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ELEZIONI USA

La foto segnaletica di Trump diventa un segnale di guerra

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La foto segnaletica di Donald Trump, con il suo sguardo arrabbiato, ha già fatto la storia. Non solo è la prima di un ex presidente, ma ha già fruttato un record di incassi alla campagna di Trump. Diventando un simbolo di ribellione. 

Editoriali 28_08_2023
La foto segnaletica di Donald Trump

La foto segnaletica di Donald Trump, con il suo sguardo arrabbiato, ha già fatto la storia. Scattata dalla polizia nel suo brevissimo arresto in Georgia, nell’ambito del processo che dovrà affrontare con l’accusa di aver tentato di ribaltare l’esito elettorale nel 2020, è la prima foto segnaletica di un ex presidente, nonché candidato alla presidenza nel 2024. Ma ha anche già fatto la storia delle campagne elettorali e del loro merchandising: la campagna di Trump l’ha stampata su magliette, tazze e altri oggetti da mettere in vendita, raccogliendo un totale di 7,1 milioni di dollari solo nel primo fine settimana.

Sicuramente molti l’avranno acquistata per senso di umorismo o per schernire “The Donald”. Però il significato di quella foto, in queste elezioni, è di protesta: è il simbolo dell’interferenza del governo federale (quindi dell’amministrazione Biden) nelle elezioni. Ed è questa la scritta che accompagna l’immagine. Per gran parte degli elettori repubblicani, che riconfermerebbero la candidatura di Trump con una maggioranza schiacciante (55% secondo la media dei sondaggi nazionali di ieri), il governo sta effettivamente cercando di eliminare il suo maggiore concorrente, anche usando la giustizia per raggiungere i suoi scopi politici.

Biden, in ferie, può ancora permettersi di prendere a cuor leggero questa situazione, dopo aver commentato la foto segnaletica del “ragazzo meraviglioso”, espressione che ha usato nell’intervista rilasciata a botta calda alla ABC. Ma la protesta che sta diffondendosi contro il suo governo non può essere trattata con leggerezza. Per la prima volta, una parte consistente dell’elettorato americano, potenzialmente maggioritaria, sceglie un candidato precisamente perché è sotto accusa da parte del governo. Non è più una competizione alla pari, Trump contro Biden. Questa volta è Trump contro il governo federale. Una polarizzazione così non si vedeva, negli Usa, da tutto il Novecento. L’ex presidente repubblicano la sta ulteriormente alimentando. Dopo l’incriminazione in Georgia (e la foto) ha detto ai suoi sostenitori che “oggi prendono me, ma domani verranno a prendere voi”. E che le prossime elezioni saranno “una lotta epica per salvare il Paese dalle forze sinistre che lo odiano”.

Come si è giunti al punto che i Democratici vedono i Repubblicani come degli eversori, mentre, viceversa, i Repubblicani vedono i Democratici al governo come dei dittatori? In un’analisi sulla polarizzazione americana, vista da una prospettiva storica, Aaron Zitner, sul Wall Street Journal, constata che il maggior cambiamento rispetto al passato sia nella demografia dei partiti. Se un tempo erano molto più pluralisti al loro interno, oggi sono estremamente più omogenei. E così inizia a funzionare anche la società americana: il cittadino medio tende a frequentare esclusivamente suoi simili, per religione, cultura, appartenenza etnica.

All’interno dei due maggiori partiti, i dati raccolti dal General Social Survey negli ultimi 50 anni, rilevano questa progressiva trasformazione dei due partiti in gruppi omogenei al loro interno. Nel 1975 e soprattutto negli anni ’80, la popolazione che si considerava religiosa era equamente distribuita fra Democratici e Repubblicani. Nel corso dei decenni del nuovo secolo, i religiosi sono sensibilmente calati (dal 40% al 30%) nel Partito Democratico, mentre sono rimasti costanti (e in certi periodi sono cresciuti) in quello Repubblicano. Un altro indicatore interessante è quello della distribuzione dei cittadini che si identificano come “conservatori” e “progressisti” (liberal). I primi erano sempre stati in maggioranza Repubblicani, ma dal 40% del 1975 ora sono il 75% del partito dell’elefantino. Al contrario, i conservatori nel Partito Democratico (erano il 25% nel 1975) oggi si sono praticamente estinti. Lo stesso vale per i progressisti, che si sono concentrati tutti nel Partito Democratico (dal 30% al 60% negli ultimi 50 anni) mentre si sono quasi del tutto estinti in quello Repubblicano.

Oggi la politica americana assomiglia molto di più a quella italiana, in particolar modo alla Prima Repubblica, con partiti ideologici. Un ex presidente repubblicano, nonché candidato, che viene incriminato, in passato sarebbe stato considerato un impresentabile. Nel nuovo ambiente ideologico è invece un martire. Uno sfidante di questo tipo, agli occhi dei Democratici, non è un avversario legittimo, ma un nemico da abbattere, con le buone e con le cattive. Le premesse per le prossime elezioni americane sono queste.