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La crisi energetica risuscita i programmi nucleari

Prima c’era “solamente” la necessità di ridurre le emissioni di gas serra. Poi è arrivata anche la crisi energetica. Visto che passare di colpo dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è tecnicamente impossibile, una soluzione che tutti vedono (ma nessuno vuole nominare) sta tornando alla ribalta: l’energia nucleare.

Centrale nucleare

Prima c’era “solamente” la necessità di ridurre le emissioni di gas serra. Poi è arrivata anche la crisi energetica. Visto che passare di colpo dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è tecnicamente impossibile, una soluzione che tutti vedono (ma nessuno vuole nominare) sta tornando alla ribalta: l’energia nucleare.

Il Regno Unito, appena uscito dall’Ue, ha impostato un grande piano energetico che comprende anche la costruzione di otto nuovi reattori. Lo scopo è quello di raggiungere, entro il 2050, una potenza di 24 Gigawatt prodotti dall’energia atomica, pari al 25% del fabbisogno elettrico del Paese. La Francia, la prima potenza nucleare civile, ha già il 70% dell’energia elettrica prodotta dalle centrali nucleari ed è il primo esportatore di energia in Europa (prevalentemente in Italia e nel Regno Unito). Nonostante l’obiettivo ecologista di ridurre questa percentuale al 50% entro il 2035 (termine rinviato di 10 anni rispetto agli impegni presi da Hollande), la presidenza Macron, nel 2021, ha progettato la costruzione di 6 nuovi reattori nucleari, più ulteriori 8 nel prossimo futuro. L’estate scorsa, il governo della Slovenia, un altro nostro vicino, ha autorizzato la costruzione del secondo reattore nel Paese, nella centrale di Krshko. Il nucleare produce già il 36% dell’energia. L’Olanda aveva intenzione di liberarsi del nucleare, ma nel 2021 ha cambiato rotta: non solo mantiene la sua unica centrale a Borssele (al confine con il Belgio), ma ha messo in cantiere due nuove unità.

La corsa verso il nucleare civile non si è mai arrestata, al di fuori dall’Unione Europea. In tutto sono in costruzione 54 nuovi reattori, in diciannove Paesi fra cui la Cina, la Russia, l’India, la Corea del Sud, gli Emirati Arabi Uniti, la Turchia.

Nonostante il terrorismo mediatico, sulla possibilità di catastrofi atomiche in Ucraina, il conflitto sta dimostrando il contrario: anche con una guerra convenzionale totale, non ci sono state fughe radioattive, anche con centrali occupate dai russi o colpite dall’artiglieria (Zaporizhzhia) non c’è stata una nuova Chernobyl. E la sicurezza di quelli costruiti più recentemente in Unione Europea è ancora maggiore.

In Italia, del nucleare civile tornano a parlare i quotidiani e le pubblicazioni mainstream, con articoli che per lo meno lasciano spazio al dibattito fra pro e contro. Ad esempio, ieri, su L’Espresso, quattro ricercatori del Politecnico di Milano, Alessandro Maffini, Matteo Passoni, Elena Tonello, Davide Vavassori, hanno avuto modo di confutare, punto per punto, le affermazioni di Stefano Ciafani, presidente di Legambiente.

Non sono obiezioni da poco, perché confutano tutti i luoghi comuni che hanno causato la vittoria della causa anti-nuclearista nel referendum del 2011. Prima di tutto, sottolineano che da allora ad oggi molto è cambiato. Le tecnologia si sono sviluppate, sia per la costruzione delle centrali di terza generazione, sia per quelle future di quarta generazione (molto più vicine di quanto si stimi di solito), sia per lo smaltimento delle scorie, come dimostra anche lo scavo del deposito geologico profondo di Onkalo in Finlandia. Quello dell’impossibilità di stoccare i rifiuti radioattivi è un mito da sfatare e i ricercatori del Politecnico lo sottolineano: “non si capisce per quale motivo, se si è in grado di gestire rifiuti tossici derivanti da attività industriali varie, non si dovrebbe essere in grado di gestire quelli radioattivi”. Anche perché è possibile, già con la tecnologia attuale. Manca, semmai, la volontà politica.

La realtà, però, molto più che gli argomenti, sta riportando il dibattito coi piedi per terra. Oltre ai limiti che l’Ue si è auto-imposta politicamente (riduzione della CO2) sono le circostanze ad essere cambiate. La pandemia (che sicuramente nessun Paese europeo ha voluto) e le politiche restrittive adottate (che i governi hanno scelto e imposto per principio di precauzione), hanno creato le premesse di un aumento dei prezzi dell’energia. La crisi energetica, infatti, precede la guerra. Già nel settembre scorso, il ministro Roberto Cingolani avvertiva di possibili rincari delle nostre bollette, fino al 40% in più. Poi, a crisi già in corso, la Russia ha invaso l’Ucraina e stiamo solo iniziando a vedere l’effetto su prezzi e regolarità delle forniture di gas e petrolio all'Europa.

Secondo il sondaggio Ipsos commissionato dall’Ispi, sulle percezioni degli italiani sulla guerra, il 51,3% è disposto, a fronte della crisi energetica, ad “accettare che l’Italia torni ad investire nel nucleare”. Forse qualcosa sta veramente cambiando rispetto al 2011.

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