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La sindrome di Stoccolma del vescovo ostaggio dei cattogay

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Pride Padova: il gruppo cattogay Il Mandorlo offende il cristianesimo con striscioni blasfemi. E il vescovo Cipolla, che pure ha partecipato alle veglie con loro, si dice solo "imbarazzato". Una sindrome di Stoccolma da rapimento. Una resa all'ideologia Lgbt che ricorda don Abbondio. 

Ecclesia 06_06_2026

La Sindrome di Stoccolma è un meccanismo di difesa psicologico inconscio che porta la vittima di sequestro, di abusi, di minacce, di violenze a sviluppare un legame affettivo, di stima o di dipendenza positiva verso il proprio sequestratore o abusatore.

Il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, presenta tutti i sintomi della Sindrome di Stoccolma. Egli è stato rapito e tenuto in ostaggio dai membri dell’associazione Il Mandorlo, una di quelle tante realtà che fioriscono attorno all’ossimoro omosessualità/cattolicesimo. Un’associazione però riconosciuta dalla diocesi patavina.

Forse a motivo di tale riconoscimento, gli aderenti a questo gruppo, durante il pride cittadino, sono sfilati davanti al Duomo con cartelli con su scritto: «Eccoci in frocessione»; «Le cattofroce sono qui»; «Sono bella a modo mio, perché Dio non commette errori»; «Dio è queer tra noi». Pura blasfemia ed ordinaria blasfemia per qualsiasi circolo arcobaleno.

Mons. Cipolla, a margine della Festa per gli ottant’anni della Repubblica in piazza dei Frutti, ha commentato così l’accaduto: «Sono in imbarazzo per il gesto compiuto da questi ragazzi. L’immagine con i cartelli esposti mi ha fatto sentire molto in imbarazzo» ha spiegato Cipolla, «però vediamo, aspettiamo. È importante che ci sia sempre rispetto per tutti quelli che hanno pensieri diversi» - in grado uguale a quello mostrato da costoro per Dio, la Chiesa, i suoi fedeli e i suoi insegnamenti? - «Un vescovo è all’apice di una istituzione grande, che comprende tutto il popolo cristiano composto da persone che la pensano in modo diverso. Non vorrei essere trascinato né da una parte, né dall’altra». E poi ha continuato: «Sì, io questi ragazzi li conosco personalmente ed è questo il punto, dobbiamo in ogni caso continuare a voler bene ai nostri figli, e questo è il mio atteggiamento».

Li conosce così bene che ha presieduto un veglia di preghiera contro la cosiddetta omo e transfobia presso la chiesa di San Bartolomeo Apostolo, a Montà.  «Ho voluto esserci – ha proseguito il vescovo – proprio perché conosco le famiglie di questi giovani. Come Chiesa locale abbiamo riconosciuto il loro circolo. Nonostante l’accaduto mi sembra giusto continuare ad essere attenti e rispettosi nei loro confronti, dialoganti, accoglienti. Spero tanto che lo possano essere anche loro».

Pura Sindrome di Stoccolma. Il sequestrato spera che lo trattino bene, giudica le loro malefatte con indulgenza perché in fondo sono bravi ragazzi. Insomma sta dalla loro parte anche se costoro non stanno dalla sua (solo a parole semmai), perchè stanno dalla parte di chi sostiene una visione di vita incompatibile con Cristo. Incompatibile.

Nelle frasi di Mons. Cipolla è contenuta la quintessenza della resa della Chiesa occidentale all’ideologia LGBT e a qualsiasi altro pensiero anti-cristiano. Una resa che si fonda sull’abbondismo. Il neologismo deriva da Don Abbondio: lui se la faceva sotto davanti ai Bravi ed ora noi ce la facciamo sotto davanti a questi “bravi” ragazzi. Il vescovo dice «però vediamo, aspettiamo». Non è prudenza questa, ma prudenza della carne, negligenza, ignavia, paura, attendismo nella speranza che la bufera mediatica passi e non gli faccia volar via lo zucchetto, è mancanza di fortezza, di decisione, di nerbo, di fermezza, di risolutezza, di virilità (d’altronde se si plaude all’omosessualità…).

Non si ha la schiena dritta, manca il polso di ferro quando occorre. Di fronte agli attacchi si è imbelli, ci si consegna tremanti a quattro ragazzi confusi e si prega loro di essere indulgenti: «Spero tanto che lo possano essere [rispettosi] anche loro». S’implora pietà. Dove è il «Sì, sì, no, no» del Vangelo? Dove sono state dimenticate la dignità personale, il sano amor proprio, l’orgoglio e dunque il pride cattolico? E dove è finito il cattolicesimo militante, dove è finita la memoria di tanti martiri che hanno preferito morire piuttosto che sopravvivere  mangiando il pane rancido del compromesso?

E qui si tratta solo di prendere per le orecchie quattro tosi. Ma si ha paura della propria ombra. Altro che omofobia, qui abbiamo la cattofobia, la paura di mostrarsi cattolici, tutti di un pezzo. Si ha vergogna del proprio credo, della propria Chiesa, di Cristo. «Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi». (Marco 8,38). Sono parole terribili. Ma ci rendiamo conto che sono vere, ossia che si avvereranno? Siamo consapevoli che, nel Giudizio universale, veramente Gesù si vergognerà di noi se qui sulla terra non lo avremo difeso anche a prezzo della derisione, della divisione, degli insulti, della incomprensione, dell’emarginazione, delle violenze e anche a prezzo della vita?

Il vescovo di Padova diceva: «Un vescovo è all’apice di una istituzione grande, che comprende tutto il popolo cristiano composto da persone che la pensano in modo diverso. Non vorrei essere trascinato né da una parte, né dall’altra». Come il Manzoni descrive Don Abbondio? «Un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro» (cap. 1) Mons. Cipolla teme gli urti, gli strattonamenti perché ha paura di andare in frantumi. E ancora il Manzoni su Don Abbondio: «Il suo sistema consisteva principalmente nello scansare tutti i contrasti, e nel cedere in quelli che non poteva scansare. Neutralità disarmata in tutte le guerre che scoppiavano intorno a lui» (cap. 1). Neutralità disarmata. E allora è più sicuro cambiare strada per non incontrare i bravi (ragazzi) e prendere la scorciatoia del pluralismo, dell’accomodamento, del compromesso, della mediocre medietà, del dialogo usato come estintore sul fuoco della verità. D’altronde la società è composta da persone che la pensano in modo diverso. Ma è compito del cristiano e in primis di un vescovo ricondurre il pensiero diverso al pensiero uguale a quello di Dio.

Torniamo alle parole del vescovo: «È importante che ci sia sempre rispetto per tutti quelli che hanno pensieri diversi». Ma il rispetto è dovuto sempre alla persona, non sempre per quello che dice e fa la persona. La difesa dell’omosessualità e transessualità non va rispettata, ma criticata. Quando Mons. Cipolla dice che «dobbiamo in ogni caso continuare a voler bene ai nostri figli, e questo è il mio atteggiamento», siamo tutti concordi, ma il bene di questi figli non sono l’omosessualità e la transessualità. E, dunque, perché non si vuole capire che il rispetto della persona omosessuale e il proposito di volerle bene obbligano a farle comprendere che sta sbagliando e vietano di assecondare le sue condotte? In questo senso è errato che il vescovo abbia riconosciuto questo circolo ed errato che abbia presieduto la pseudo veglia di preghiera contro l’omofobia.

In tutto questo quadro così fosco brilla una piccola luce, una tenue speranza, s’intravede un possibile seppur remoto riscatto. Quella tremula luce promana dalla parola “imbarazzo” pronunciata dal vescovo, anzi sussurrata dalla sua coscienza cattolica, dal suo munus episcopale, dalla memoria di appartenere alla Chiesa e a Cristo. È un sussulto dell’animo esasperato da tanta sozzura. L’Aquinate scrive: «Mancano di pudore gli uomini immersi nei peccati, i quali non ne provano dispiacere, ma si gloriano di essi» (II-II, q. 144, a. 4 c.). Fotografia perfetta del “pride” che significa orgoglio, l’orgoglio di essere omosessuali e transessuali. Poco prima Tommaso aveva scritto: «Il pudore, che è il timore di ciò che è turpe, principalmente riguarda […] la vergogna» (Ib. a. 2 c.). Quel sano e santo imbarazzo del vescovo si chiama vergogna, virtù derivata dalla temperanza. Il suo lodevole imbarazzo, Eccellenza, qualifica di necessità quei cartelli come cosa turpe. Partiamo da lì, allora, dal vergognarsi di ciò che per altri è motivo di orgoglio e di vanto. Sì, iniziamo a vergognarci.