• MYANMAR

Le violenze dei Rohingya. L'altra faccia della tragedia

Tutti conoscono la persecuzione dei rohingya, la minoranza musulmana nel Myanmar, la loro fuga in massa nel vicino Bangladesh e l'ombra di discredito che la pulizia etnica ha gettato sul Nobel per la pace Aung San Suu Kyi. Pochi conoscono l'altra faccia della stessa tragedia: le violenze commesse dalle milizie islamiche rohingya ai danni di civili non musulmani. Ora sono documentate da Amnesty International.

Guerriglieri rohingya dell'Arsa

“Avevano coltelli e lunghi cavi metallici. Ci hanno legato le mani dietro la schiena e bendati. Ho chiesto loro cosa avessero intenzione di fare e uno di loro ha risposto, nel dialetto rohingya: ‘Voi e i rakhine siete la stessa cosa, praticate una religione diversa dalla nostra, non potete vivere qui!’. Poi hanno chiesto di consegnare tutto ciò che avevamo e hanno iniziato a picchiarci. Io alla fine gli ho dato i soldi e i gioielli d’oro che avevo”, ha raccontato Bina Bala, una 22enne sopravvissuta al massacro. “Hanno sgozzato gli uomini. Ci dicevano di non guardare. Avevano i coltelli e alcuni anche spade e cavi di metallo. Ci siamo nascosti nella boscaglia, da cui riuscivano a vedere qualcosa. Mio zio, mio padre, mio fratello… tutti massacrati”, ha raccontato Raj Kumari, 18 anni. “Ho visto gli uomini che tenevano le donne per la testa e i capelli e gli uomini con in mano le spade che le hanno sgozzate”.

Sembrano racconti provenienti dallo Stato Islamico, in Siria o in Iraq. In realtà, si tratta di scene di guerra civile in Myanmar, antica Birmania. Gli assassini, le cui gesta sono state raccontate dai pochi sopravvissuti ad Amnesty International, sono terroristi dell’Arsa, l’Esercito della Salvezza dei Rohingya dell’Arakan. I rohingya, sì, proprio loro, il popolo perseguitato su cui tutto il mondo piange. I racconti dei sopravvissuti alla violenza della loro milizia ribelle si riferiscono ai massacri del 25 agosto 2017, ai danni di villaggi abitati dalla minoranza induista di villaggi di Kha Maung Seik e Myo Thu Gyi, nei pressi della cittadina di Maungdaw. Temporalmente si collocano prima della grande operazione di repressione e pulizia etnica scatenata dall’esercito regolare, che ha spinto oltre 690mila rohingya oltre il confine con il Bangladesh, una delle più gravi crisi di rifugiati degli ultimi tempi.

La crisi umanitaria dei rohingya, coperta dai media di tutto il mondo, ha mosso la macchina della solidarietà mondiale. Si è espresso il Papa, che ha pregato per loro nel corso del suo viaggio nel Bangladesh: “Non chiudiamo il cuore, non guardiamo da un'altra parte. La presenza di Dio oggi si chiama anche Rohingya. Ognuno ha la sua risposta”. La tragedia subita da questa minoranza musulmana in un paese a maggioranza buddista è difficilmente sottovalutabile. Stando alle testimonianze raccolte fra i numerosissimi profughi in Bangladesh, l’esercito ha scatenato contro i villaggi rohingya una campagna di violenza inaudita: stupri, saccheggi, incendi, la cacciata di intere popolazione. Una pulizia etnica in piena regola. La reputazione mondiale di Aung San Suu Kyi, di fatto capo del governo (anche se formalmente non la è) è stata incrinata in modo forse definitivo, nonostante la sua lunga resistenza non violenta e il suo Nobel per la Pace.

Eppure da questa narrazione sono sempre sfuggiti due aspetti che non sono solo dettagli. Prima di tutto, la crisi dei rohingya ha quasi completamente eclissato le altre repressioni nel Myanmar, specie quella dei Kachin, nel nord del paese, avvenute all’incirca nello stesso periodo. E questo, lungi dal voler fare del benaltrismo, è indice di quanto selettiva sia l’attenzione dei media. Dai quali dipende anche, forse in misura esagerata, anche l’agenda internazionale. L’altro aspetto finora trascurato della vicenda è l’origine della campagna militare nello stato di Rakhine. I rohingya hanno finora protestato contro ogni tentativo di “far passare le vittime per carnefici”, negando ogni loro azione violenta all’origine della campagna militare, nell’estate del 2017.

Eppure quelle violenze ci sono state. Le locali comunità buddiste e indù le hanno sempre denunciate. Ora finalmente la denuncia arriva ad Amnesty International e da lì al mondo. Sono scene di massacri sistematici, con metodi che ricordano quelli della persecuzione religiosa dello Stato Islamico. Riporta Amnesty: “Alle 8 di mattina del 25 agosto 2017, l’Arsa ha attaccato la comunità indù di Ah Nauk Kha Maung Seik, che fa parte di una serie di villaggi di una zona chiamata Kha Maung Seik (a nord della città di Maungdaw), in cui gli indù vivevano in prossimità dei villaggi della comunità musulmana rohingya e di quella rakhine, prevalentemente buddista. Uomini armati vestiti di nero e rohingya in abiti civili hanno rastrellato decine di uomini, donne e bambini indù, li hanno depredati dei loro averi e li hanno condotti bendati fuori dal villaggio. Dopo aver separato le donne e i bambini dagli uomini, i militanti dell’Arsa hanno ucciso 53 persone, a iniziare dagli uomini. Otto donne e otto dei loro figli sono sopravvissuti dopo che l’Arsa ha obbligato le donne a convertirsi all’islam. Le 16 persone sono state poi obbligate a seguire i combattenti in Bangladesh e sono state rimpatriate nell’ottobre 2017 con il coinvolgimento delle autorità di entrambi i paesi”. 20 uomini, 10 donne e 23 bambini, 14 dei quali non avevano neanche otto anni: questo è il bilancio delle vittime di questo singolo massacro. Il giorno stesso tutti i 46 abitanti del vicino villaggio di Ye Bauk Kyar sono scomparsi. Secondo la comunità locale, sono stati uccisi tutti.

Magari è solo l’inizio. Probabilmente, man mano che si indagherà su questi crimini, emergeranno altre storie atroci come queste. Certo è che ormai i riflettori dei media principali del mondo si sono spenti sul caso Myanmar. La verità emergerà, ma interesserà meno l'opinione pubblica mondiale. Certo è anche che lo stesso governo del Myanmar ostacola le indagini. Visti i massacri compiuti dal suo esercito, nel corso della repressione, non ha alcun interesse ad aver troppi osservatori indipendenti sul suo territorio. Ma è un’operazione verità che deve essere compiuta. Anche questo pezzetto di storia deve essere raccontato, se si vuol veramente comprendere cosa sta succedendo nel Myanmar.

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