cranio, sparso sull'asfalto».

Chiediamo chi altro sia rimasto vittima nell'attacco. «Due sorelle dello Sheikh ed alcune famiglie di Bint Jbeil che alloggiavano nella scuola qua accanto», ci risponde indicando un edificio di fianco alla moschea. Ci accompagna lungo il cortile ricoperto di calcinacci, pezzi di ferro e di vetro. «Vede questo palazzo qua dietro? C'erano i bagni, le cucine, le sale di ritrovo. Le famiglie dei rifugiati venivano a cucinare, a lavarsi e a lavare i panni qui. Al momento del raid stavano facendo la doccia». Il giovane ci indica alcuni sacchi per terra: «Abbiamo salvato i libri del Corano 0187. 

Salutiamo il nostro anfitrione e poco dopo congediamo Marwan con ventisette banconote da centomila lire libanesi, l'equivalente dei trenta dollari che ci ha chiesto. Riprendiamo la via per Beirut mentre ascoltiamo le notizie di nuovi ordini di evacuazione emanati da IDF alla popolazione del sud. Secondo il Ministero libanese della Salute Pubblica, domenica 26 aprile le vittime dell'aggressione israeliana in tutto il Paese sono salite a 2509 (7755 i feriti), 13 nelle ultime ventiquattr'ore e 215 in più rispetto all'entrata in vigore della tregua.

 

https://www.aa.com.tr/en/middle-east/over-2-500-killed-in-lebanon-in-israeli-attacks-since-march-2/3918684

 

 

 

 

 



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