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IL DIBATTITO

La guerra è un male, ma il pacifismo cattolico lo peggiora

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Il conflitto medio-orientale ha rilanciato tra i cattolici il dibattito sulla "guerra giusta" e, soprattutto in Europa, prevale nella Chiesa un pacifismo radicale, che di fatto nega l'esistenza del peccato originale ed espone i più deboli alle mire degli aggressori di turno.
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Attualità 19_06_2026 English

Con l’inizio della guerra israelo-americana contro l’Iran, nel mondo cattolico si è fatto caldo il dibattito attorno al tema della cosiddetta “guerra giusta”, con posizioni che oscillano tra il pacifismo assoluto e il giustificazionismo per qualsiasi guerra che si presenti a difesa dell’Occidente.

Curiosamente, in questo dibattito si fa molta fatica a partire dalle quattro condizioni poste dal Catechismo della Chiesa cattolica per una legittima difesa armata, uniche condizioni per cui una guerra può essere giustificata, e cioè: «che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo; che tutti gli altri mezzi per porvi fine si siano rivelati impraticabili o inefficaci; che ci siano fondate condizioni di successo; che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione».

In un articolo successivo avremo modo di approfondire il giustificazionismo; in questa sede vale invece la pena soffermarsi sulla deriva pacifista che oggi, grazie anche al pontificato di Francesco, è prevalente nella Chiesa e che, nelle sue forme più radicali, pretenderebbe di condannare persino l’esistenza degli eserciti. Già abbiamo avuto modo di confutare, con il Magistero, certe tesi espresse, ad esempio, per la parata militare in Italia dello scorso 2 giugno.

È però importante cogliere un errore che è all’origine di certe derive e gli equivoci attorno alla questione della guerra. Il pacifismo, con la pretesa di un mondo senza armi, senza aggressori né aggrediti, fondato sulla mera volontà dell’uomo, è un’utopia che nega una realtà ineliminabile: il peccato originale. Già, perché la guerra è la conseguenza del peccato contro Dio e quindi, come avverte la Costituzione pastorale Gaudium et Spes, «gli uomini, in quanto peccatori, sono e saranno sempre sotto la minaccia della guerra fino alla venuta di Cristo» (no. 78). Perciò l’idea di un mondo senza guerre o senza minaccia di guerre è un’utopia pericolosa che può essere forse comprensibile in John Lennon, molto meno quando la proclamano i pastori della Chiesa.

Diverso è l’impegno per evitare le guerre o, meglio, per la pace. Ma questo significa una sola cosa, ovvero la conversione a Cristo. La pace – avverte il Compendio di Dottrina sociale della Chiesa, «lungi dall’essere una costruzione umana, è un sommo dono divino offerto a tutti gli uomini, che comporta l’obbedienza al piano di Dio» (no.489).

Molti prendono a pretesto «la potenza dei moderni mezzi di distruzione», per dirla con il Catechismo, per negare la stessa possibilità di giustificare una guerra. Lo ha scritto anche papa Francesco nell’enciclica Fratelli Tutti, affermando che oggi «è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile ‘guerra giusta’». Il Catechismo però considera l’esistenza delle armi di distruzione di massa come un elemento ulteriore di riflessione e prudenza attorno alla decisione di intervenire militarmente per difendersi, non certo come la negazione della possibilità di una legittima difesa.

Il cambiamento di situazioni contingenti può spingere a dettagliare ulteriormente la dottrina della legittima difesa, non può cambiarne i criteri. Ne sono un esempio gli interventi in materia di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Il primo, tenendo conto all’inizio degli anni ’90 dello scorso secolo delle atrocità della guerra nei Balcani che stavano avvenendo, introdusse il concetto di “ingerenza umanitaria”, definendola come «un dovere e un diritto (…) per disarmare uno che vuole uccidere. Questo non è favorire la guerra ma impedire la guerra».

Ovviamente anche questo principio ha le sue condizioni, che Giovanni Paolo II espresse nel messaggio per la Giornata della Pace il 1° gennaio 2000: le azioni per disarmare l’aggressore «devono essere circoscritte nel tempo e precise nei loro obiettivi, condotte nel pieno rispetto del diritto internazionale, garantite da un'autorità riconosciuta a livello soprannazionale e, comunque, mai lasciate alla mera logica delle armi» (no. 11). E successivamente Benedetto XVI, nell’importante discorso all’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 18 aprile 2008, riprese il concetto riferendosi alla «responsabilità di proteggere» (per un approfondimento di questo tema cfr. La Bussola mensile no. 29, aprile 2026). Del resto, come spiega ancora il Compendio di Dottrina Sociale, «il diritto all’uso della forza per scopi di legittima difesa è associato al dovere di proteggere e aiutare le vittime innocenti che non possono difendersi dall’aggressione» (no. 504).

Proprio questa precisazione ci dà l’occasione di rilevare un equivoco tipico del pacifismo, incluso quello cattolico: ovvero la confusione o addirittura l’equiparazione tra uso della forza e violenza. Sono due concetti che vanno tenuti ben distinti, perché l’uso della forza in certi casi non è solo legittimo ma perfino doveroso (come già spiegato sopra), mentre non è mai giustificabile la violenza, l’intenzione di distruggere vite umane o l’indifferenza di fronte a questo. «La violenza è male, la violenza come soluzione ai problemi è inaccettabile, la violenza è indegna dell’uomo - diceva Giovanni Paolo II durante il viaggio in Irlanda nel 1979 -. La violenza è una menzogna, poiché è contraria alla verità della nostra fede, alla verità della nostra umanità. La violenza distrugge ciò che sostiene di difendere: la dignità, la vita, la libertà degli esseri umani».

E questo vale anche in tempo di guerra, dove tutto deve essere fatto per garantire prima possibile le condizioni della pace e dove non c’è una sospensione del diritto umanitario e – come sottolinea ancora la Gaudium et Spes - «non tutto diventa lecito tra i belligeranti quando la guerra è ormai disgraziatamente scoppiata» (no.79).

Dunque, si può certo sostenere che la maggior parte delle guerre attuali non sia giusta; si può anche discutere se certe difese dei confini nazionali rispettino davvero tutte le condizioni per una autentica legittima difesa. Ciò che però è contrario alla visione cattolica è questo pacifismo imperante nella Chiesa che da una parte predica il disarmo totale (meglio se unilaterale) e poi, paradossalmente, si ritrova a tifare per regimi sanguinari e violenti.

  1. continua