Missioni nel Golfo Persico, il governo è chiamato a spiegare
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Un’inchiesta di Fausto Biloslavo pubblicata dal Giornale ha evidenziato che da tempo sono state attivate due nuove missioni militari italiane, ad alto rischio, nell’area del Golfo Persico, senza la necessaria autorizzazione del Parlamento. Le spiegazioni del governo appaiono insufficienti.
Le missioni militari all’estero sono da sempre tema di acceso dibattito politico in Italia anche se in molte circostanze la loro approvazione parlamentare è stata assicurata da un voto bipartisan che ha messo in luce la condivisione di molte iniziative militari oltremare anche da parte di alcune forze di opposizione.
Quest’anno le 40 missioni militari annunciate dal governo includevano tre nuove iniziative italiane legate all’avvio di missioni di cooperazione e consulenza militare con la Tunisia, l’Iraq e la Somalia, nazioni con cui Roma ha interesse a sviluppare rapporti bilaterali più stretti nei settori della difesa e sicurezza al di là del coinvolgimento in missioni multinazionali in ambito NATO o UE.
Un’inchiesta giornalistica di Fausto Biloslavo sul Giornale ha però evidenziato che da tempo sono state attivate due nuove missioni, peraltro ad alto rischio, nell’area del Golfo Persico senza che venissero presentate ufficialmente e in modo compiuto e senza la necessaria autorizzazione del Parlamento. Il Ministero della Difesa ha confermato l’esistenza di due task force schierate in diverse nazioni arabe del Golfo. «Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica Militare a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein», ha reso noto il sito Internet del Ministero. «Il contingente nazionale è costituito da circa 400 militari dell’Aeronautica Militare, schierati in Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein», secondo quanto spiega il Ministero della Difesa. «La Task Force Air-Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area».
L’Aeronautica schiera quindi aerei da combattimento Typhoon, un aereo radar e di intelligence CAEW G-550 e un aereo da trasporto nella base aerea King Fahd di al-Taif, già sede di molti reparti della Reale Aeronautica Saudita impiegati anche in passato nelle operazioni contro le milizie Houthi yemenite che da un paio di settimane hanno ripreso gli scontri con i sauditi dopo i bombardamenti delle forze di Riad su Sanaa e Hodeida. La Task Force Air in Arabia Saudita sembra ereditare almeno in parte gli assetti della Task Force Air–Kuwait per anni schierata presso la base kuwaitiana di Ali Al Salem nell’ambito dell’operazione a guida statunitense Inherent Resolve contro lo Stato Islamico: base da cui gli italiani si ritirarono in seguito agli attacchi iraniani che puntavano a colpire le forze americane schierate nella stessa base.
La Task Force Land Cerbero dell’Esercito invece dispiega 260 militari con assetti per la difesa aerea in Arabia Saudita (una batteria missilistica SAMP-T), due radar Kronos (in Arabia Saudita e Bahrein) oltre a una batteria di cannoni a tiro rapido Skynex con munizioni a frammentazione AHEAD anti-drone e anti-missile, sistemi d’arma già distintisi nel conflitto in Ucraina e da pochi mesi consegnati all’esercito dislocato negli Emirati Arabi Uniti. Strumenti militari che sono stati chiesti all’Italia dalle monarchie arabe durante la guerra tra USA/Israele e Iran della scorsa primavera per aiutarle a difendersi da droni e missili lanciati da Teheran e volti a colpire basi americane e obiettivi nei Paesi arabi del Golfo.
Sul piano politico e normativo le recenti disposizioni consentono al governo di spostare assetti militari assegnati a missioni approvate dal Parlamento nella regione interessata dal dispiegamento, senza chiedere un ulteriore passaggio parlamentare. Quindi il trasferimento della Task Force Air dal Kuwait all’Arabia Saudita e l’invio della Task Force Land negli Emirati rientrerebbero in questa fattispecie da quanto si evince dalle dichiarazioni ufficiali.
Alle proteste e richieste di chiarimenti da parte delle opposizioni il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha risposto: «Colpisce che chi grida oggi allo scandalo ed insulta con arroganza, piuttosto che accettare il confronto sereno offerto, solo poche settimane fa ha ricevuto ogni informazione, preso parte alle audizioni e votato le autorizzazioni. Il 5 marzo scorso il Parlamento ha approvato le risoluzioni che autorizzavano il dispiegamento e il rischieramento dei sistemi di difesa aerea e antimissile nella Regione del Golfo. Il 14 luglio, le Commissioni Esteri e Difesa del Senato e il 28 luglio la Commissione della Camera, hanno prorogato le missioni, che confermano e comprendono un’area, che include l’Arabia Saudita. Non una missione nuova, dunque, ma il riposizionamento all’interno di un’area già prevista e autorizzata di capacità esistenti e non più in grado di operare dal Kuwait». Il 1° agosto il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato che «in Medio Oriente abbiamo un ruolo importante da giocare, abbiamo una presenza militare in tanti Paesi, anche nei Paesi del Golfo. Avete letto tante storie sui militari italiani in Arabia Saudita. Sono i militari che stavano in Kuwait e visto che stanno attaccando il Kuwait abbiamo spostato i nostri militari in Arabia Saudita. È stato detto in Parlamento, lo sapevano tutti. In Italia poi ogni tanto si scopre l’acqua calda».
Spiegazioni che non appaiono sufficienti e infatti le opposizioni hanno chiesto a Crosetto di chiarire meglio il tutto in Parlamento. È evidente che evacuare in Arabia Saudita il contingente italiano schierato in una base kuwaitiana e una irachena utilizzate anche da forze statunitensi e per questo colpite dagli iraniani è cosa ben diversa dal predisporre un dispositivo da combattimento aereo e antiaereo nazionale da schierare al fianco dei sauditi contro gli Houthi yemeniti e degli emiratini per difendersi da droni e missili iraniani. Inoltre, in precedenza neppure nella presentazione alle commissioni Esteri e Difesa delle missioni all’estero da rinnovare, la Difesa aveva fatto cenno alle due task force e ai loro compiti. Peraltro, se le forze aeree e la batteria missilistica SAMP/T sembrano tese ad aiutare le difese aeree saudite contro la minaccia portata dagli Houthi, i radar schierati in Bahrein e la batteria di cannoni Skynex negli Emirati Arabi Uniti fronteggiano direttamente la minaccia dei droni e dei missili iraniani nel Golfo Persico. Quindi vi sono armi e militari italiani che individuano e abbattono sistemi d’arma impiegati da Houthi e iraniani non contro l’Italia o obiettivi italiani ma contro nazioni confinanti o avversari regionali, alleati degli Stati Uniti che hanno aggredito l’Iran.
Il testo del Ministero della Difesa relativo alla Task Force Land – Cerbero spiega che la missione «concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo contro le minacce potenziali da parte dei paesi ostili», ma non spiega quali e quanti «paesi ostili» abbiano portato minacce concrete o potenziali all’Italia. Né l’Iran né gli Houthi finora lo hanno fatto. Le forze italiane schierate nel Golfo sono quindi a rischio di venire coinvolte nelle operazioni militari dal momento che le forze aeree emiratine bombardano l’Iran mentre i sauditi colpiscono non solo l’Iran ma anche i suoi alleati Houthi nello Yemen e le milizie popolari sciite (MUP) in Iraq.
È vero che gran parte delle forze dell’Aeronautica (Task Force Air) erano già in quel teatro operativo, cioè in Kuwait, mentre unità dell’Esercito erano dislocate in Iraq presso la base di Erbil ma avevano compiti diversi nell’ambito della coalizione anti-Isis a guida statunitense. Le forze aeree pattugliavano i cieli dell’Iraq settentrionale e quelle terrestri addestravano le forze curdo-irachene: l’obiettivo di quei contingenti era aiutare il governo di Baghdad contro lo Stato Islamico, non difendere Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti contro l’Iran o gli Houthi.
Appare evidente che gli attuali compiti delle due task force italiane non hanno nulla a che fare con la coalizione anti-Isis ma hanno piuttosto qualcosa a che fare con l’operazione statunitense Epic Fury contro l’Iran, guidata dal Comando Centrale statunitense con cui i reparti italiani schierati in Bahrein, Emirati Arabi Unti e Arabia Saudita devono necessariamente interfacciarsi. Del resto l’Italia ha formalmente aderito fin dal 2014 alla coalizione contro lo Stato islamico ma non risulta faccia parte di nessuna coalizione contro l’Iran e i suoi alleati.
La presenza delle forze italiane espone al rischio che vengano considerate co-belligeranti dagli Houthi e dall’Iran, Paese che già aveva minacciato Roma di rappresaglie dopo che a giugno il segretario generale della NATO, Mark Rutte, aveva annunciato in maniera confusa ed errata che 500 velivoli statunitensi erano decollati dalle basi americane in Italia per le operazioni nel Golfo Persico. È legittimo che il governo possa aver deciso di assumere un ruolo militare nel conflitto contro l’Iran o al fianco dei governi amici arabi ma sarebbe stato più indicato dibattere questo impegno pubblicamente, discuterlo in ambito governativo e farlo approvare dal Parlamento.

