Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Santa Giulia Billiart a cura di Ermes Dovico
Il punto sulla guerra

Iran, l’ultimatum di Trump è figlio di un presidente fuori controllo

Ascolta la versione audio dell'articolo

In scadenza alle 2 di notte l’ultimatum del presidente degli USA che minaccia che «un'intera civiltà morirà». Se l’ipotesi dell’attacco nucleare è eccessiva, è plausibile che israeliani e statunitensi intensifichino gli attacchi contro i siti energetici. Un’escalation che avrebbe comunque conseguenze disastrose. Taylor Greene, già attivista di MAGA, invoca il 25° emendamento per esautorare Trump perché sempre più squilibrato.
- La situazione è seria ma Crosetto esagera evocando Hiroshimadi Ruben Razzante

Attualità 08_04_2026
Donald Trump (6 aprile 2026, Ap-LaPresse)

Nella preoccupante escalation della guerra che oppone Stati Uniti e Israele all’Iran le dichiarazioni di Donald Trump sembrano mostrare preoccupanti segnali di squilibrio che contribuiscono a generare il terrore che Washington o Tel Aviv possano ricorrere agli ordigni nucleari per conseguire la vittoria su Teheran che, per alcuni inaspettatamente, dopo cinque settimane di guerra convenzionale non sono riusciti a conseguire. A motivare timori così catastrofici sono state le ultime dichiarazioni del presidente statunitense. «Un'intera civiltà morirà questa notte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà», ha scritto sul social Truth a poche ore dalla scadenza dell'ultimatum all'Iran (alle 2 di notte ora italiana, due ore dopo che questo articolo sarà andato online). Trump ha poi aggiunto che «ora che abbiamo un cambiamento di regime completo e totale, dove prevalgono menti diverse, più intelligenti e meno radicalizzate, forse qualcosa di meravigliosamente rivoluzionario può accadere, chi lo sa? Lo scopriremo questa notte, uno dei momenti più importanti nella lunga e complessa storia del mondo».

Che Trump cerchi l’effetto scenico spettacolarizzando i suoi interventi non è una novità, così come non stupisce l’uso di un linguaggio scurrile, brutale che non si addice a un presidente ma che, come ha spiegato lo stesso Trump, serve a far comprendere bene a tutti il suo pensiero. Solo nelle ultime settimane il presidente americano ha annunciato almeno cinque volte la vittoria sull’Iran per poi minacciare nuove escalation, ha affermato che il principe saudita Mohammed bin Salman «gli bacia il culo», che gli alleati europei membri della NATO sono dei «codardi», che il premier britannico Keir Starmer «non è certo Winston Churchill» e che il presidente francese Emmanel Macron «deve ancora riprendersi dalle sberle della moglie». Gli iraniani che continuano a gestire i flussi di mercantili nello Stretto di Hormuz invece sono dei «fottuti bastardi da riportare all’età della pietra».

Linguaggio colorito da Bar Sport? Forse, ma soprattutto insulti gratuiti che da un lato stanno isolando gli USA da tutti i loro alleati (europei e asiatici) e dall’altro non sembrano preoccupare il regime di Teheran. «Qualora venissero superate le linee rosse dell'Iran, la portata della risposta di ritorsione contro le infrastrutture degli Stati Uniti e dei loro alleati li priverebbe di petrolio e gas della regione per anni», ha ammonito ieri il Comando delle Guardie della Rivoluzione Islamica, che ha esortato i partner regionali degli Stati Uniti a prendere atto che «fino ad ora, l'Iran ha dato prova di notevole moderazione per buona volontà nei confronti dei paesi vicini e ha tenuto conto di vari fattori nella scelta degli obiettivi di rappresaglia, ma che tutte queste considerazioni sono state ora accantonate».

Se ipotizzare un attacco nucleare può risultare eccessivo, la minaccia più concreta è che israeliani e statunitensi intensifichino gli attacchi contro i siti energetici, dalle centrali elettriche ai centri di estrazione di gas e petrolio, ai siti nucleari e alla centrale atomica di Bushehr, in cui un disastro nucleare contaminerebbe tutta la regione e le acque del Golfo Persico, come ha rivelato Al-Jazeera. Un attacco che indurrebbe l’Iran a devastare gli impianti similari nei paesi arabi che ospitano basi degli Stati Uniti e ne sostengono il conflitto. Il risultato sarebbe la paralisi prolungata della produzione e distribuzione energetica in tutta la regione con effetti spaventosi sui prezzi di gas e petrolio uniti a una fortissima carenza di energia. «La forza della cultura, della logica e della fede nella giusta causa di una nazione 'civilizzata' prevarrà senza dubbio sulla logica della forza bruta», ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baqaei, dopo le minacce di Trump alla civiltà iraniana. Risposta scontata, eppure non si può non notare che alla teocrazia iraniana si oppongono con altrettanto fervore religioso l’Amministrazione Trump e il governo israeliano, che non lesinano immagini dei leder e dei ministri raccolti in preghiera.

Non è detto che la Storia ricorderà questo conflitto come una guerra di religione ma di certo i richiami al motto «Dio è con noi» non vengono solo da Teheran. Da un lato i toni ossessivi utilizzati da Trump sembrano indicare la frustrazione per la mancata vittoria e per il fatto che, come evidenziano ormai diversi analisti, statunitensi, israeliani e arabi stanno esaurendo le scorte di armi antidroni e antimissili: un elemento che impone a Washington di chiudere al più presto il conflitto, evitando una sconfitta che umilierebbe le potenze militari americana e israeliana. Non si può però neppure escludere che Trump sia ormai fuori controllo nell’ambito di un percorso verso la piena autoreferenzialità cominciato forse dopo l’attentato subito in campagna elettorale e da cui sopravvisse grazie a molta fortuna o a un miracolo, a seconda dei punti di vista. Le costanti rimozioni o dimissioni di esponenti dell’Amministrazione, e ora anche di diversi generali, che il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, silura appena osano mettere in discussione le sue valutazioni, sembrano confermare questa deriva. Trump, del resto, sembra volersi circondarsi solo di “yes-men” e adulatori (categorie in cui primeggia Hegseth, come dimostrano i suoi interventi pubblici) anche se nella metamorfosi dalla pretesa di vedersi assegnare il Nobel per la Pace alla minaccia di cancellare civiltà ha perso molti consensi tra i repubblicani e soprattutto nel movimento MAGA. Lo ha ben espresso Marjorie Taylor Greene, l'ex deputata e prima linea del movimento MAGA oggi in totale dissenso con il presidente. «Tutti coloro, all'interno della sua amministrazione, che affermano di essere cristiani dovrebbero inginocchiarsi, implorare il perdono di Dio, smettere di venerare il presidente e intervenire per porre freno alla follia di Trump», ha scritto sui social l'ex deputata della Georgia. «Conosco tutti voi, così come conosco lui: è impazzito, e voi tutti ne siete complici. Non sto difendendo l'Iran, ma cerchiamo di essere onesti riguardo a tutta questa faccenda. Lo Stretto è chiuso perché Stati Uniti e Israele hanno scatenato una guerra non provocata contro l'Iran, basata sulle stesse menzogne in ambito nucleare che vanno raccontando da decenni: ovvero che, da un momento all'altro, l'Iran avrebbe sviluppato un'arma nucleare», ha rincarato Greene. «Sapete chi possiede armi nucleari? Israele. Sono più che capaci di difendersi da soli, senza che gli Stati Uniti debbano combattere le loro guerre, uccidere persone innocenti e bambini, e pagarne il prezzo. Le minacce di Trump di bombardare centrali elettriche e ponti colpiscono il popolo iraniano: proprio quel popolo che Trump sosteneva di voler liberare», ha osservato l'ex deputata. «Il nostro presidente non è un cristiano e le sue parole e le sue azioni non dovrebbero essere sostenute dai cristiani». Tutto questo «non è ciò che abbiamo promesso al popolo americano quando, nel 2024, ci ha votato a stragrande maggioranza».

Nelle ultime ore Taylor Greene è tornata all’attacco, invocando il 25° emendamento, che consente di sollevare dall'incarico il presidente degli Stati Uniti se ritenuto incapace di portare a termine le proprie funzioni. Una proposta rilanciata in questi giorni da vari deputati democratici ma che potrebbe non dispiacere ora anche a diversi repubblicani che ritengono il vicepresidente JD Vance più equilibrato e riflessivo. Anche il giornalista Tucker Carlson, ex fan di Trump e oggi suo grande oppositore, si è espresso per lo stop delle operazioni militari americane chiedendo all'establishment di opporsi a un eventuale ordine di attaccare le infrastrutture e i civili iraniani.

Dopo quattro anni di Amministrazione Biden, guidata da un presidente privo di lucidità a causa della demenza che lo aveva colpito e di cui nessun osservatore osava parlare, occorre chiedersi se l’America e il mondo possano resistere ad un altro mandato che veda la Casa Bianca affidata a uno squilibrato.