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L’ermeneutica della Rivelazione nel pensiero di Ratzinger

Rivelazione, ermeneutica e sviluppo dottrinale in Joseph Ratzinger, scritto da don Mauro Gagliardi ripercorre l’iter speculativo ricostruendone la visione unitaria alla luce di un rapporto tra Scrittura, Tradizione, Magistero e teologia fecondo di prospettive anche relativamente al tema della sinodalità.

Cultura 28_09_2023

La Rivelazione e la sua interpretazione nell’iter speculativo di Benedetto XVI è il leit-motiv del recente saggio Rivelazione, ermeneutica e sviluppo dottrinale in Joseph Ratzinger (If Press 2023, pp. 158) di Mauro Gagliardi, ordinario di teologia all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e docente incaricato dell’Ateneo Pontificio San Tommaso d’Aquino (Angelicum) di Roma.

Si tratta di uno studio che ripercorre in ordine cronologico il pensiero di Ratzinger, a partire dalla Tesi per l’abilitazione del 1955 dedicata al concetto di Rivelazione in san Bonaventura. Pur escludendo intenzionalmente la produzione magisteriale, l’autore delinea il profilo intellettuale di primo piano di uno dei più acuti teologi del nostro tempo, ricostruendone la visione unitaria alla luce di un rapporto tra Scrittura, Tradizione, Magistero e teologia fecondo di prospettive anche sul tema della sinodalità.

«Ratzinger ha sviluppato il suo pensiero mantenendo però immutata la sua identità sostanziale», osserva Gagliardi evidenziando come il pastore bavarese abbia poi approfondito i temi enucleati nella tesi sulla teologia della Rivelazione di san Bonaventura che ricorre quale filo rosso a illuminarne la produzione successiva. In sostanza, laddove la «neoscolastica tendeva a considerare la Rivelazione come trasmissione da parte di Dio dei misteri della fede, mentre la tendenza che si proponeva era quella di vedere nella Rivelazione l’automanifestazione storica di Dio al suo popolo», Ratzinger si sforza di coniugarne entrambe le dimensioni: la Rivelazione è «da intendersi sia come azione che come dottrina» che può essere tuttavia colta esclusivamente in un «rapporto personale con Dio che si auto-rivela».

Di qui «la Scrittura diviene Rivelazione nelle mani della Chiesa vivente», come sottolinea ancora Gagliardi parafrasando Ratzinger. Nel solco della filosofia bonaventuriana Ratzinger matura l’idea che nell’alveo della Rivelazione rientrino sì il depositum fidei e le ‘fonti’ (Scrittura e Tradizione), ma essi non possono essere avulsi da un rapporto personale con Cristo nella fede, secondo quanto già il teologo francescano osservava. La revelatio si delinea infatti quale «corrispettivo interiore dell’apparitio», che è invece la manifestazione sensibile di Dio». In quest’ottica «la manifestatio è il venire alla vista di una verità che però resta a distanza» ossia, pur rendendosi accessibile, non si lascia imbrigliare dalle categorie intellettive. In tal modo la Rivelazione non si delimita a ciò «che Dio ha detto e fatto» che si oggettiva nella dottrina, bensì si lega anche «a ciò che Dio fa oggi nell’anima dell’uomo». D’altra parte san Bonaventura non utilizza mai il termine di revelatio come sinonimo di Scriptura, ma sempre come allusivo all’agire divino.

Divenuto perito conciliare del cardinale Frings, Ratzinger riprende il «cristocentrismo della Rivelazione, tipicamente bonaventuriano» e profondamente radicato nell’esegesi patristica. Per dirla con le parole del teologo bavarese nel merito: «Scrittura e Tradizione incarnano così l’interazione essenziale per la fede fra “ciò che è stato una volta per tutte” e “ciò che continua a essere”».

Tale prospettiva non sfocia in un «attualismo soggettivistico, perché il contenuto della fede non dipende dal singolo, ma è in parte oggettivato nelle dottrine dei Padri e dei teologi e poi accolto nella fede del Simbolo che è principio di interpretazione della Scrittura», come puntualizza acutamente Gagliardi. È infatti la fede compendiata nel Simbolo a offrire il criterio ermeneutico di lettura della Bibbia stessa, mentre «la crescita della Tradizione è una crescita nella comprensione della realtà originante», sottolinea Ratzinger. D’altra parte, prosegue il teologo bavarese, la fede della Chiesa segna «la nostra contemporaneità con Cristo; non ce n’è un’altra». In tal senso la Tradizione non allontana né svilisce la Rivelazione, come ritengono i protestanti, ma al contrario la custodisce e la arricchisce per quanto, al di là di ogni idealizzazione, non sia immune dalla possibilità concreta di venir deformata, rischio dal quale Ratzinger mette in guardia. Mirabile è la definizione che egli offre di dogma quale «forma ecclesiale di ermeneutica della Sacra Scrittura», nel senso di una «trasposizione del linguaggio equivoco della Scrittura nella univocità del concetto, che chiarisce il nucleo oggettivo e permanente di ciò che in essa viene inteso».

Relativamente alle pubblicazioni del periodo episcopale, Ratzinger approfondisce questi temi precisando che «la teologia non è mai esclusivamente la riflessione “privata” di un teologo», in quanto è la Chiesa «l’ambiente vitale del teologo; in essa sono custodite le esperienze della fede con Dio». Di qui Gagliardi rileva il rischio attuale molto forte di una sinodalità ridotta a «parlamentarismo ecclesiale», ove si decida a maggioranza in materia di fede e costumi. D’altra parte Ratzinger stesso affermava profeticamente che «quando il pensiero della verità è in crisi, anche la Chiesa viene ridotta alla sua dimensione sociologica, e il rapporto di Dio con il suo popolo non è più concepito soprattutto a partire da Dio. Stando così le cose, i cristiani ritengono che dovremmo inventarci noi stessi ciò che la Chiesa deve fare, e che potremmo farlo in maniera appropriata solo adottando il principio della maggioranza».

Tuttavia se «la preghiera è il centro della persona di Gesù, è partecipando alla sua preghiera che noi possiamo conoscerlo e comprenderlo», afferma il teologo bavarese. La preghiera allora «non è un pio ingrediente per la lettura dei Vangeli che addirittura è di ostacolo alla stretta purezza del conoscere critico, bensì il presupposto fondamentale per una comprensione autentica». E in effetti, precisa ancora Ratzinger, «tutti i reali progressi nella conoscenza teologica hanno la loro origine nell’occhio dell’amore e nella sua capacità visiva». Pertanto preghiera, fede e orizzonte cristocentrico sono i presupposti fondamentali per un’autentica ermeneutica della Rivelazione.