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Il sacerdote e poeta

La passione di Rebora, alla sequela di Gesù crocifisso

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La poetica di Clemente Rebora, dopo la conversione, è tutta tesa alla scoperta del Signore. Un cammino umano, spirituale e artistico che sfocerà in un periodo segnato dalla malattia, da lui affrontata in unione alla Passione di Cristo.

Cultura 02_04_2026

Poesia e mistica, a volte è difficile fare distinzione. Versi, parole che lambiscono l’Eterno, Dio, ciò che è al di là dell’umano. I poeti, a volte, sono persino profeti. È questa la forza della poesia: questa capacità di andare oltre il mondo terreno, di superare i limiti del tempo, così come fa la preghiera. Ciò accade nella poesia di Clemente Rebora (1885-1957), insegnante prima, fine letterato che a un certo punto della sua vita, convertitosi, decise di consacrarsi a Dio, divenendo sacerdote. Nel 1930 entrò come novizio nel Collegio Rosmini di Stresa. Era l’inizio di una nuova vita e di una nuova poetica, tutta tesa alla scoperta del Signore, all’approfondimento dei temi spirituali. Un cammino umano, spirituale e artistico che sfocerà in un periodo della sua vita segnato dalla malattia che lo porterà alla morte.

Ma ciò che colpisce di più di questi anni di infermità (soprattutto dal 1955 al 1957) è la sua piena accettazione della sofferenza. Sembra quasi rivedere in lui il Cristo sofferente della Passione, in silenzio, senza un lamento, nella piena accettazione del tutto: sorprende il silenzio di Rebora, testimoniato da molti confratelli. Un inseparabile taccuino accanto a lui, anche quando cominciò a non avere quasi più possibilità dell’utilizzo degli arti: penna e foglio per segnare la sua Passione, testimone di un amore incondizionato verso il Signore. A un suo confratello, ad esempio, nella malattia ripeteva: «In te, Domine, speravi, non confundar in aeternum. Misericordias Domini in aeternum cantabo», versetti tratti rispettivamente dai Salmi 30 e 88. Il canto verso Dio, anche nella malattia. Un canto di lode. Sovrumana presenza del Signore nel suo animo: percezione che solo i santi e i mistici possono provare.

I temi che Rebora affronta con la sua penna sono molteplici. Certamente, molti di carattere spirituale, soprattutto dopo aver incontrato Dio. Ma è importante comprendere che comunque, come sappiamo dal suo epistolario, Rebora stesso considerava religiosa tutta la poesia per il semplice fatto di essere tale, di essere appunto poesia. Rebora entra in un misticismo che diviene “pragmatismo”, corpo e sangue: non si ferma alla sola parola, al solo verso, perché la sua dimensione spirituale è radicata non solo nella sua anima ma anche nel suo corpo, facendo esperienza della croce che, nel suo caso, diviene la metafora universale della sofferenza e della malattia, della morte. E tutto ciò è possibile trovarlo nei suoi Canti dell’Infermità, raccolta di poesie scritte in quel frangente così doloroso della sua esistenza, pubblicata nel 1956 e ampliata in una nuova edizione nel 1957.

«La misericordiosa bontà di Gesù Crocifisso/ mi tiene ancor sempre sacerdote attivo: non/ potendo più celebrare il Sacrificio dell’Altare,/ mi fa celebrare il Sacrificio della Croce./ Far poesia è diventato per me, più che mai,/ modo concreto di amar Dio e i Fratelli./ Charitas lucis, refrigerium crucis». Versi che troviamo nei Pensieri, una sorta di premessa al testo, che nell’edizione dell’opera del 1956 non hanno titolo. Già si comprende bene la linea che seguirà nelle pagine a seguire: una Passione che Rebora vive anche nell’impossibilità di celebrare. Ma all’autore non è impedito di “celebrare” in altro modo: con i versi delle sue poesie. Si parla di Sacrificio della Croce e di Charitas lucis, refrigerium crucis: è l’amore di Dio per l’umanità, un amore “sospeso” con il corpo di Cristo sulla croce.

E proprio nel componimento dal titolo Notturno troviamo il poeta stesso in croce, accanto a Cristo: o meglio, Cristo diviene suo specchio, e lui di Cristo: «Il sangue ferve per Gesù che affuoca./ Bruciami!, dico: e la parola è vuota./ Salvami tutto crocifisso (grido)/ insanguinato di Te! Ma chiodo al muro,/  in fisiche miserie io son confitto./ La grazia di patir, morire oscuro,/ polverizzato nell’amor di Cristo:/ far da concime sotto la sua Vigna,/  pavimento sul qual si passa, e scorda,/ pedaliera premuta onde profonda/ sal la voce dell’organo nel tempio –/ e risultare infine inutil servo». Rebora grida come il Signore ha fatto sulla croce, chiede aiuto in quel verso, Salvami tutto crocifisso (grido): un mistico poeta, tutto intriso del sangue di Gesù. E poi, c’è tutta la consapevolezza di essere un inutil servo.

Infine l’apice, raggiunto nel componimento poetico Solo calcai il torchio: momento culminante della sua “vicinanza” con la Passione del Signore. Ancora una volta è protagonista il sangue, visto nella sua duplice “natura”: il sangue versato da Gesù Cristo nella Passione, che è anche il sangue di redenzione che libera l’umanità, espressione di vita: «Solo calcai il torchio:/ con me non era nessuno:/ calcarono su me tutti:/ inebriato quasi spreco di sangue/ in una rossa follia:/ solo il torchio calcai:/ liquido amore profuso/ in estremo furore,/ calcai il torchio, solo:/ solo a torchiare,/ solo a spremere il sangue mio:/ tutto il mio Sangue sparso,/ tutto in me già arso/ dall’Immacolato Cuore di Maria:/ invisibile ardore, quaggiù:/ l’incomprensibile amore del Padre./ Gesù Gesù Gesù!». L’ultima invocazione, con il nome del Salvatore scritto tre volte, Gesù Gesù Gesù, tanto ricorda la frase scolpita nel cuore di ogni fedele nel momento della lettura della Passio: «Eloi, Eloi, lama sabachthani?». Una ripetizione che in Rebora si fa già preannuncio di Resurrezione: scrive, infatti, liquido amore profuso. Il sangue liberante che diviene amore: per Cristo, amore per l’umanità. Per Rebora, amore per la poesia.