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Ora di dottrina / 200 – Il supplemento

La dottrina della corredenzione in sant’Alfonso (II parte)

Sant’Alfonso ricorre al titolo di Corredentrice nella matura Opera dogmatica, che espone gli insegnamenti del Concilio di Trento e confuta le obiezioni dei protestanti. Un testo che mostra come i titoli di Corredentrice e Mediatrice fossero già ben radicati tra i cattolici.

Catechismo 08_03_2026

La breve presentazione del pensiero di sant’Alfonso M. de’ Liguori sulla cooperazione di Maria Santissima alla Redenzione, che abbiamo fatto domenica scorsa, lascia aperte almeno due questioni. La prima: la sua difesa della corredenzione mariana, di fronte alle obiezioni che si sollevavano soprattutto dal mondo giansenista, se da un lato ha il pregio di sciogliere le difficoltà fondamentali (che ancora oggi si continuano a sollevare), dall’altro sembra però supportare la tesi della non idoneità del titolo di “Corredentrice”. In effetti, nell’opera mariana per eccellenza del Liguori, Le glorie di Maria, questo titolo non ricorre; si parla della corredenzione, ma Maria non viene mai chiamata Corredentrice. Almeno, non da lui; perché, in realtà egli riporta in una nota il passo di un libro contemporaneo, Delle grandezze di Gesù Cristo e della gran Madre Maria SS., Lezioni sacre, del gesuita Francesco Pepe, in cui questo titolo appare.

A ben vedere, però, sant’Alfonso ricorre al titolo di Corredentrice nella più matura Opera dogmatica contra gli eretici pretesi riformati (1770), dedicata all’esposizione degli insegnamenti del Concilio di Trento e alla confutazione delle obiezioni provenienti dal mondo protestante. È altresì da notare che l’Opera dogmatica, rispetto a Le glorie di Maria, venne scritta da sant’Alfonso quando egli era già divenuto vescovo di Sant’Agata de’ Goti.

Il testo muove da un’obiezione, potremmo dire, “classica”, che sembra non passare mai di moda. L’accusa da parte protestante è che «noi [cattolici] diamo alla B. Vergine quell’onore, che si dee solo a Dio, ed a Cristo, mentre la chiamiamo Corredentrice, Mediatrice e nostra Speranza» (p. 394). Il contenuto dell’obiezione è chiaro, e non ha bisogno di spiegazioni; ma ci sembra importante mettere in rilievo che, riportando l’obiezione, sant’Alfonso mostri come i protestanti riconoscano che i tre titoli riportati siano diffusamente utilizzati dai cattolici; è dunque un dato piuttosto evidente anche agli avversari l’uso cattolico di chiamare Maria SS. come Mediatrice, Corredentrice e Spes nostra. La stessa consapevolezza di quanto questi titoli fossero radicati nella fede cattolica emergerà anche un secolo dopo, nella critica alla devozione mariana dei cattolici da parte di Edward B. Pusey, il grande animatore del Movimento di Oxford e amico di John Henry Newman, alla quale lo stesso Newman rispose con la famosa lettera del 1865. Il titolo di Corredentrice, già all’epoca di sant’Alfonso, non appariva dunque come qualcosa “di nicchia”, come una tesi di circoscritti circoli teologici, ma come un dato piuttosto imponente, tanto da essere riconosciuto dai protestanti come “posizione cattolica”, se non del Magistero, certamente della pietà e della devozione.

Torniamo al XVIII secolo. All’obiezione il vescovo di Sant’Agata de’ Goti rispondeva che «la chiamiamo Corredentrice, non perché Maria insieme con Gesù Cristo abbia redenti gli Uomini: ma perché, siccome scrive sant’Agostino (Lib. De sancta Virginit., cap. 6), ella con essere Madre del nostro Capo Gesù Cristo, e con aver cooperato colla sua carità acciocché i fedeli nella chiesa spiritualmente nascessero alla grazia, divenne anche Madre dei membri di quel Capo». La corredenzione di Maria si radica dunque nella sua divina maternità, alla quale però viene per così dire aggiunta una cooperazione ulteriore e specifica, che si realizza particolarmente nell’offerta del Figlio sul Calvario: «In tutta la sua vita questa Vergine eccelsa per mezzo della sua carità verso gli uomini cooperò alla loro salute, specialmente quando sul monte Calvario offerì all’eterno Padre la vita del Figlio per la nostra salute» (pp. 394-395).

Questo testo apre alla seconda questione: qual è l’effettiva estensione della corredenzione mariana nel pensiero di sant’Alfonso? In effetti, vi sono alcuni testi che lascerebbero pensare che egli intenda la corredenzione nel senso “limitato” di una intercessione perché vengano dispensati i frutti della redenzione, meritati solamente da Gesù Cristo: «Così il Figlio come la Madre operano l’umana redenzione, ottenendo la salute agli uomini, Gesù col soddisfare per li nostri peccati, Maria coll’impetrarci che ci fosse applicata una tal soddisfazione» (Le glorie di Maria, II, disc. 6). Questa divisione dei campi, a Cristo il merito e la soddisfazione, a Maria l’intercessione, sembrerebbe meglio salvaguardare la verità di fede di Cristo, unico Redentore, ma non rende propriamente ragione del titolo di Corredentrice.

Se si guarda con attenzione il seguito immediato del testo appena citato, sant’Alfonso spiega l’opportunità del titolo di “salvatrice del mondo”, che troviamo sotto la penna di Dionigi il Certosino (1402-1471), «poiché per la pena sofferta nel compatire il Figlio – volontariamente da lei sagrificato alla divina giustizia – meritò che fossero comunicati agli uomini i meriti del Redentore». Si comprende dunque che Maria partecipa in modo intimo all’acquisizione delle grazie della Redenzione, soffrendo con il Figlio e offrendolo al Padre. Questo punto trova conferma in un altro testo: «Se Maria taceva colla bocca [sul Calvario], non taceva col cuore; mentre allora non faceva altro che offerire alla divina giustizia la vita del Figlio per la nostra salute. Quindi sappiamo ch’ella per lo merito de’ suoi dolori cooperò a farci nascere alla vita della grazia; onde noi siamo figli de’ suoi dolori» (Ibi, Sul dolore, V).

In verità, la cooperazione redentiva di Maria mediante la sua intercessione, e la sua cooperazione con la sua associazione ai patimenti di Cristo, non solo non si oppongono, ma si richiamano. In risposta all’obiezione di un anonimo, che chiaramente sosteneva la posizione apparentemente equilibrata della Regolata divozione del Muratori, bollando l’affermazione che tutte le grazie ci vengono per mezzo di Maria come «un'iperbole e un'esagerazione caduta di bocca al fervore di alcuni santi», sant’Alfonso così ribatteva: «Conforme Maria ha cooperato colla sua carità, […] alla nascita spirituale de’ fedeli, così vuole anche Dio ch’ella cooperi colla sua intercessione a far loro conseguire la vita della grazia in questa terra e la vita della gloria nell'eternità». Poiché Maria ha meritato con Cristo la salvezza di tutti, allora ella ha anche meritato di impetrare e distribuire tutte le grazie: la sua partecipazione meritoria alla passione di Cristo è il fondamento della sua incessante intercessione e distribuzione delle grazie.

Come ha ben fatto notare padre Santino Raponi, CSSR, che insegnò per trent’anni alla Pontificia Accademia Alfonsiana, nel suo saggio Il Mistero di Maria Corredentrice in Sant’Alfonso Maria de’ Liguori (in Maria Corredentrice. Storia e Teologia III, p. 119), «se Maria ha meritato di divenire la distributrice delle grazie di salvezza è perché Ella ha commeritato dapprima questa stessa salvezza. Sant’Alfonso si ferma ora sul primo modo di collaborazione, ora sul secondo, ora li unisce strettamente». Ciò che il santo esclude è semplicemente che Maria sia stata «Corredentrice allo stesso titolo con cui Cristo fu Redentore; non doveva perfezionare il prezzo pagato dal Figlio, che era pieno al di là di ogni misura. Ella tuttavia fu Corredentrice nei limiti che le assegnava la sua qualità di creatura privilegiata, la prima riscattata da Cristo». Limiti di una donna piena di grazia e Madre di Dio.



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