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ISLAM

L'Expo a Riad e la vendita dell'Occidente ai paesi del Golfo

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La vittoria di Riad, capitale dell’Arabia Saudita, nell’aggiudicarsi l’Expo 2030, fa riflettere Roma, bocciata senza appello. Ma fa riflettere sull’influenza dei paesi arabi del Golfo

Editoriali 02_12_2023
Riad 2030 (La Presse)

La vittoria di Riad, capitale dell’Arabia Saudita, nell’aggiudicarsi l’Expo 2030, fa riflettere Roma che è stata la candidata meno votata in assoluto. Ma fa riflettere, in generale, sull’influenza che i paesi arabi del Golfo stanno conquistando nel mondo.

L’Expo non è solo un appuntamento commerciale, basti pensare a tutta l’enfasi morale, ecologica e ideologica sull’Expo 2015 che abbiamo ospitato a Milano. Si tratta di un esempio, di una vetrina per il mondo, di un’occasione importante per far conoscere il proprio modello, come le Olimpiadi, come i Mondiali di calcio. Ebbene, l’Arabia Saudita meritava questo premio? Che modello potrebbe mai vantare?

Leggiamo dal rapporto di Freedom House riferito al 2022 (ultimo anno scrutinato): «A marzo, in un'esecuzione di massa insolitamente ampia, le autorità hanno messo a morte 81 uomini condannati con l'accusa di terrorismo. A fine novembre, almeno 147 persone erano state giustiziate nel regno nel corso dell'anno». Per quanto riguarda la libertà politica: «I partiti politici sono vietati e il dissenso politico è di fatto criminalizzato. Alcune delle organizzazioni e degli attivisti per i diritti politici più importanti del paese, tra cui i membri fondatori della vietata Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra), sono stati arrestati e condannati al carcere negli ultimi anni; uno dei fondatori, Abdullah al-Hamid, è morto in carcere nel 2020».

E la libertà di religione? «Il governo vieta l'osservanza pubblica di qualsiasi religione diversa dall’islam e limita le pratiche religiose dei musulmani sciiti e sufi. (…) Sebbene il governo riconosca il diritto dei non musulmani di praticare il proprio culto in privato, non sempre lo rispetta nella pratica. Nel luglio 2022, un cittadino saudita è stato arrestato per aver aiutato un non musulmano a entrare illegalmente alla Mecca, la città più sacra dell’islam».

L’Expo è stata annunciata proprio mentre la Cop28 si riuniva a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, a discutere di eliminazione dei combustibili fossili in un paese grande estrattore di petrolio e gas (e anche uno dei peggiori inquinatori della regione, come abbiamo visto qui). L'Expo 2020 si era tenuta sempre a Dubai. E l'anno scorso gli ultimi Mondiali di calcio si sono tenuti in Qatar, dove sono violati tutti i diritti delle minoranze religiose, degli immigrati e delle donne, esattamente come in Arabia Saudita.

Svolgere i Mondiali di calcio in Qatar e l’Expo in Arabia Saudita, sarebbe stato come assistere, negli anni 80, ai Mondiali nel Sud Africa dell’apartheid o l’Expo nel Cile di Pinochet. Con l’unica differenza che sia l’una che l’altro violavano i diritti umani meno sistematicamente rispetto al Qatar e all’Arabia Saudita odierne. Eppure non sarebbe neppure arrivata una proposta di una loro candidatura, a nessuno sarebbe venuta in mente. Perché, allora, alle monarchie arabe del Golfo si perdona tutto?

La risposta più facile è: i soldi. Lo scandalo del Qatar Gate dimostra come la monarchia del Golfo abbia corrotto parlamentari europei per migliorare la propria immagine in vista del campionato mondiale. E inchieste giornalistiche precedenti, come i Qatar papers dimostrano quanto sia vasta la rete di influenza di un piccolo ma ricchissimo Stato.

Ma non sono solo i soldi sporchi che fanno la differenza. Lo sono, soprattutto, quelli puliti. Secondo uno studio pubblicato nel 2022 dalla U.S. National Association of Scholars, che all'epoca non fece molto rumore, tra il 2001 e il 2021, e in particolare dopo l'attacco terroristico dell'11 settembre, i qatarini hanno contribuito alle università americane con la considerevole somma di 4,7 miliardi di dollari. Il Qatar è diventato il più grande donatore straniero al mondo accademico americano nei due decenni successivi all'attacco alle Torri Gemelle, seguito dall'Arabia Saudita che ha donato circa 3 miliardi di dollari. E i risultati si vedono. La tendenza palesemente anti-occidentale, con punte estreme di antisemitismo da quando è scoppiata la guerra a Gaza, sono il frutto avvelenato di questa lunga e vasta opera di influenza.

A prescindere dalle loro rivalità e differenze, i paesi del Golfo stanno conquistando i cuori e le menti degli occidentali entrando nel loro sport preferito: il calcio. Il Manchester City è di proprietà dello sceicco Mansour degli Emirati Arabi Uniti; il Paris-Saint Germain (PSG), di proprietà di Nasser Al-Khelaifi del Qatar; lo Sheffield United, di proprietà del saudita Abdullah bin Mosaad bin Abdulaziz al-Saud. Il Newcastle United è di proprietà del consorzio Public Investment Fund (PIF), guidato dall'Arabia Saudita. Oltre ad acquistare squadre, anche le compagnie aeree hanno investito nel calcio europeo. Emirates, Etihad Airways e Qatar Airways hanno stipulato accordi importanti con le squadre europee per un valore di centinaia di milioni di dollari. Cristiano Ronaldo, Karim Benzema e Neymar si trasferiscono dall’Europa all’Arabia Saudita. È anche questa un’operazione di soft power, per conquistare influenza. In inglese la chiamano “sportswashing”.

In compenso, al quotidiano britannico conservatore Telegraph, i redattori temono che dallo “sportswashing” si passi al “newswashing”, perché la testata potrebbe essere acquistata dagli Emirati Arabi Uniti, secondo indiscrezioni di questa settimana. Non solo la redazione è in allarme, temendo di perdere la propria indipendenza, ma persino Amnesty International si è mobilitata, temendo «gravi implicazioni per la libertà di stampa nel Regno Unito».

I soldi, però, non esauriscono la spiegazione di questo fenomeno. Se c’è un compratore, c’è anche chi vende consensualmente. E da dove deriva questo consenso? È paradossale che l’Europa, pur proclamando la lotta contro le fonti energetiche fossili, si metta ancora nelle mani di grandi esportatori di gas e petrolio. Quindi non è solo una questione di affari. Le prime partnership con il Qatar delle università americane vennero incoraggiate dall’amministrazione Clinton con il chiaro intento di esportare il modello americano anche nei paesi arabi. La storia ha dimostrato che è successo esattamente il contrario: è il modello arabo-islamico, promosso dal Qatar, ad essere esportato in America. Con l’Expo si spera di incoraggiare il cambiamento in Arabia Saudita, perché completi il programma “Vision 2030” per la modernizzazione del paese. Il sogno è sempre quello: avere un pezzo molto influente di mondo islamico per amico. Ma se fossero ancora una volta loro a cambiarci? La fede granitica nell’islam di questi regimi è il loro tallone d’Achille, ma anche un punto di forza. Nel fare proseliti, sono imbattibili, soprattutto se l’interlocutore occidentale non crede più a nulla. Parafrasando Clint Eastwood, quando un uomo senza fede incontra un uomo di fede, l’uomo senza fede è morto.