• SINISTRA

La crisi del populismo travolge il Brasile

Lula da Silva arrestato e interrogato, la presidente Dilma Rousseff sotto procedura di impeachment. La causa immediata della crisi politica è l'inchiesta sulle tangenti Petrobras. Ma ad essere messa in discussione è tutta la loro politica populista, che ha provocato la crisi economica più grave dal 1990.

Lula

La notizia dell’ex presidente brasiliano Lula da Silva, svegliato all’alba a casa sua a San Paolo dalla polizia, arrestato e interrogato per ore (mentre la sua abitazione e quella del figlio venivano perquisite) ha provocato tumulti in patria e più di una alzata di sopracciglio all’estero. La figura di Lula, primo presidente del Partito dei Lavoratori dal 2003 al 2010, era spesso associata alla crescita economica del Brasile e a un nuovo stile di governo, populista sì ma graduale e non violento, ben diverso dai metodi dittatoriali di Chavez e del suo successore Maduro in Venezuela. La sua figura è stata intaccata dallo scandalo Petrobras, ma a uscire ancor peggio è il Brasile stesso, dopo quasi tredici anni di governi di sinistra e a alla vigilia delle prossime Olimpiadi.

Lo scandalo riguarda le tangenti che la compagnia petrolifera statale brasiliana avrebbe pagato al Partito dei Lavoratori. Si sarebbe trattato, stando all’indagine ancora in corso, di un vero e proprio sistema di corruzione. Il giudice Sergio Moro, che afferma di ispirarsi ai magistrati italiani di Mani Pulite, ha lanciato l’inchiesta Lava Jato per scoprire dove siano finiti 2 miliardi di dollari spariti dai conti del colosso petrolifero. A quanto risulta, sarebbero finiti nelle tasche di molti esponenti del Partito dei Lavoratori, passando attraverso cinque compagnie edili. Le stesse dalle quali sarebbero partiti pagamenti indirizzati all’istituto Lula e a un’azienda di proprietà dell’ex presidente. E non solo. Il nome di Lula è emerso dalla deposizione di un informatore del caso Petrobras: l’ex capo di Stato avrebbe pagato sospetti detenuti perché non parlassero e non collaborassero con la giustizia.

La crisi politica riguarda anche il presidente in carica, Dilma Rousseff. Il senatore Delcidio do Amaral è stato arrestato a novembre, accusato di voler ostruire e depistare l’inchiesta Petrobras. Il quale ha poi accusato la Rousseff di essere parte in causa nello scandalo e ha puntato il dito su Lula per tangenti e compravendita di voti, anche se non ha confermato le sue dichiarazioni dopo il rilascio (avvenuto a febbraio). A febbraio è stato arrestato anche uno dei consiglieri della presidente, Joao Santana. E nel frattempo la Rousseff deve comunque affrontare una procedura di impeachment che è stata aperta su di lei lo scorso dicembre.

Per Lula, comunque, si tratta di uno “show giudiziario”, se non di un golpe. Come sempre, quando a finire nel mirino dei magistrati sono leader di sinistra, la reazione è quella di gridare al complotto e di invocare la lotta di classe. Cosa che, puntualmente, è avvenuta: i militanti del Partito dei Lavoratori si sono mobilitati in tutto il paese e hanno lanciato una campagna a sostegno all’ex capo di Stato e all’attuale presidente. Non è affatto detto che l’impeachment si concluda con la defenestrazione della presidente, né che l’indagine della magistratura brasiliana porti veramente alla dimostrazione di colpevolezza della classe dirigente socialista brasiliana. Si è innocenti fino a prova contraria, anche in Brasile.

Lula e la Rousseff sono stati, piuttosto, già condannati dalla crisi economica. Perché proprio mentre l’ex capo di Stato veniva tratto in arresto, venivano diffusi i dati macro del 2015. Il Pil è in recessione del 3,8% e si tratta della più grave crisi dal 1990. La Banca centrale brasiliana, che ha cercato di far fronte alla situazione con politiche monetarie espansive, ma questo ha prodotto l’effetto collaterale di un’inflazione arrivata ormai al 10,7%. Da record anche il debito pubblico, che ha toccato il 70% del Pil: poco per gli standard a cui siamo abituati in Italia, ma incredibile se si considera che il Brasile è ancora un’economia emergente. La spesa pubblica ha superato il 40% del Pil e i tentativi della Rousseff di porvi un freno sono falliti dopo una serie di bracci di ferro con i sindacati (che il suo partito rappresenta politicamente, per altro). Dopo i tagli annunciati dall’ex ministro delle Finanze Joaquim Levy, a dicembre questi è stato sostituito da Nelson Barbosa, più prudente nelle riforme. La crisi della spesa pubblica è data soprattutto dalle pensioni, che assorbono più dell’11% del Pil, con un impatto negativo su tutta l’economia. E questo nonostante il Brasile sia un paese demograficamente giovane.

Quello a cui si assiste è una vera crisi di sistema. Al di là dello scandalo Petrobras, che sta già provocando un crollo di fiducia nel Brasile, l’economia socialista di Lula e della Rousseff si fondava sull’emancipazione delle classi più povere tramite politiche di spesa pubblica. All’inizio degli anni ’10 i brasiliani poveri hanno festeggiato il loro accesso alla classe media, ma al tempo stesso il paese entrava in recessione e si impoveriva nel suo complesso. Il relativo successo dei Mondiali di calcio (che pure hanno prodotto scandali e spese) non ha invertito la tendenza ed è quantomeno prevedibile che le Olimpiadi non la invertiranno nel prossimo futuro. Parte della causa di questa crisi è dovuta a un fattore contingente e internazionale: il crollo dei prezzi del petrolio e delle materie prime. Il settore industriale e quello delle materie prime sono infatti i più colpiti dalla recessione. Ma ci sono problemi strutturali che non dipendono dal crollo dei prezzi energetici, ma proprio dalle scelte politica del Partito dei Lavoratori. I disordini del 2013, che precedettero i Mondiali, furono un antipasto: la gente iniziava a protestare perché vedeva ridursi agevolazioni nei servizi pubblici e sussidi a cui era abituata. La nuova classe media chiede di stare sempre meglio, non ha alcuna intenzione di veder tagliare quel che ha percepito dallo Stato finora. Le pensioni non si riescono a riformare, l’annuncio dei tagli alla spesa sociale, da parte dell’ex ministro Levy ha provocato resistenze invalicabili nel parlamento e nel suo stesso governo. Peggio ancora: gran parte della spesa sociale, fra cui le pensioni, è regolamentata fin nel dettaglio da leggi costituzionali.

Il Brasile è in buona compagnia. Il potere di Maduro in Venezuela è dimezzato da un parlamento dominato dall’opposizione, in Argentina ha vinto Macrì, liberale e anti-peronista. In Bolivia, Evo Morales ha perso il referendum che gli avrebbe consentito la possibilità di ricandidarsi senza limiti di mandato. Insomma, in Ameria Latina, il populismo di sinistra è in crisi. Dopo aver perso la possibilità di finanziare la crescita con soldi pubblici e i proventi del petrolio, sta anche perdendo legittimità politica. E, in Brasile, anche la faccia.