Libano, a Tripoli nella scuola che accoglie gli sfollati in fuga dalla guerra
Tripoli, la seconda città del Libano, nel nord del paese, accoglie migliaia di rifugiati dal Sud e dalla valle della Bekaa. Reportage nella scuola che accoglie i disperati che hanno perso tutto sotto le bombe israeliane.
- Chi finanzia Hezbollah di Costantino Pistilli
Mentre nel resto del Libano, nonostante la tregua in vigore, infuria la battaglia tra l'esercito israeliano e la milizia di Hezbollah e Idf si dedica ad eliminare dalla “zona di difesa avanzata”, al confine con Israele, ogni traccia di cose e persone (a tal punto che persino i massimi media italiani si sono accorti della strage di civili in corso), nell'area di Tripoli, capitale del distretto del Nord e seconda città del Paese, la guerra sembra lontana. A maggioranza sunnita, distante circa 80 chilometri di strada da Beirut, la “Tripoli del Levante” - o Trablous - detiene il triste primato della città più povera del Libano, benché alcuni degli uomini più abbienti del mondo arabo, tra cui l'ex Primo Ministro Najib Mikati, ne siano originari.
Nel distretto del Nord l'unica traccia del conflitto che strazia il Paese dei Cedri sono le centinaia di famiglie sciite sfollate dal Sud, dalla valle della Bekaa, dalla dahye beirutina che a Tripoli e nel suo circondario hanno trovato rifugio. Secondo le autorità libanesi gli sfollati interni a causa dei bombardamenti israeliani superano il milione – e Idf continua a rivolgere quotidianamente ordini di evacuazione agli abitanti di un numero sempre crescente di località.
A Tripoli, il basso continuo dell'MK - il drone israeliano che giorno e notte ronza nei cieli libanesi, a ricordare chi comanda nel Paese - incredibilmente tace. Se ne percepisce l'assenza, come di qualcosa a cui si è fatto ormai l'abitudine. Abbiamo appuntamento con il nostro contatto a Jadida al Rasmia, la “nuova scuola statale” adiacente alla municipalità di Tripoli a pochi passi dal Tell, la torre dell'orologio che è uno dei simboli della città. Qui sono alloggiate 95 persone «ma fino a pochi giorni fa erano 119: dopo il Cessate il fuoco alcune famiglie di Beirut se ne sono andate – ma sanno che possono tornare in qualunque momento». Chi parla è Nancy, dipendente del Ministero degli Affari Sociali inviata nella scuola a sovrintendere all'accoglienza degli sfollati. Assieme al collega Shadi ha organizzato il proprio ufficio nel gabbiotto dei bidelli, dove ci accoglie cortesemente, ma ci prega di non scattare fotografie. «Comprenderà: ospitiamo bambini, donne, anziani.. per rispetto a loro è meglio di no».
Chi ha indirizzato qui queste persone? Chiediamo. «Dopo l'inizio delle ostilità il governo ha incaricato la Croce Rossa di stilare liste in cui chi aveva bisogno di alloggio poteva chiedere di essere inserito; le persone sono state poi smistate nei vari centri di accoglienza. Qui abbiamo in tutto 21 famiglie che occupano tre piani dell'istituto, mentre un piano è tuttora riservato ai circa novecento studenti della scuola che fanno lezione in due turni, mattina e pomeriggio». Sono fortunati: al momento la maggioranza degli studenti delle scuole pubbliche libanesi può seguire le lezioni solo da remoto, perché gli sfollati occupano tutti gli spazi disponibili. «Questa scuola è grande» osserva Nancy «e c'è posto per tutti». Nel cortile, deserto a parte un bambino che gioca da solo in un angolo, staziona una coppia di soldati dell'esercito libanese. «Sono qui ventiquattr'ore su ventiquattro; per garantire ulteriormente la sicurezza abbiamo predisposto due ingressi separati per gli sfollati e per gli studenti della scuola».
Chi fornisce a queste famiglie i pasti, le medicine, il necessario per l'igiene personale? Il governo? Chiediamo. «No. Ci pensano le Ong, le Organizzazioni non Governative: l'Ordine di Malta provvede al pranzo, Ruwad Al Tanmiah, una associazione locale, alla cena, per la colazione alcuni privati passano qui quasi ogni giorno e donano acqua, caffè, generi di prima necessità, offrono qualcosa di quello che hanno in casa. I kit sanitari li procura Save the Children – un grosso scatolone con il nome dell'associazione è posizionato sotto un tavolo - ma gli articoli più difficili da trovare sono latte in polvere e pannolini – abbiamo dodici lattanti dai quattro mesi in su che ne hanno bisogno. L'associazione Abaad, che si occupa di violenza sulle donne, fornisce sostegno psicologico per aiutare i rifugiati a superare i traumi del lutto, della perdita della casa, dello sfollamento. Abbiamo qui due famiglie di Bint Jbeil e due di Aita al Chaab le cui case sono state demolite, e che non potranno più rientrare nei loro villaggi».
Mentre parliamo, una donna sulla quarantina dal volto soave assiste in silenzio alla conversazione; è magra, elegante, vestita interamente di nero, ma in un modo che lascia pensare a un lutto recente più che all'abbigliamento tipico delle donne sciite – è a capo scoperto e indossa pullover e pantaloni al posto dell'abbaya, la lunga veste nera tradizionale. Nancy ci informa che viene da Baalbek, nella valle della Bekaa, dove le bombe di Idf hanno lambito i templi romani. Sembra persa nei suoi pensieri e non abbiamo il coraggio di chiederle come sia arrivata fino a Tripoli, a novanta chilometri da casa, se ha -o ha avuto – figli, cosa ha lasciato indietro. Chiediamo invece a Nancy cosa succederà a queste persone a guerra finita, sempre se la guerra finirà. «Resteranno qui finché non troveranno una sistemazione, ad esempio una casa in affitto o altro. Sanno che possono restare quanto vogliono, o partire e ritornare in caso di necessità, e che nessuno le caccerà».
La popolazione locale ha accolto bene la presenza dei rifugiati sciiti in casa loro? chiediamo, consapevoli dei numerosi episodi di rigetto degli sfollati in tutto il Paese. «A parte pochi casi isolati di intolleranza che si sono limitati a qualche parola di troppo, nessuno ha manifestato aggressività nei loro confronti» risponde la nostra interlocutrice. Forse gli abitanti di Tripoli sono troppo occupati a cercare di sopravvivere per pensare agli sfollati, o forse non hanno nulla da perdere. Doniamo a Nancy del denaro sufficiente ad acquistare un pacco di pannolini – un niente in mezzo a tanto bisogno – e deponiamo sul tavolo una manciata di cioccolatini. Il bimbo che fino a quel momento era intento a giocare in cortile si avvicina immediatamente, ingolosito. Senza parere ha seguito le nostre mosse: è un bel bambino di quattro o cinque anni, dagli occhietti curiosi che sprizzano vitalità.
Secondo gli ultimi dati del Ministro della Salute Pubblica, dal 2 marzo scorso sono state uccise in tutto il Libano dall'esercito israeliano 2679 persone – 20 solo nelle ultime ventiquattr'ore. Idf ha dichiarato di aver distrutto nell'ultimo weekend “200 obiettivi di Hezbollah”, mentre gli effettivi della milizia sciita uccisi dal fuoco israeliano potrebbero ammontare, secondo fonti interne al Partito di Dio - che non rende noto ufficialmente il numero dei suoi caduti - a “molte migliaia”.

