• LE BUGIE DI MENTANA

La Polonia fu cattolica solo dopo il conflitto mondiale

Nel Paese era presente la più grande comunità ebraica del mondo. Ancora adesso la Polonia orientale è ortodossa e sono presenti i musulmani. La nazione divenne prevalentemente cattolica solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, per lo spostamento dei suoi confini, per lo sterminio degli ebrei e per l’atteggiamento eroico tenuto dalla Chiesa cattolica durante il periodo sovietico.

Vogliamo spendere ancora due parole sulla «cattolicissima» Polonia? Perché, se questa è l’immagine che ne abbiamo in Italia (e che ne ha Enrico Mentana), la realtà è un pochino più complicata. Quella che noi conosciamo come nazione «cattolicissima» in realtà è una nazione nelle quale, praticamente, tutte le religioni hanno pacificamente convissuto per secoli.

Diciamo allora che la Polonia diventa cattolica solo intorno all’anno Mille, precisamente nel 966. I polacchi più anziani si ricordano ancora le celebrazioni per il millenario del cattolicesimo in Polonia, quando il regime proibì il pellegrinaggio dell’effigie della Madonna di Częstochowa e vescovi e sacerdoti portarono in processione per tutto il paese la cornice vuota. In Polonia c’era una importante componente protestante fin da quando, nel 1525, il gran maestro dell’Ordine Teutonico si convertì al luteranesimo (guardacaso era un Hohenzollern…); e i cavalieri templari governavano un gran tratto della Polonia settentrionale. C’era poi la libera città di Danzica,  proprio quella dei famosi cantieri navali Lenin. In questa città commerciale (e nel territorio circostante) la presenza tedesca e olandese era importantissima; per questo motivo anche quella zona era a prevalenza protestante. Ricordate il famoso «corridoio di Danzica» di Hitler? Nacque proprio perché la Polonia settentrionale aveva questa nutrita presenza germanofona.

In Polonia era presente la più grande comunità ebraica del mondo (e questo spiega perché proprio in quelle terre furono edificati i principali campi nazisti). Gli ebrei in Polonia godevano di libertà e privilegi che non avevano mai avuto in nessun altro stato al mondo. Erano praticamente una comunità autonoma con le più ampie facoltà al punto che, quando la Russia si annesse la Polonia orientale nelle famose tre spartizioni (1772, 1793 e 1795), si trovò impreparata a dover gestire la comunità ebraica. I problemi conseguenti questa gestione li viviamo tutt’ora. Per approfondire consiglio il libro (in due tomi) di Solženitcyn Due secoli insieme (Controcorrente, Napoli 2007). Ancora oggi, nonostante le vicende della Seconda Guerra Mondiale, l’ebreo askenazita (con il caffettano nero e gli stumenti musicali klezmer) è un’icona imprescindibile nell’immaginario polacco e alcune parole di uso comune sono parola hiddish. In Polonia si diffuse la mistica ebraica si Sabbatai Zevi e Jacob Frank, che influenzò moltissimo la cultura nazionale. Una piccola nota di colore: in hiddish, Polonia si dice Polin, cioè «qui riposi».

Ancora adesso la Polonia orientale è ortodossa; figuriamoci nei secoli precedenti, quando i confini della Polonia erano spostati a est, dove adesso ci sono la Bielorussia e l’Ucraina.

In Polonia ci sono sempre stati (e ci sono ancora adesso) i musulmani. Più volte il paese, nei secoli, è stato baluardo contro le invasioni tartare e molti di questi guerrieri si sono fermati nel paese combattendo come mercenari. Divennero musulmani e combatterono, ad esempio, a fianco di Jan Sobieski per liberare Vienna dall’assedio degli Ottomani (1683). Se qualcuno si domandasse perché i polacchi usavano la sciabola anziché la spada, portassero i baffoni e avessero quegli strani vestiti di foggia orientale, la risposta è semplice: per secoli combatterono fianco a fianco contro i temibilissimi tatari e ne acquisirono costumi e usanze.

In Polonia sono presenti, seppur poco rappresentate, le religioni vediche, fin dalla metà del Novecento, a causa di immigrazioni da oriente durante il periodo sovietico. Ci sono testimoni di Geova e massoni; in Polonia si diffuse il socinianesimo, poi unitarianesimo.

Insomma: la Polonia fu sempre, nei secoli, terra di tolleranza e pacifica convivenza tra le religioni.

La Polonia diventa prevalentemente cattolica (all’86%, più o meno come in Italia) solo dopo la Seconda Guerra Mondiale, e per tre motivi. Il primo è lo spostamento dei suoi confini, che ha avuto come conseguenza la perdita di gran parte della popolazione ortodossa (finita in Russia) e protestante (migrata in Germania). Il secondo è la deportazione e lo sterminio di ebrei (insieme a testimoni di Geova e altre minoranze religiose) e le successive aliyah, cioè le emigrazioni degli ebrei sopravvissuti in Israele durante il periodo sovietico. Il terzo motivo è l’atteggiamento che la Chiesa cattolica tenne durante il periodo sovietico. Almeno fino alla creazione di Solidarność (1980) la Chiesa cattolica ebbe il ruolo di alternativa non tanto politica, ma culturale e sociale al regime comunista. L’importante attivismo e il comportamento eroico di vescovi, sacerdoti e semplici fedeli riempirono i seminari e le Chiese come mai nella storia della Polonia. Il comportamento fermo e risoluto, la disponibilità al martirio, la carità vissuta fin nei gesti più piccoli, insomma: il Vangelo. Tutto questo (oltre alle circostanze storiche) fecero della Polonia quel paese che i media oggi chiamano «cattolicissimo»; e che non è cattolicissimo nei numeri (come abbiamo visto), ma nella fede e nel comportamento.

È proprio vero che sanguis martyrum, semen christianorum, il sangue dei martiri è il seme dei cristiani (Tertulliano, Apologeticum, 50, 13).