a cura di Anna Bono
  • Nicaragua

La dura repressione governativa delle proteste popolari induce migliaia di nicaraguensi a fuggire all’estero

Si aggrava di giorno in giorno la situazione in Nicaragua dove in tre mesi di proteste contro il governo represse duramente dal presidente Daniel Ortega hanno perso la vita 280 persone, in maggioranza giovani, soprattutto studenti universitari. La Commissione interamericana sui diritti umani denuncia gravi violazioni, un uso eccessivo e arbitrario della forza da parte delle forze dell’ordine, detenzioni arbitrarie, intimidazioni e minacce ai famigliari delle vittime e a religiosi. Il 19 luglio, in occasione del 39° anniversario della rivoluzione sandinista, il presidente Ortega ha incolpato dei disordini e delle proteste, a suo giudizio del tutto infondate, gli Stati Uniti,  il “gotha finanziario” locale e i vescovi nicaraguensi, accusandoli di tramare un “colpo di stato”. Il lavoro di mediazione tentato in questi mesi dai vescovi è stato definito dal presidente un atto di cospirazione. Li ha definiti satanisti da esorcizzare, accusandoli di custodire nelle chiese le armi per i ribelli. “Se la polizia entra nelle chiese – ha detto – è perché sono delle caserme, nascondo armi”. La repressione governativa – spiegano i vescovi intervistati dall’agenzia Fides – “in alcuni luoghi riesce a imporre terrore e paura, al punto che le famiglie iniziano a pensare di lasciare il paese come estrema soluzione”. Il Costa Rica, che confina con il Nicaragua, ha aperto due centri per accogliere un numero in crescita di persone in fuga. Secondo il ministro degli esteri costaricano, Epsy Campbell, nella settimana dal 15 al 21 luglio ogni giorno sono arrivati nel paese da 100 a 150 nicaraguensi.