• L'EDITORIALE

Islam, quei segnali di riforma

Notizie importanti dal mondo musulmano: cresce la voglia di democrazia e rispetto dei diritti umani, come pure di un rinnovamento religioso.
- «Aiutiamo l'islam nel cammino di riforma», intervista a p. Scattolin di R. Cascioli



Mentre noi, qui in Italia, siamo costretti a occuparci ventiquattr’ore al giorno dei «bunga bunga» di Arcore (l’appello saggio affinché tutti si diano una regolata pronunciato lunedì dal cardinale Bagnasco, è stato purtroppo snobbato), una rivolta dagli esiti al momento imprevedibili infiamma Egitto, Tunisia e Yemen.

Dal mondo arabo non giungono soltanto notizie di scontri, manifestazioni di piazza, guerriglia urbana, manifestanti e poliziotti uccisi. Arrivano anche notizie importanti, che bisogna saper cogliere, interpretare e valorizzare e che potete leggere diffusamente
nell’articolo di Riccardo Cascioli in primo piano su La Bussola.

La prima è l’«Appello di Casablanca», un richiamo urgente per la difesa e il consolidamento dei diritti umani e della democrazia nel mondo arabo, sottoscritto da più di 2200 studiosi, politici e attivisti provenienti da venti paesi arabi. È interessante notare che l’iniziativa è sostenuta da intellettuali e politici di ogni convinzione, uno spettro che va dalla sinistra ai Fratelli Musulmani.

Ancora più significativa è stata la pubblicazione, lunedì scorso, di un «Documento per il rinnovamento del discorso religioso», messo online sul sito del settimanale egiziano Yawm al-Sâbi’. In 22 punti presenta un grande programma di riforma dell’islam che propone la revisione del concetto di jihad (guerra santa), del ruolo della donna, di alcuni testi religiosi, e propone la separazione tra religione e politica.

Al contrario della prima, la seconda iniziativa è frutto di una forzatura: il settimanale ha infatti messo in fila e sistematizzato discorsi e interventi di 23 dotti islamici legati all’università Al Azhar del Cairo, sperando di farli uscire allo scoperto. Il fatto che in soli tre giorni il documento sia stato ripreso da dodicimila siti Internet la dice lunga sull’interesse suscitato, anche se i commenti prevalenti sono di sdegno e di rifiuto.

Si tratta di segnali da non sottovalutare. Che ci dicono, innanzitutto, come il mondo islamico non sia quel blocco uniforme e minaccioso che spesso ci viene dipinto dai media. È vero, oggi chi più grida più fa notizia, ed è inevitabile che la scena sia tenuta dal fondamentalismo, fenomeno in crescita preoccupante. Come pure è stato inevitabile che, dopo l’11 settembre 2001, la scena mediatica occidentale sia stata via via sempre più occupata dai sostenitori dell’inesorabilità dello scontro di civiltà - che ci vedrebbe comunque perdenti – e da coloro che ritengono l’islam irreformabile. Non invece dai fautori del dialogo, troppo spesso dipinti come sognatori deboli e illusi disposti a svendere la propria identità e incapaci di avvertire la minaccia musulmana.

Alla luce di quanto sta accadendo si può definire profetica la decisione di Giovanni Paolo II, all’indomani degli attacchi alle Torri Gemelle, di convocare ad Assisi le religioni per un incontro di preghiera e di pace, al fine di togliere giustificazione religiosa all’odio e di far comprendere come non si possa strumentalizzare il nome di Dio per giustificare atti di terrorismo. Quell’azione è continuata ora dal suo successore Benedetto XVI, il quale, in un momento in cui si moltiplicano le notizie di attacchi e persecuzioni ai cristiani nel mondo, ha nuovamente convocato per il prossimo ottobre le religioni ad Assisi, per invocare la pace.

Ciò che sta accadendo dovrebbe farci riflettere anche sulle conseguenze di un altro evento, inizialmente controverso: il famoso discorso di Ratisbona. Nel settembre 2006, come si ricorderà, Papa Ratzinger tenne una lezione nell’università dove aveva insegnato, dedicata al rapporto tra fede e ragione. Una frase molto dura su Maometto, pronunciata dall’imperatore bizantino Manuele II Paleologo e citata dal Pontefice, aveva incendiato il mondo musulmano.

Benedetto XVI non la condivideva, e nel recente libro intervista con Peter Seewald, smentendo quanti avevano detto che si trattava di una provocazione voluta, ha riconosciuto che avrebbe dovuto tener conto della valenza politica internazionale delle sue parole e dunque specificare meglio che quella citazione non esprimeva il suo pensiero. Quel discorso su fede e ragione, che da un lato ribadiva un radicale rifiuto della giustificazione religiosa della violenza, dall’altro difendeva l’eredità greca e la ragionevolezza della fede cristiana, ha portato dei frutti.

Al Papa si sono infatti rivolti 38 intellettuali musulmani, diventati 138 un anno dopo. Hanno rivendicato la razionalità dell’islam pur tenendo ferma l’assoluta trascendenza di Dio. Hanno precisato i limiti posti dalla dottrina islamica al ricorso alla guerra e all’uso della violenza. Hanno auspicato un rapporto tra islam e cristianesimo fondato sull’amore di Dio e del prossimo, definendo questa la parola comune e «la più solida base teologica possibile».

Quanto sta emergendo ora, la consapevolezza della necessità di maggiore democrazia e rispetto dei diritti umani, come pure di un rinnovamento interno alla religione islamica che allontani le interpretazioni e le spinte fondamentaliste, s’inserisce in questo percorso. Un percorso che va aiutato, valorizzato, sostenuto.

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