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NON È UN BAVAGLIO

Intercettazioni, una protesta dei giornalisti contro il garantismo

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Protesta del sindacato dei giornalisti (Fnsi) contro Giorgia Meloni, per il divieto di pubblicare le intercettazioni. Ma questo è giustizialismo.

Politica 28_12_2023
Roma, protesta della Fnsi (La Presse)

Giorgia Meloni è ancora influenzata e per la seconda volta ha rinviato la tradizionale conferenza stampa di fine anno. Non era mai accaduto nella storia dei presidenti del consiglio, così come non era mai accaduto che a disertare quel momento di confronto con chi guida il governo del Paese fosse il sindacato dei giornalisti. Non si sa, infatti, se cambierà qualcosa quando quella conferenza stampa finalmente si farà, ma per ora la Fnsi ha fatto sapere che non parteciperà in segno di protesta contro la cosiddetta “legge bavaglio” che la Camera ha approvato nei giorni scorsi e che limiterebbe, sempre secondo i vertici del sindacato dei giornalisti, il diritto di cronaca in ambito giudiziario.

In altre parole l’esecutivo viene accusato di voler comprimere il diritto all’informazione dei cittadini su arresti e altre vicende di pubblico interesse per proteggere i potenti e censurare le verità scomode.

In particolare nel mirino della Fnsi è finito l’emendamento Costa, dal nome del proponente, il deputato di Azione, Enrico Costa, che introduce il divieto di pubblicazione “integrale o per estratto” del testo delle ordinanze di custodia cautelare, fino alla conclusione delle indagini preliminari o all'udienza preliminare. Va chiarito che la norma approvata dall’aula di Montecitorio con una maggioranza allargata (anche Italia Viva e Azione hanno votato a favore) fissa solo una limitazione temporale alla divulgazione degli atti e non introduce divieti assoluti. Una volta iniziato il processo, tutto diventa pubblico, ma prima di allora è giusto risparmiare la gogna mediatica a persone sottoposte a custodia cautelare e non ancora rinviate a giudizio, che altrimenti finirebbero fin da subito nel tritacarne mediatico per vicende ancora da chiarire sulla base di indagini in corso.

Le ordinanze di custodia cautelare non sono sentenze ma atti d’accusa che possono essere ribaltati dal Riesame o dalla Cassazione. Contengono spesso intercettazioni prive di rilevanza penale, non attinenti ai capi d’imputazione e che violano la privacy dei protagonisti e anche delle persone marginalmente coinvolte nelle telefonate ma assolutamente estranee alle indagini. Limitando la divulgazione delle informazioni sulle ordinanze di custodia cautelare fino alla conclusione delle indagini preliminari o all'udienza preliminare, la legge mira a evitare che notizie sensazionalistiche o parziali contaminino l'opinione pubblica e influenzino negativamente la percezione dell'imputato. Questo approccio cerca di proteggere il diritto di ogni individuo di essere considerato innocente fino a prova contraria. La libertà d’informazione è sacra, ma è altrettanto meritevole di tutela il principio della presunzione di innocenza, sancito all’art.27 della Costituzione.

Se i vertici della categoria dei giornalisti sono in fibrillazione e urlano al bavaglio, ci sono però anche tanti cronisti giudiziari che evidenziano gli aspetti positivi della norma, che peraltro ora dovrà passare al vaglio del Senato e che in buona sostanza ripristina la situazione antecedente al 2017, quando le ordinanze non potevano essere riprodotte integralmente ma solo riassunte. Goffredo Buccini, uno dei cronisti giudiziari più importanti d’Italia, che oltre trent’anni fa ha raccontato giorno per giorno Tangentopoli, plaude all’iniziativa del governo e scrive su Twitter: «Calma, colleghi, a parlare di bavaglio. Si possono fare (e si fanno) inchieste non a ricasco delle “carte”; siamo stati viziati da decenni di collateralismo giudiziario. Le carriere da separare davvero sono quelle di pubblico ministero e giornalista. L’ordinanza di custodia cautelare è storicamente usata sui media per abbattere il nemico, poco importa se colpevole o innocente, a prescindere dal processo».

In effetti chi protesta contro una legge che in realtà rafforza l’equilibrio tra diritto di cronaca e tutela dei diritti della personalità, in particolare la privacy e la presunzione di innocenza, dimentica alcune verità incontrovertibili. La prima è che in circa trent’anni oltre 30mila persone arrestate ingiustamente sono state scarcerate, ma hanno trascorso gli anni successivi a ripulire la loro immagine da accuse infamanti e ingiuste, amplificate dai media con azioni di sciacallaggio che ben poco avevano a che fare con il diritto-dovere di informare l’opinione pubblica.

La seconda è che la deontologia giornalistica obbliga il giornalista ad applicare il principio di presunzione di innocenza e quello della tutela dei soggetti deboli e tra questi c’è anche il detenuto sottoposto a custodia cautelare, che non dev’essere massacrato mediaticamente visto che su di lui i giudici stanno ancora indagando. Il processo è un momento di accertamento della verità e invece nel nostro paese viene spesso vissuto in modo giustizialista solo come momento di conferma di accuse considerate attendibili fin dall’inizio, a prescindere dal confronto in aula e dalla verifica dei riscontri probatori. E tutto ciò contrasta con i cardini della civiltà giuridica.

Forse una riforma come quella che il governo sta cercando di approvare può davvero far compiere un salto di qualità ai giornalisti, che devono riscoprire realmente il loro ruolo di mediatori tra i fatti e l’opinione pubblica. Studiando accuratamente i testi delle ordinanze di custodia cautelare e divulgandone solo i particolari di effettivo interesse pubblico potrebbero smentire nel migliore dei modi le accuse di essere solo dei passacarte delle procure e riuscirebbero così ad esercitare correttamente il loro compito di selezionatori dei particolari essenziali alla completezza del racconto.

Quanto ai magistrati, sarebbe davvero auspicabile che le ingiuste detenzioni incidessero sulla loro carriera. Un magistrato che passa sottobanco il testo di un’ordinanza a un giornalista o che eccede nei provvedimenti di custodia cautelare per manie di protagonismo e a fini di visibilità mediatica dovrebbe pagare professionalmente e sul piano disciplinare per queste condotte. Solo così si potrebbe effettivamente riequilibrare il rapporto tra il potere giudiziario e gli altri poteri.