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La tregua in Libia è finita, perché l'Europa è distratta

Nonostante le aspettative di Onu e Ue la tregua approvata in gennaio alla Conferenza di Berlino continua a non venire rispettata in Libia, dove è ricominciata l'offensiva dell'esercito di Haftar con bombardamenti su Tripoli. La tregua mediata dall'Ue sta fallendo, così come sta morendo sul nascere l'Operazione Irene di pattugliamento. 

Josep Borrell

Nonostante le aspettative di Onu e Ue la tregua approvata in gennaio alla Conferenza di Berlino continua a non venire rispettata in Libia dove le limitazioni agli scontri bellici potrebbero essere legati a un equilibrio instabile tra le opposte fazioni e soprattutto alla crescente emergenza per il Coronavirus (martedì il ministro della Salute di Tripoli ha segnalato il primo caso di Covid 19 in Libia).

Nei giorni scorsi l’Esercito nazionale libico (Lna) del generale Khalifa Haftar ha colpito il centro della capitale con razzi che hanno ucciso o ferito alcuni civili: una ulteriore escalation del conflitto che sembra voler indicare la volontà di Haftar di non rinunciare all’offensiva su Tripoli, nonostante l’arrivo di 4.700 mercenari siriani e almeno 300 militari turchi a difesa di Tripoli, Zintan e Misurata. Nel bombardamento d'artiglieria del 21 marzo è stato colpito anche il popoloso quartiere periferico di Ain Zara dove martedì è stata lanciata una nuova offensiva che ha visto le forze dell’Lna sostenute dai mercenari russi con artiglieria pesante.

L’attacco sembra aver colto di sorpresa le difese del Gna che aveva schierato molte forze più a Ovest per con contrattacco nell’area di Zintan che dopo aver perso terreno hanno però contrattaccato fermando la penetrazione delle truppe di Haftar verso il centro città. Da tempo è attesa una vasta controffensiva del Gna con i mercenari siriani in prima linea su tutti i fronti e con tre direttrici: a Ovest, nell’area di Zintan, per occupare la base aerea di Watya; a Tripoli per respingere le truppe di Haftar ad almeno 30 chilometri dal centro per mettere al riparo il cuore della capitale dai bombardamenti dell’artiglieria; a Est per riconquistare Sirte, caduta in gennaio nelle mani delle forze dell’Lna. 

La tregua voluta dalla Ue sembra aver quindi ben poche speranze di prendere piede e del resto l’Europa deve fare i conti con un altro fallimento, la cui responsabilità dipende esclusivamente dai 27: il flop dell’Operazione Irene con la quale la Ue si era impegnata a garantire il rispetto (almeno sul mare) dell’embargo decretato dall’Onu sulle forniture di armi alle fazioni libiche. Sull'avvio dell'operazione "ci sono ancora questioni pendenti", che riguardano principalmente "la ridistribuzione" di eventuali migranti salvati in mare, ha detto il 23 marzo l'Alto rappresentante dell'Ue, Josep Borrell, al termine di una videoconferenza dei ministri degli Esteri.

La vicenda conferma il livello di credibilità militare espresso oggi dall’Unione. Pattugliare le acque davanti ai porti della Tripolitania sotto il controllo del Governo di accordo nazionale di Fayez al-Sarraj costituirebbe un sicuro fattore di attrazione per trafficanti e migranti clandestini, ma siccome nessuna nazione europea vuole rischiare di dover soccorrere migranti illegali che l’Italia non intende più accogliere (almeno finché perdura l’emergenza Coronavirus) e gli altri partner Ue non intendono sbarcare nei rispettivi porti, l’Operazione Irene resta congelata. Peraltro l’Operazione Irene sci schiererebbe a Est, nelle acque di fronte alle coste controllate dall’esercito Nazionale libico di Khalifa Haftar (da dove non sono mai salpati migranti clandestini) e la pianificazione della missione (assurdamente già da tempo resa nota) prevede che qualora barconi e gommoni carichi di clandestini si dirigessero verso le navi Ue l’operazione verrebbe sospesa. L’ipotesi che flotte da combattimento composte da fregate da mezzo miliardo di euro ognuna vengano messe in fuga da gommoni e barconi dei trafficanti   ben evidenzia quale peso strategico e geopolitico sia oggi in grado di rivestire l’Unione Europea. 

Soprattutto perché la soluzione al problema sarebbe molto semplice: annunciare che eventuali migranti illegali soccorsi in mare verrebbero consegnati dalle navi dell’Operazione Irene alla Guardia Costiera libica o alle agenzie dell’Onu (Unchr e Oim) a Tripoli come hanno fatto negli ultimi anni mercantili privati, navi militari turche, forse anche le autorità maltesi, la polizia spagnola a Ceuta e Melilla, le navi della Guardia Costiera greca impegnate nelle acque sul confine turco e come fanno da anni le navi della Marina Australiana. Per l’Italia la credibilità della missione dovrebbe essere ancora più importante che per gli altri partner Ue, non solo per ragioni di vicinanza geografica con la Libia, ma anche perché il comando di Irene, come fu per l’Operazione Sophia, resta affidato a un ufficiale italiano, il contrammiraglio Fabio Agostini.

Certo la nuova missione navale, qualora prendesse il via, non potrà fare miracoli: molte armi giungono ai contendenti in Libia attraverso i confini terrestri o con ponti aerei (soprattutto i rifornimenti destinati all’Lna di Haftar) ed è improbabile che la Ue cerchi lo scontro sul mare con la flotta turca che rifornisce Tripoli. Tuttavia la Ue ha oggi un disperato bisogno di dimostrare la sua esistenza e se in termini finanziari si giocherà tutto nella capacità o meno di esprimere concreta solidarietà all’economia italiana devastata dall’epidemia Covid-19, in termini militari e di politica internazionale deve assolutamente mostrarsi in grado di varare e gestire in modo decoroso almeno una operazione navale di monitoraggio.  

Specie dopo il totale fallimento dell’Operazione Sophia che in cinque anni invece di combattere i trafficanti ha sbarcato in Italia (e solo in Italia), 45 mila clandestini per poi concludersi di fatto l’anno scorso quando il governo giallo-verde italiano pretese che ogni nave europea sbarcasse nei propri porti nazionali i migranti illegali soccorsi in mare. Tutti i “partner” Ue ritirarono le navi.