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La chirurgia estetica è lecita, ma a certe condizioni

Nella sua catechesi sulla vecchiaia, papa Francesco ha accennato al tema degli interventi chirurgici “per apparire giovani”. Dal punto di vista morale, la chirurgia estetica è in sé lecita, purché il fine buono di diventare più belli sia soddisfatto in modo proporzionale, non sia frutto di vanità, non pregiudichi doveri più importanti, etc. Sennò l'azione può diventare malvagia.

Due giorni fa il Papa ha proseguito la sua catechesi sulla vecchiaia. Ad un certo punto della catechesi ha sottolineato il fatto che “si fa tanto per riavere sempre questa giovinezza: tanti trucchi, tanti interventi chirurgici per apparire giovani”. E poco prima aveva appuntato: “Una cosa è il benessere, altra cosa è l’alimentazione del mito”.

Questi due incisi del Santo Padre ci permettono di introdurre un quesito: quando è lecito dal punto di vista morale intervenire sul nostro corpo per renderlo più bello? Le finalità terapeutiche (ad esempio l’amputazione di un braccio) oppure preventive (mastectomia preventiva in quelle donne che, a motivo di alcuni geni, hanno un’altissima probabilità di sviluppare un tumore al seno) sono lecite di per sé. Anche il fine perfettivo è lecito, infatti abbiamo il dovere morale di perfezionarci in tutte le dimensioni della nostra persona: da quella spirituale a quella psicologica, da quella caratteriale a quella intellettuale, etc. Anche sul piano estetico dobbiamo migliorarci. In quest’ultimo caso le modalità possono essere delle più varie: le diete, lo sport, la tinta per i capelli, i trucchi, la chirurgia estetica, etc.

Ovviamente il dovere di essere sempre più belli deve tenere conto delle circostanze in cui si colloca (pensiamo al naturale decadimento dovuto all’età oppure ad una patologia) e che il fine eticamente lecito di perfezionarci dal punto di vista fisico deve essere soddisfatto in modo proporzionato: ad esempio sarebbe immorale spendere cifre vertiginose, relativamente alle proprie disponibilità, per stirarsi le rughe; oppure, non è lecito ad esempio usare del poco tempo libero solo per fare sport dimenticandosi dei figli (il dovere perfettivo estetico in stato di necessità deve cedere il passo a doveri più importanti).

Un tema dibattuto in ambito morale è quello della chirurgia estetica: è eticamente accettabile oppure no? L’atto materiale dell’intervento chirurgico informato dal fine estetico di per sé non configura un’azione intrinsecamente malvagia. Ma questa azione di per sé buona può diventare malvagia.

Per capire questo passaggio ci rifacciamo all’esempio della mastoplastica additiva o riduttiva. Innanzitutto l’atto materiale di rifarsi il seno, non per scopi terapeutici né preventivi, potrebbe essere informato da un fine prossimo lecito (diventare più belle) orientato a ulteriori fini illeciti. Ad esempio, essere più belle per vanità, per essere adulate, per dimostrarsi superiori anche esteticamente sulle altre donne, etc. In questo caso la scelta non sarebbe moralmente condivisibile.

Ma anche il fine prossimo “diventare più belle” potrebbe mutarsi in un fine malvagio. Per spiegarlo partiamo da questo distinguo. Vi sono imperfezioni fisiche che potremmo definire “oggettive”, perché non consone a certi canoni ordinari di bellezza: le orecchie a sventola, un naso assai pronunciato, un grosso neo sul viso, etc. Tali imperfezioni non hanno rilievo né dal punto di vista patologico, né da quello funzionale, ma possono averlo dal punto di vista estetico e quindi sociale. Lecito intervenire per rimuovere o migliorare tali imperfezioni (facendo salve però le considerazioni che seguiranno). Poi vi sono imperfezioni fisiche, per così dire, “soggettive”, ossia percepite come tali dalla persona direttamente interessata, eventualmente da pochi altri, ma, in genere, non dalla collettività. È il caso, ad esempio, di un seno che la donna giudica troppo piccolo o troppo grande. È questa l’ipotesi che a noi interessa.

Per comprendere se l’azione è lecita, occorre rifarsi a un principio tomista: «Un atto che parte da una buona intenzione può diventare illecito, se è sproporzionato al fine» (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q. 64, a. 7 c.). Il fine buono di diventare più belle deve essere soddisfatto in modo proporzionale al fine, altrimenti il gioco non vale la candela. Applichiamo il principio all’operazione per rifarsi il seno. Da una parte si vuole una modificazione del proprio aspetto - al pari del taglio dei capelli e dei trucchi - per apparire più belle e, per ipotesi, così sentirsi più sicure (effetti/fini eticamente leciti); sull’altro piatto della bilancia occorre mettere gli effetti negativi di tale scelta: i costi, l’intrusività e la complessità dell’intervento (intervento che è ben più sofisticato che una messa in piega), i rischi per la salute, la difficile reversibilità degli effetti, etc.

Tutti questi effetti negativi fanno propendere a pensare che spesso, ma non sempre, la volontà di rifarsi il seno adombri fini secondi non leciti: ostentazione, desiderio di declassare le altre donne, etc., oppure vizi quali il narcisismo, la vanità, la superbia, etc. Inoltre, tale mancanza di proporzione tra gli effetti potrebbe indicare un capovolgimento della gerarchia oggettiva di alcuni beni: al primo posto la bellezza fisica e solo molto dopo l’intelligenza, la bellezza dell’anima, etc. Naturalmente, queste riserve possono essere addebitate anche a interventi estetici di ben minore portata, come usare trucchi o tinte per i capelli. L’adorazione di sé si può celare anche dietro piccoli gesti quotidiani come ha accennato il Papa.

Concentriamo la nostra attenzione su un motivo particolare e ricorrente che spinge molti verso il bisturi del chirurgo estetico: l’accettazione di sé, la sensazione di maggior fiducia e sicurezza nella propria persona (trattasi di un fine secondo rispetto al fine prossimo “sentirsi più belli”). In merito alle operazioni per rifarsi il seno o ad altre simili motivate dall’accettazione di sé, come dall’autostima e dal desiderio di sentirsi più sicure, spesso, ma non sempre, la soluzione ricercata è incapace di soddisfare queste finalità. In parole povere rifarsi il seno, non di rado, non risolve il problema, ma lo sposta un poco in là, e non risolve il problema perché lo strumento non è adeguato allo scopo (ritorna il principio di proporzione tra modalità dell’atto e fine perseguito). Infatti, spesso ci si illude che un aspetto migliore possa portarci ad accettarci come persone, invece accade che, anche una volta che il seno è stato rifatto, rimane l’insoddisfazione. Ed ecco perché dopo un intervento estetico importante ne seguono molti altri, quasi all’infinito. Questo capita perché la persona identifica il proprio “sé” solo nell’aspetto fisico, lo riduce a esso. Dovrebbe invece accettarsi nella sua globalità, non solo quindi sul piano fisico, ma anche spirituale, piano quest’ultimo che interseca il plesso psicologico. Vero è che alcune difficoltà di accettazione di sé possono essere superate anche grazie ad un lavoro sul proprio aspetto, ma questo deve essere ritenuto uno strumento tra i molti e di certo non il principale.

C’è poi da aggiungere che se è vero che volere essere più belli è un fine astrattamente buono, nel concreto i canoni di bellezza che si perseguono risultano spesso ben lontani dai canoni oggettivi, seppur giustamente declinati in senso personale, e seguono solo le mode del momento oppure sono frutto di perversioni estetiche del soggetto oppure derivano da cattivi consigli di altre persone, etc. In questi casi non bisogna rifarsi il seno, ma lo sguardo che abbiamo su noi stessi.

 

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