• Ndiaye ministro

Islamista e di sinistra, svolta di Macron sull'educazione

Pap Ndiaye è il nuovo ministro dell’Educazione nazionale e della Gioventù francese. Sostituisce Jean-Michel Blanquer e sarà lui il volto della rottura per il nuovo corso di Macron. Più islamista e di sinistra, meno attaccato ai "valori repubblicani". La sua nomina è già un caso perché il predecessore aveva contestato l'islamogauchisme. 

Dallo scorso 20 maggio, Pap Ndiaye è il nuovo ministro dell’Educazione nazionale e della Gioventù francese. Sostituisce Jean-Michel Blanquer e sarà lui il volto della rottura, l’unico a dire il vero, per il nuovo corso di Macron. 

Storico dell’immigrazione e sostenitore di François Hollande nel 2012, è il protagonista di una nomina che sta facendo discutere tantissimo. In una rara - in Francia va così - rissa televisiva su Ndiaye hanno finito per insultarsi anche Daniel Cohn Bendit e l’ex ministro Luc Ferry: la scuola è presentata come uno dei tre grandi progetti del nuovo mandato quinquennale del presidente francese e il ministero, sopratutto negli ultimi due anni, è tormentato e pieno di tensioni sociali. 

La sorella Marie Ndiaye, celebre scrittrice (prix Goncourt 2009), dice che le critiche di queste ore tutto sommato gli fanno onore: “Sarebbe peggio se mio fratello avesse l’appoggio di Eric Zemmour o Marine Le Pen”. 

Figlio della periferia parigina, padre senegalese e madre francese, Pap Ndiaye storico di professione si è sempre distinto per il suo impegno volto a favore di una sempre più ampia integrazione della comunità africana sul suolo d’Oltralpe. La sua nomina a capo dell’Educazione nazionale non è dunque una nomina qualsiasi, bensì ‘simbolica’, come sostiene il settimanale Jeune Afrique. Una nomina volutamente in contrasto con le posizioni anti-woke attribuite al suo predecessore, Jean-Michel Blanquer.

Per Marine Le Pen, “un indigeno assertivo al servizio educativo nazionale è l’ultima pietra della decostruzione del nostro Paese, dei suoi valori e del suo futuro”. 

Ndiaye è stato in precedenza a capo del Museo nazionale francese di storia dell’immigrazione. Nella primavera del 2021, nominato proprio da Macron, preoccupato per le tensioni identitarie che da diversi anni infuriano in Francia: il capo di Stato era alla ricerca di una persona che potesse calmare il dibattito.

Professore a Sciences Po, il successore di  Blanquer ha costruito la sua carriera, e la sua notorietà, sulle somiglianze che esisterebbero, secondo lui, tra “la condizione nera” in Francia (titolo del suo saggio del 2008) e i neri americani. Ha sempre avuto come obiettivo importare a Parigi i concetti chiave del decolonialismo americano. “Essere neri significa avere problemi con la polizia!”, ne è convinto il neo ministro, come sostengono i Black Lives Matters negli Usa. Influenza, quella americana, che racconta avergli cambiato la vita e fatto prendere coscienza della sua “identità nera”. Motivo per il quale Ndiaye incarna una rottura inequivocabile con la linea del suo predecessore che aveva presentato lo scorso gennaio un’assemblea universitaria alla Sorbona dedicata alla critica di queste correnti universitarie, da lui raggruppate nel campo delle teorie della “decostruzione”. 

Dopo aver partecipato alla creazione del Consiglio di Rappresentanza delle Associazioni Nere in Francia (Cran) nel 2005, s’è dedicato alle politiche di discriminazione positiva - la protezione della minoranze di neri, immigrati e islamici -: è convinto dell’esistenza in Francia di un “razzismo strutturale” facilmente evidente nel caso di Adama Traoré,  “vittima di abusi commessi da forze dell’ordine minate dal razzismo come George Floyd”. 

I difensori della scuola laica e repubblicana vedono nella nomina, e nello sfratto di Jean-Michel Blanquer, un affronto. Temono che Pap Ndiaye, che non è mai stato un politico professionista, porti il pensiero decolonialista nell’educazione nazionale. I fautori del multiculturalismo sperano, al contrario, che il nuovo ministro, che rivendica il suo impegno antirazzista, cambi un modello che considerano obsoleto e ipocrita.

Lo storico Pierre-André Taguieff, direttore onorario della ricerca al CNRS, e l’accademico e presidente dell’Osservatorio del Decolonialismo, Xavier-Laurent Salvador, vedono nel neo ministro una legittimazione da parte del potere macroniano delle teorie decolonialiste e multiculturaliste.

Per i decolonialisti, più che la “frattura sociale”, è il “dominio postcoloniale dei bianchi” a spiegare l’emarginazione degli immigrati. Gli oppositori delle tesi decolonialiste lo vedono come un modo per imporre una “cultura del pentimento” alla Repubblica francese: il cosiddetto ‘complesso occidentale’, quello per il quale è l’identità bianca e giudeocristiana dell’Europa, e della Francia, a suscitare il rifiuto di integrarsi nei neo-francesi proveniente dall’immigrazione extra europea. 

La nomina di Pap Ndiaye segna, così, l’adesione a un ministero chiave di un pensiero in totale rottura con lo spirito laico e repubblicano incarnato dal suo predecessore Jean-Michel Blanquer. Ma è anche il logico esito del lungo calvario subito dall’ex numero uno del ministero dell’Educazione Nazionale, che negli ultimi mesi è stato sempre meno sostenuto dal suo presidente e in particolare da quando aveva condannato l’influenza dell’islamo-sinistra nell’università. Nominando Ndiaye, Macron si è espresso nel modo più chiaro possibile dal momento che il suo nuovo ministro ritiene che il problema non esista.

La querelle sull’islamogauchisme in Francia è scoppiata lo scorso anno, quando l’allora ministro per l’istruzione superiore, Frédérique Vidal, sollevò il problema nel mondo accademico francese e decise di aprire un’indagine sul fenomeno, dichiarando di aver chiesto al Centro nazionale per la ricerca scientifica “una valutazione di tutte le ricerche” che si svolgono in Francia, al fine di distinguere ciò che rientra nella ricerca accademica e ciò che equivale a attivismo. Il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer aveva già criticato l’ “islamismo di sinistra” e prima di lui Darmanin.

Ndiaye su France Inter, una più importanti radio pubbliche francesi, invece, ribatteva sull’inconsistenza di queste affermazioni: “Questo termine non designa alcuna realtà. Ciò che mi colpisce è soprattutto il grado di ignoranza del mondo politico”. L’alleanza de facto militante tra circoli islamisti e circoli di sinistra è stata particolarmente evidente lo scorso anno, quando, nel giro di pochi mesi, Vincent Tournier e Klaus Kinzler, entrambi accademici a Sciences Po a Grenoble, furono sospesi dall’insegnamento per aver criticato l’islam.

Il filosofo liberale e voce autorevole della sinistra laica parigina, Raphaël Enthoven, è rimasto spiazzato dalla nomina di Ndiaye all’Éducation nationale, “c’è poco a essere sorpresi per questa nomina, il macronismo si dimostra un aggregato di interessi successivamente attenti o indifferenti all’urgenza repubblicana e al pericolo della santa alleanza tra l’islamismo e i buoni sentimenti”. 

Difensore della laïcité e dell’universalismo repubblicano, è un adepto dell’ideologia woke, eppure il suo è un universalismo che inciampa: nel 2016, partecipò ad una riunione sulle questioni di razza espressamente vietata ai bianchi, quelle che di solito organizza il sindacato studentesco, Unef, che ha inglobato i membri degli Studenti Musulmani di Francia (Emf), banditi da diverse scuole perché rifiutano il principio di laicità.

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