a cura di Stefano Fontana
  • RESPONSUM E DINTORNI

La DSC ha bisogno di un magistero petrino chiaro

I giochi attorno al Responsum con cui la Congregazione per la Dottrina della Fede ha vietato la benedizione delle coppie omosessuali interessa molto anche la Dottrina sociale della Chiesa. Vediamo brevemente perché.

Il primo dato è che quel documento è apertamente rifiutato da molti teologi, soprattutto tedeschi, e da molti vescovi, soprattutto tedeschi. Non viene preso come un intervento autoritativo che faccia capo al papa. Non solo gli aperti modernisti che credono nella “rivoluzione” di papa Francesco, ma anche settori moderati della Chiesa e del mondo cattolico sottilmente distinguono tra le parole adoperate per dire che il papa non avrebbe impegnato la propria autorità in quel documento, non l’avrebbe approvato ma solo ne sarebbe stato informato. Anche ai vertici della Curia vaticana molti si arrampicano sugli specchi per depotenziare il valoro dispositivo e vincolante del documento, dissociandolo dal volere del papa facendo riferimento ai tanti suoi atteggiamenti che testimonierebbero una diversa visione della pastorale delle coppie omosessuali e alla luce dei quali bisognerebbe leggere anche il Responsum della Congregazione. Altri ancora, all’opposto, pensano che con papa Francesco non tutto è ancora perduto e che il modernismo non ha ancora vinto dato che egli è ancora in grado di fare interventi di questa portata che stoppano processi dissolutori in atto.

Davanti ad una tale situazione babelica, c’è chi fa notare che se il papa avesse voluto chiudere definitivamente la partita avrebbe potuto farlo con un pronunciamento deciso e decisivo. Invece lo ha fatto con un documento della Congregazione verso il quale sembra che non si sia impegnato fino in fondo. A dire il vero questo atteggiamento di precisare senza precisare è tipico di papa Francesco. Il caso più classico è stata l’Esortazione apostolica Amoris laetitia che secondo alcuni apre alla comunione dei divorziati risposati e secondo altri no. Anche in quel caso il papa avrebbe potuto chiudere il cerchio in un modo o nell’altro ma non ha voluto farlo. Alla situazione confusa di cui parlavo sopra, si aggiunge quindi l’ipotesi che il papa stesso governi questi documenti ecclesiali secondo criteri politici, per dire e non dire, per rompere senza rompere, per tenere buoni questi senza rompere con questi altri.

Ora, la domanda che ci interessa in questo blog è la seguente: la Dottrina sociale della Chiesa può convivere con questa ambiguità magisteriale? Oppure essa ha essenzialmente bisogno  del papa e che il papa faccia il papa, chiuda le questioni anziché tenerle ambiguamente aperte?

Per rispondere a questa domanda bisogna ricordare che la Dottrina sociale della Chiesa moderna è stata, diciamo così, fondata da un papa, Leone XIII. Poi è stata proseguita da altri pontefici tramite le loro encicliche sociali. Questo non può essere visto solo come un fatto casuale. A dire il vero, chi bazzica da tempo nelle questioni di Dottrina sociale della Chiesa, ricorderà che negli anni Ottanta e Novanta era diffusa l’idea che l’intervento dei papi in materia sociale fosse stata una supplenza rispetto alla teologia, a quei tempi secondo costoro ancora arretrata, supplenza da abbandonare in seguito, quando la teologia, e soprattutto la teologia morale, avesse fatto i suoi passi in avanti verso una maggiore consapevolezza dell’importanza della coscienza personale rispetto alle indicazioni magisteriali. L’idea allora proposta era quindi che i teologi avrebbero sostituito i pastori. Ed infatti in parte così è avvenuto.

Questa impostazione era però sbagliata e frutto già di molti errori della teologia contemporanea. Leone XIII aveva la chiara consapevolezza di svolgere in pienezza il proprio ruolo di Sommo Pontefice scrivendo la Rerum novarum. Giovanni Paolo II, nella Centesimus annus, gliene dà atto e lo conferma nel paragrafo 5: “il papa non dubitò di dover intervenire, in virtù del suo ministero apostolico, ossia della missione ricevuta da Gesù Cristo stesso di ‘pascere gli agnelli e le pecorelle’ (Cfr. Gv 21, 15-17) e di ‘legare e sciogliere sulla terra’ per il regno dei cieli (Cfr. Mt 16-19).

Questo ci dice che la Dottrina sociale della Chiesa non può fare a meno di un magistero pontificio chiaro e orientante l’agire dei cattolici nella società e nella politica. Il tema della benedizione delle coppie omosessuali non è solo liturgico, è anche di Dottrina sociale perché riguarda il rapporto tra l’ordine naturale e quello soprannaturale, rapporto centrale per la vita stessa della Dottrina sociale della Chiesa.