• EDITORIALE

La morte continua ad avere colore

L'imbarazzante diversità di monumenti dedicati a Milano al commissario Calabresi e allo studente Roberto Franceschi ucciso nel 1973 (solennemente ricordato dal sindaco Pisapia nei giorni scorsi), la dice lunga sul come l'ideologia giochi ancora un ruolo dominante.

Il monumento a Roberto Franceschi


Qualche giorno fa, nel 40° anniversario della sua uccisione, l’imponente monumento ben presto eretto a Milano davanti all'Università Bocconi nel luogo ove cadde lo studente Roberto Franceschi (colpito a morte il 23 gennaio 1973, nel corso di incidenti davanti a quella università, da un proiettile certamente sparato da un’ “arma in dotazione delle forze di polizia”), è stato al centro di una solenne cerimonia commemorativa presieduta dal sindaco della città, Giuliano Pisapia. E su questo beninteso non c’è niente da eccepire.

Forse perché mi capita spesso di passare dinnanzi sia all’uno che all’altro, l’episodio mi ha però ancora una volta richiamato alla memoria il disagio che non si può non provare di fronte al grande divario tra la ferrea imponenza del monumento a Roberto Franceschi (che non è una scultura bensì il pezzo recuperato di un gigantesco maglio meccanico paleo-industriale) e il modesto rilievo del timido e discosto monumentino eretto a Milano in via Cherubini a ricordo del commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato a freddo il 17 maggio 1972.

Il monumentino - che per dimensioni e forma somiglia a una di quelle tombe di comune decoro cosiddette “a giardinetto” – è completato da una modesta e banale targa in lamina di ottone, simile a quelle che alle porte dei vicini condomini indicano a norma di legge i nomi dei loro amministratori.  E, forse anche per non rubare posto alle auto in sosta, non sorge là dove egli venne assassinato. L’hanno messo un po’ fuori mano, dall’altra parte della via, a margine di un’aiuola di verde pubblico, tra cespugli intesi non si capisce bene se un po’ a decorarlo o se un po’ a mascherarlo.

Ciononostante bisogna compiacersene, se è vero come è vero che perché venisse eretto si sono dovuti attendere oltre trent’anni. La sua inaugurazione, peraltro alla lodevole presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, risale infatti al 17 maggio 2007. Né si può dimenticare che si dovette attendere il 2004 perché la concessione alla memoria di Calabresi da parte del presidente Ciampi di una medaglia d’oro al Valore civile venisse a disperdere i fumi della campagna di diffamazione, promossa da Camilla Cederna con l’attivo sostegno dell’intellighenzija progressista milanese del tempo, sullo spunto della quale ci fu chi poté credere che assassinare quel commissario – tra l’altro padre di due figli piccoli e la cui moglie era in attesa del loro terzogenito – fosse un gran bel gesto.

La campagna era iniziata il 13 giugno 1971 con una “Lettera aperta sul caso Pinelli” pubblicata da L’Espresso. Il testo della lettera e l’elenco dei 757 firmatari (ricco tanto di conferme quanto di sorprese), oggi facilmente reperibili via Internet su Wikipedia, sono documenti tuttora molto interessanti della cultura e della “topografia” di quel mondo.

Sia chiaro, sappiamo tutti benissimo che tra l’uccisione di Franceschi e l’assassinio di Calabresi non c’è alcun diretto legame. Hanno però in comune il fatto di essere due fatti di sangue di quei medesimi drammatici anni. Guardando allora ai così diversi modi della loro rispettiva commemorazione non si può non concludere, purtroppo, che di quell’amaro tempo persiste tuttora una memoria nient’affatto purificata.