La “spiritualità del fare” di san Giuseppe Allamano
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Un intreccio di santità tutto piemontese: don Bosco era il suo direttore spirituale e il Cafasso suo zio. La missione riassume l'esistenza terrena dell'infaticabile fondatore dei Missionari della Consolata e lo spinse fino in Kenya senza dimenticare le opere sociali in patria.
«A noi la Chiesa affida il grande mandato dell’evangelizzazione del mondo, che essa ebbe da nostro Signore. È l’opera delle opere; è l’opera più degna, la più amabile, la più meritoria di tutte le opere. “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”. È un grande dono di elezione da parte di Gesù, ma è pure un grande dovere da parte nostra. Dobbiamo con tutte le forze adoperarci in questo santo ministero, perché il Signore ce ne chiederà conto. Guai a me se non predicassi! Ricordatevi tuttavia che non basta predicare, ma è necessario compiere tutte le opere e tutti i sacrifici che la vita apostolica richiede, costi quel che costi. Lavoriamo, lavoriamo – esclamava don Giuseppe Cafasso – ci riposeremo in Paradiso!».
Sono parole queste che riescono bene a farci entrare nella “spiritualità del fare” (così si potrebbe definire) di san Giuseppe Allamano di cui oggi ricorre la memoria liturgica. Le aveva pronunciate in una delle tante conferenze spirituali tenute alle missionarie e ai missionari degli istituti da lui fondati. In quell’occasione aveva citato un’altra grande figura di santità di Torino, il futuro santo Giuseppe Cafasso, zio materno dello stesso Allamano. In queste parole sono racchiuse le linee guida delle congregazioni che il santo piemontese aveva fondato: nel 1901 l’Istituto dei Missionari e, nel 1910, quello delle Missionarie della Consolata.
Una spiritualità soprattutto “del fare”, dunque. In pieno stile piemontese.
In lui si concentrano davvero tante intuizioni, tante illuminazioni che hanno fatto grande la Chiesa di Torino di quel tempo. Già la città in cui è nato riesce a fornirci alcuni dati importanti: Castelnuovo d’Asti, la stessa città di nascita di san Giovanni Bosco. Un intreccio di santità, non c’è che dire: Bosco, Cafasso e Allamano. Il Signore sembra aver intessuto in quei luoghi un particolare “accentramento” di santità: in un solo luogo, ben tre santi. E se era nato nella stessa città di don Bosco non poteva che seguire, appunto, le sue orme, tanto che, una volta compiuti gli studi delle scuole elementari, entrò all’Oratorio di Valdocco, centro della spiritualità salesiana.
Lo stesso don Bosco fu il suo direttore spirituale. Insegnamenti che ricordò per tutta la vita e che trasmise ai suoi primi discepoli. Divenne sacerdote il 20 settembre del 1873. Venne trasferito successivamente a Passerano d’Asti, per poi divenire assistente al seminario diocesano. A soli 25 anni, divenne rettore spirituale dei chierici. Ma la tappa più importante fu sicuramente il suo incarico, nel 1880, di rettore per il santuario della Consolata. Fu qui che trascorse ben 46 anni della sua vita.
Se guardiamo alla sua biografia, una sola parola potrebbe contenere l’intera esistenza terrena: missione. In fondo, fin da quando era stato un giovane sacerdote aveva nella mente e nel cuore questo desiderio di evangelizzazione. All’epoca, Torino, ma in generale tutto il Piemonte, vedeva crescere sempre di più il progetto di missionarietà, di evengelizzazione. Fu così che volle radunare i presbiteri che sentivano questo stesso afflato, in un’unica congregazione: con l’approvazione del suo arcivescovo, monsignor Agostino Richelmy e della Conferenza Episcopale Subalpina, il 29 gennaio 1901, fondò appunto l’Istituto dei Missionari della Consolata.
«Fine primario del nostro Istituto, come di ogni altro, è la santificazione dei membri (...). Esso ha inoltre il proprio fine speciale e secondario, che ne forma la caratteristica ed è la sua ragion d'essere: l’evangelizzazione degli infedeli. Secondo le norme della Chiesa, il fine secondario e speciale è formato da quelle speciali opere di carità verso Dio e verso il prossimo, per l'esercizio delle quali l’Istituto venne fondato. Il fine speciale deve quindi riguardare l'esercizio della carità verso Dio e verso il prossimo, né si potrebbe, ad esempio, assumere la cura degli operai nelle fabbriche, se non per far loro del bene spirituale»: così sintetizzava l’Allamano il fine dei Missionari della Consolata.
L’anno dopo, nel 1902, già il primo gruppo di missionari partì per il Kenya. Nel 1909, la Piccola Casa della Divina Provvidenza, che da diversi anni inviava religiose nel Paese africano per offrire supporto ai Missionari, non fu più in grado di mandarne altre in missione. Fu così che l’Allamano, ricevuto nello stesso anno in udienza da papa Pio X, espose al Pontefice la necessità di avere personale anche femminile per le sue missioni. Il Pontefice, allora, invitò il santo piemontese a fondare un istituto di religose, l’ala femminile di supporto ai Missionari. In verità, Allamano non era proprio convinto. Il Papa allora, in una certa misura, lo “costrinse” a provvedere a tale bisogno. Nel 1910 nacque così l’istituto delle Suore Missionarie della Consolata.
Missionarietà fuori dall’Italia, sì, ma non dimenticandosi mai dell’impegno sociale all’interno dei confini nazionali. Si tratta di un’altra tipologia di missionarietà. In questo contesto è necessario annoverare l’importante enciclica Rerum novarum di papa Leone XIII. Fu a questo documento pontificio che l’Allamano si ispirò per la sua Opera. La condizione sociale della Torino di inizio secolo vedeva grandi cambiamenti: l’industrializzazione di molti settori economici e, soprattutto, la scarsa sussidarietà per buona parte del popolo piemontese oltre alle poche garanzie destinate agli operai. Così, attorno al santuario della Consolata, del quale era rettore, san Giuseppe Allamano fece sorgere alcune associazioni come la “Pia unione della Consolata fra le operaie-Tabacchi”, la “Pia unione della Consolata fra le tessitrici”, oppure la “Pia Unione della Consolata fra le operaie del cotonificio Poma”.
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