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ARTE SACRA

La Fabbrica di San Pietro, un “libro vivo” di arte e fede

Un immenso laboratorio che per secoli ha intrecciato i nomi dei pontefici susseguitisi nella vita della Reverenda Fabrica e degli artisti che vi hanno operato. Una storia che raggiunge il culmine, anche visivo, con la cupola michelangiolesca, simbolo della Chiesa di Cristo e del suo Vicario in terra.

Cultura 18_11_2022

Opera sovrumana, così potrebbe definirsi la Reverenda Fabrica Sancti Petri, il grande “laboratorio” che diede vita alla sublime bellezza della basilica romana di cui oggi ricorre la festa della sua dedicazione, assieme a quella intitolata all’apostolo Paolo. Importante data, quella del 18 novembre, perché – come ricorda il Martirologio Romano – «viene simbolicamente espressa la fraternità degli Apostoli e l’unità della Chiesa».

E se monumentale rimane la basilica di San Pietro, altrettanto monumentale è la storia della Fabbrica. «La storia e la fortuna della Fabbrica di San Pietro sono strettamente legate al genio e all'esemplare maestria di coloro che vi hanno lavorato negli oltre cinque secoli di vita», così si legge nel volume Quando la Fabbrica costruì San Pietro. Un cantiere di lavoro, di pietà cristiana e di umanità XVI-XIX secolo, curato da A. Di Sante e S. Turriziani (Il Formichiere, Foligno 2016). Molteplici esperienze ed esistenze si vanno così ad intrecciare e a confluire in questo immenso oceano di arte e fede; in fondo, in questo alternarsi di biografie – sia queste piccole o grandi – è possibile intravedere un “qualcosa” di ancora più vasto: il perpetuarsi della grandezza della Chiesa lungo l’asse della storia dell’umanità.

Ai tanti nomi illustri e meno noti delle maestranze che si sono alternate nella costruzione della basilica, corrisponde un numero, certamente non esiguo, di pontefici – se ne contano circa trentuno, da Niccolò V (1447-1455) ad Alessandro VII Chigi (1655-1677) – che si sono susseguiti nel corso della storia della Fabbrica; sono stati loro, i pontefici, i “registi” della costituzione della basilica. Per dovere di sintesi, è inevitabile tralasciare molti di questi nomi che, comunque, grazie al loro   pontificato hanno contribuito alla realizzazione di una così imponente Opera.

Cominciamo il nostro viaggio con papa Niccolò V (1447-1455) che, davanti ai lavori di rifacimento del coro della basilica, comprese – fin da subito – l’esigenza di costituire una istituzione organizzativa che potesse far fronte all’imponente cantiere; esigenza che anche Giulio II – il pontefice che darà inizio, de facto, alla costruzione della nuova basilica vaticana nel 1506 – percepì come necessaria per poter organizzare meglio i lavori per il nuovo assetto della basilica che sorgeva nell’antico luogo di culto costantiniano; vi è, poi, Clemente VII, che nel 1523 istituì una commissione di sessanta tecnici; Sisto V, nel 1589, affiderà questa commissione alla giurisdizione del Cardinale Arciprete della Basilica; ma pochi anni dopo, sotto il pontificato di Clemente VIII (1592-1605), verrà creato un apposito organo collegiale denominato Congregazione della Reverenda Fabbrica di San Pietro; organo che, sotto il pontificato di Pio IX, vedrà sottratti i suoi poteri, affidati successivamente alla Congregazione del Concilio (1863).

Un radicale cambiamento avverrà molti anni dopo, nel 1967, con la riforma della Curia Romana di Paolo VI: la Congregazione venne inglobata nelle Amministrazioni Palatine. L’ultima riforma sarà quella della Costituzione Apostolica Pastor Bonus (1988) di Giovanni Paolo II: «La Fabbrica di San Pietro secondo le proprie leggi continuerà ad occuparsi di tutto quanto riguarda la Basilica del Principe degli Apostoli sia per la conservazione e il decoro dell’edificio sia per la disciplina interna dei custodi e dei pellegrini che accedono per visitare il tempio».

Fin qui, la storia amministrativa-burocratica della Fabbrica; ma il suo cuore pulsante è rappresentato, senza dubbio, dai grandi artisti che vi hanno operato. Anche in questo caso, guardando alla storia della Reverenda Fabrica Sancti Petri, ci troviamo di fronte a un grande libro della storia, quella dell’Arte: alle sue tante pagine, corrispondono tanti e grandi nomi di artisti che hanno reso immortale il Rinascimento italiano.

Anno del Signore 1506, è il 18 aprile quando papa Giulio II, inaugura i lavori della nuova basilica di San Pietro; doveva sorgere in sostituzione a quella costantiniana; l’architetto Donato Bramante viene incaricato dalla Santa Sede a sovrintendere ai lavori divenendo così il primo architetto della neonata Fabbrica. Il Bramante aveva un'idea precisa – seppur rielaborata in diversi suoi bozzetti conservati a Firenze e a Londra – dell’assetto che avrebbe avuto la nuova basilica: una pianta quadrata che a sua volta ne avrebbe contenuta un’altra, a croce greca; aveva immaginato quattro absidi sporgenti con al centro un quadrato con sopra una cupola emisferica. Bramante rimarrà l’architetto della Fabbrica fino al 1514, anno della sua morte e di quella di Giulio II.

Al Bramante, succederà, nel 1516, Raffaello Sanzio che proporrà un diverso progetto rispetto al precedente: pianta tradizionale “a T”, cosiddetta “pianta di tipo longitudinale o latina”; una navata a cinque campate; una facciata con un portico a due piani; e, in merito alla cupola, conserva il progetto del Bramante. Dopo la morte di Raffaello, avvenuta nel 1520, è la volta di Antonio da Sangallo il Giovane che già aveva avuto modo di essere in prima linea nel progetto della Fabbrica, assistendo ai lavori in qualità di “coadiutore” di Raffaello dal 1516; l’architetto fiorentino aveva immaginato un prolungamento in avanti della basilica, con un grande portico d'ingresso sul quale far edificare due campanili; in fondo a questo portico si sarebbe estesa la facciata con la loggia delle benedizioni; Sangallo morirà nel 1546 non vedendo realizzato il suo progetto che, di fatto, non sarà mai compiuto. 

Punto nodale di questa immensa storia dell’arte racchiusa in un solo luogo, è l’apporto che diede Michelangelo Buonarroti al quale verrà conferito l’incarico di architetto della Fabbrica il primo gennaio del 1547. «Che Michelangelo avrebbe conferito all’impresa il suggello del proprio stile era da prevedere, ma nessuno avrebbe immaginato il colpo di timpano con cui [...] egli operò la svolta più netta nella storia del nuovo progetto di san Pietro» (Horst Bredekamp, La fabbrica di San Pietro, Biblioteca Einaudi, Torino 2005). Michelangelo sconvolge i piani fino adesso previsti: prima di tutto, decide con arguzia, di “blindare” le modifiche che voleva apportare alla basilica «affinché esse non vengano mutate, riconfigurate o alterate», così è scritto in un Breve (11 ottobre 1549) di Paolo III, il pontefice che gli aveva dato l’incarico di sovrintendere alla Fabbrica.

Ma qual era il progetto ideato dall’artista fiorentino? Innanzitutto, per la pianta, progetta una sorta di sintesi tra le idee del Bramante e quelle di Raffaello; inoltre, disegna sopra la monumentale facciata (che sarà poi portata a termine dal Maderno nel 1614) la grande cupola (terminata nel 1590 dal suo allievo Giacomo Della Porta). Michelangelo morirà alla veneranda età di ottantanove anni, e la Fabbrica passò in mano ai due citati architetti: prima, Giacomo della Porta, assistito da Domenico Fontana, e infine – al Maderno a cui si deve la definitiva immagine della basilica, quella che vediamo oggi, simbolo della Chiesa di Cristo e del Suo Vicario in terra.