a cura di Stefano Fontana
  • DEMOCRAZIA?

Le trappole della nuova sinodalità

La sinodalità come la si intende oggi nella Chiesa, vale a dire la nuova sinodalità, pone diverse trappole alla Dottrina sociale, compreso anche il trappolone decisivo di annullarla impedendone l’esistenza. C’è un immenso fervore nella Chiesa di oggi per la sinodalità, vien tirata fuori ad ogni piè sospinto, è la ricetta per tutti i problemi, è l’argomento preferito delle riviste teologiche. Questo però nulla toglie alle sue trappole, anzi ne aumenta la pericolosità.

Una prima trappola è la sostituzione del contenuto con la forma. Nella versione attuale di sinodalità a prevalere è il metodo comunicativo, il con-venire come dicono gli esperti, la condivisione dei processi e dei passi da fare, il dialogo dentro la Chiesa e fuori di essa, l’educarsi all’accoglienza reciproca. Tutto ciò sposta l’attenzione ai processi comunicativi e dialogici piuttosto che ai contenuti della fede e della retta ragione e il percorso (appunto il metodo) è più importante del risultato. Questo punto finisce per negare alla Dottrina sociale della Chiesa il suo status di “corpo dottrinale”.

La seconda trappola è l’acquisizione nella Chiesa del metodo democratico preso a prestito dai consessi mondani. Il con-venire e il con-senso scivolano quasi naturalmente verso il confronto pubblico inteso alla maniera di Habermas, ossia come il luogo del dibattito che deve avere una sola caratteristica fondamentale: essere e rimanere aperto per permettere a tutti di parteciparvi. È così che nella Chiesa l’autorevolezza del magistero tradizionale è collocato sullo stesso piano dell’ultimo teologo e si fa avanti la necessità di confrontarsi con tutti, anche con chi nega e combatte la fede cristiana.

La terza trappola è che così sparisce la distinzione tra Chiesa docente e Chiesa discente. Gli esponenti della Chiesa docente non insegnano più, ma al massimo pongono problemi e suscitano un confronto dialettico. Spesso lo schema si rovescia e il teologo di moda insegna molto di più del vescovo o del papa, perché meglio interpreterebbe la sinodalità, ma altrettanto spesso nessuno insegna più, nemmeno i teologi di moda, limitandosi costoro a stabilire un tavolo di confronto. In questo modo però la Dottrina sociale della Chiesa diventa sterile e infinita discussione.

La quarta trappola è il nuovo concetto di discernimento che annulla d’un colpo tutta la teologia morale cattolica e quindi anche la Dottrina sociale. Il nuovo metodo del discernimento è strettamente funzionale alla nuova sinodalità, perché essa supera il concetto di “applicazione” delle norme morali e la sostituisce con il concetto di co-produzione delle stesse. Nel mentre, sinodalmente ossia in forma dialogata, si indica un percorso operativo anche si evidenziano le regole che con esso fanno corpo unico. La Dottrina sociale ha principi di riflessione e criteri di giudizio a valore immutabile, e perfino le direttive d’azione non cadono mai nell’empirico. Tutto questo bagaglio illumina il discernimento su cosa fare, ma non chiede un discernimento riguardo se stesso, come invece avviene col nuovo discernimento sinodalistico. Il sinodo tedesco non sta infatti cambiando il bagaglio dottrinale? I sinodi sulla famiglia del 2014 e 2015 e quello dell’Amazzonia non hanno forse cambiato il quadro dottrinale?

La quinta trappola è che la nuova sinodalità impedisce l’evangelizzazione, mentre la Dottrina sociale della Chiesa è strumento di evangelizzazione. La sinodalità non è solo un metodo, è un metodo che si fa contenuto, è un come che diventa un cosa. L’annuncio di Cristo non viene quindi più inteso nella forma della proposta, della testimonianza, dell’annuncio di una verità, ma in quella dell’accompagnamento, dell’accostarsi per camminare insieme. Qui la missionarietà della Chiesa viene indebolita e ad una Chiesa che si ritiene in possesso di verità salvifiche si sostituisce una Chiesa che si limita a “prendersi cura”, la chiesa dei “buoni comportamenti”.