a cura di Stefano Fontana
  • L'INCONTRO

La scuola parentale cattolica concretizza la Dottrina sociale

La scuola parentale Maria Mater Sapientiae di Trieste organizza da domani giovedì 4 marzo una serie di incontri on-line sulle motivazioni e le finalità della scuola parentale cattolica. Perché ne parlo in un blog di Dottrina sociale della Chiesa? Chi ha a cuore questo insegnamento sulla presenza sociale e politica dei cattolici si chiede spesso da dove possa cominciare. Per rispondere a questa domanda di solito viene in mente l’attività economica e imprenditoriale, la solidarietà, la lotta al disagio … fino, magari, alla attività politica. Tutto questo è vero, però forse la cosa oggi più urgente nell’applicazione della Dottrina sociale della Chiesa è proprio la scuola e la scuola parentale in primo luogo. Questa è senz’altro incentrata sull’educazione, ma non è solo un fatto educativo, è un fatto sociale e politico e una forma primaria di incarnazione della Dottrina sociale della Chiesa.

Un primo motivo fondamentale di ciò consiste nella centralità che nella scuola parentale assumono i genitori e la famiglia. Chi si imbarca in questa impresa testimonia molti principi della Dottrina sociale. Prima di tutto la originaria titolarità educativa dei genitori e non dello Stato. Ciò conferma il principio che la famiglia fondata sul matrimonio è la cellula della società, cioè è una società naturale vera e propria che sta all’inizio e a fondamento della comunità sociale e politica, e questo si riscontra proprio nel dovere educativo primario dei genitori. Inoltre questa loro titolarità richiama la dignità della procreazione e il diritto alla vita, perché il dovere di educare trova il proprio fondamento nella procreazione come prolungamento e continuazione di essa. È perché hanno dato la vita ai figli che i genitori hanno il dovere di educarli, vale a dire di completare la loro procreazione sul piano culturale e spirituale. Chi pensa che il primo titolare di questi compiti sia lo Stato finisce per negare che la famiglia sia società vera e precedente allo Stato e anche che l’educazione sia connessa con la trasmissione della vita. Lo Stato infatti pretende di educare i fanciulli e i giovani e nello stesso tempo tramite l’aborto legale ne impedisce la nascita.

Come si vede, l’educazione parentale tocca punti molto importanti della concezione della società e della politica, ricentra molte cose nella loro verità, stabilisce un ordine di priorità. Più in generale la scuola parentale assume un significato politico in quanto appunto fa riferimento ad un ordine finalistico che va rispettato e da cui nascono dei doveri morali. Quando i genitori rivendicano davanti allo Stato il diritto di educare i figli, non lo fanno pensando di avere dei diritti sui figli, perché nessuno ha dei diritti sulle altre persone, che non sono cose. Lo fanno, invece, per assolvere ad un dovere. Ora, il dovere ha questa caratteristica: ci si impone in quanto espresso da un ordine naturale delle cose. Il fatto di essere genitore impone dei doveri verso i figli, doveri che non si scelgono, non si stabiliscono soggettivamente, ma che promanano dal nostro essere genitori, naturalmente. I doveri non ce li diamo da soli e a nostro piacimento, nei confronti dei doveri noi siamo a disposizione, perché i doveri sono indisponibili.

Non li decidiamo noi, sono decisi dell’ordine naturale delle cose. Per questo motivo i genitori non sono poi liberi di educare i figli come essi credono, in modo scriteriato, perché il dovere dice appunto “devi” agire secondo una regola. I genitori devono educare i figli secondo i fini naturali della persona umana, dando loro una piena educazione umana e religiosa. Possiamo fare l’esempio dell’educazione gender. Se i genitori fossero d’accordo con questo tipo di educazione e accettassero che fosse impartita ai loro figli o decidessero essi stessi di impartirla loro, la loro educazione sarebbe per questo buona e giusta? Evidentemente no, perché contraria alla legge morale naturale che è appunto l’ordine naturale da rispettarsi nell’educazione e a cui tutti i genitori sono vincolati moralmente. L’educazione non è valida per il fatto che viene fatta dallo Stato, così non è automaticamente valida per il fatto che viene fatta dai genitori. Al positivismo educativo di Stato non si deve sostituire un positivismo educativo dei genitori. I genitori rivendicano un loro dovere-diritto fondandolo non sulle loro aspirazioni soggettive ma sull’ordine naturale delle cose, così si impegnano ad educare poi i figli secondo questo ordine naturale delle cose. La scuola parentale ha senso solo sulla base di una visione realistica e metafisica della realtà come un ordine finalistico, fuori di questo quadro diventa solo una rivendicazione soggettiva.

La scuola parentale applica quindi tutti i principi della Dottrina sociale della Chiesa, testimonia una visione oggettiva del bene comune, ristabilisce la priorità della famiglia, valorizza la procreazione umanamente e non artificialmente intesa, applica il principio di solidarietà e di sussidiarietà, contesta il centralismo statalistico, chiede di essere naturalmente prolungata nei corpi intermedi della società civile, della comunità locale e della patria, critica l’apparato burocratico dell’istruzione pubblica, valorizza la responsabilità personale e dei genitori, coinvolge parenti e amici in uno scopo comune.