Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
l'intervista / D'Acunto

La fede senza compromessi nell'inno dedicato a san Francesco

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Uno strumento vivo, che scuote l'ascoltatore e respinge letture annacquate: a La Bussola parla l'autore del testo composto per gli ottocento anni dalla morte del Santo di Assisi, in cui risuona la chiamata a un’adesione radicale e senza compromessi a Cristo.

Ecclesia 04_05_2026
LaPresse (AP Photo/Gregorio Borgia)

È ancora possibile, oggi, vivere il Vangelo senza compromessi? La domanda non apre semplicemente un’intervista: la incendia, cade netta e tagliente. A ottocento anni dal transito di san Francesco l’inno commemorativo non intende semplicemente limitarsi alla celebrazione: rilancia, provoca, divide. Nessuna nostalgia, nessuna versione edulcorata del Santo. Al centro torna una figura scomoda, tutt’altro che pacificata, capace ancora di mettere in crisi linguaggi, abitudini e coscienze. Angelo D’Acunto, già professore di Storia e Filosofia nei licei di Stato e da trentasette anni docente di Liturgia e Teologia sacramentaria alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma, è l’autore del testo dell’inno per gli ottocento anni del transito di san Francesco d’Assisi. Psicoterapeuta e capitano degli Alpini, D’Acunto unisce formazione accademica, esperienza clinica in un profilo fuori dagli schemi, segnato da rigore analitico e sguardo diretto sull’uomo.
È in questo confronto serrato che prende forma il dialogo con l’autore dell’inno: un lavoro che non si limita a ricordare san Francesco, ma lo rimette al centro come questione aperta. Ottocento anni dopo, la sua eredità non si lascia archiviare. E continua ad interpellarci.

Come è nata l’idea di scrivere un inno dedicato agli ottocento anni del transito di San Francesco?
L’idea prende forma su impulso di padre Matteo Ferraldeschi, maestro di Cappella della Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli di Assisi. È lui a coinvolgere monsignor Valentino Miserachs Grau, già direttore della Cappella Liberiana e del Pontificio Istituto di Musica Sacra, nonché compositore di riconosciuto valore. Da qui nasce un sodalizio artistico che affida all’autore del testo un compito preciso, ma aperto: scrivere i versi dell’inno in piena libertà, tanto nei contenuti quanto nel metro letterario. Una scelta che diventa, di fatto, la prima chiave interpretativa dell’opera.

Quali sono stati i principali punti d’ispirazione durante la stesura del testo?
L’inno penetra senza filtri nei punti più profondi dell’esistenza del Santo di Assisi. Non si accontenta di raccontare: incalza, scava, trasforma. Ogni strofa prende un episodio e lo ribalta in simbolo, senza addolcirlo. Al centro esplode la Porziuncola e il Vangelo vissuto “sine glossa”: niente interpretazioni, niente alibi, solo adesione totale. È una fede nuda, diretta, senza scappatoie.

E Chiara?
Non è una figura secondaria, ma lo specchio di quella stessa radicalità condivisa. Il risultato non è una celebrazione rassicurante: è una provocazione. Davvero oggi è possibile una fede così assoluta?

Quali emozioni o valori ha voluto trasmettere attraverso le parole dell’inno?
L’inno segue i momenti chiave della vita di Francesco – chiamata, conversione, povertà, carità – trasformandoli in simboli spirituali. Tre le direttrici: cristocentrismo, ogni gesto viene letto come imitazione di Cristo; semplicità evangelica, attraverso un linguaggio diretto; universalità, Francesco proposto come figura capace di parlare a tutti.

Ha collaborato con musicisti o altri artisti durante la realizzazione dell’inno?
Nessun lavoro in solitaria: confronto costante con monsignor Grau e padre Ferraldeschi. Un dialogo continuo, senza sconti.

Quanto tempo ha richiesto la stesura definitiva del testo?
Tre mesi. Non un giorno di più, non uno di meno.

Ha incontrato difficoltà particolari nel trasporre in parole la spiritualità francescana?Niente artifici: ritorno alle fonti francescane, ascolto interiore e traduzione diretta. “Quel che detta dentro” diventa parola, senza sovrastrutture.

In che modo l’inno si inserisce nelle celebrazioni degli ottocento anni di San Francesco?
Uno strumento vivo, pensato per essere cantato da tutte le famiglie francescane. Le strofe moltiplicano i richiami ai luoghi e alla memoria del Santo.

Pensa che l’inno possa parlare anche ai giovani o alle persone meno vicine al messaggio francescano?
Solo a chi è disposto a mettersi davvero in gioco. Non è più tempo di mezze misure: o si entra fino in fondo, o si resta fuori.

Ci sono simboli o immagini ricorrenti nel testo che meriterebbero una spiegazione particolare?
I simboli ci sono, ma non richiedono spiegazioni: esigono partecipazione. Se ci si avvicina con devozione, la reazione è una sola, lasciarsi colpire.

Ci racconta come si è svolto il processo di scrittura: ha seguito un metodo preciso o si è lasciato guidare dall’ispirazione?
Prima l’istinto, senza filtri. Poi il lavoro duro: rigore metrico, disciplina, tagli. Perché un inno non può permettersi il lusso dell’imprecisione, deve funzionare, deve essere cantato.

Qual è secondo lei il messaggio centrale che l’inno vuole trasmettere?
Il messaggio centrale dell’inno è, a mio avviso, molto chiaro e persino provocatorio nella sua semplicità: una chiamata a un’adesione piena, radicale e senza compromessi a Cristo. Non si tratta di una fede tiepida o adattata alle convenienze personali, ma di una scelta esigente, che coinvolge tutta la vita. L’inno sembra voler scuotere l’ascoltatore, invitandolo a uscire da interpretazioni superficiali o accomodanti del messaggio cristiano. In questo senso, rifiuta letture “annacquate”, che riducono la fede a un insieme di valori generici o a un’etica di comodo, così come respinge approcci di facciata, anche quando si presentano con linguaggi contemporanei o apparentemente nobili, come certe declinazioni puramente “ecologiste”, ma scollegate dal cuore del Vangelo. Al contrario, propone una fede coerente, incarnata e totalizzante, che richiede impegno e una reale trasformazione interiore.

Come immagina che verrà ricordato questo inno fra altri 800 anni?
Lasciamo il tutto nelle mani della Provvidenza.

Esprima un desiderio.
Sarei veramente felice se l’inno venisse cantato anche in Terra Santa: sono pronto a comporre una strofa ad hoc per ricordare che san Francesco, nel 1219 a Damietta, durante la Quinta Crociata, attraversò le linee di guerra per incontrare il sultano al-Malik al-Kamil, e con lui parlò in modo pacifico e rispettoso, e ne ricevette accoglienza benevola, cosa eccezionale nel clima di guerra religiosa del tempo.



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