In un mondo pieno di rumore social, un elogio al silenzio
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Serve il silenzio per creare. Invece i creator digitali, oggi, seguono solo il rumore social, per cercare di cavalcare l'algoritmo e monetizzare subito. Così non si crea nulla, solo maggiore disorientamento. I casi di Ravagnani e Schettini lo dimostrano.
Serve il silenzio per creare. All’inizio del mondo, nei primordi dell’universo creato, che tu creda nella creazione di Dio o nell’esplosione del cosmo (o in entrambi), rimane chiaro il concetto primigenio che per creare sia necessario il silenzio. Ed è forse per questo – e il festival di Sanremo appena concluso ne è dolorosa dimostrazione – che oggi le creazioni umane, così intrise di rumore e di confusione, non siano più in grado di dimostrare la faccia vera e autentica di ciò che fa un creatore: creare qualcosa di nuovo che viva al di là, oltre il creatore stesso.
Oggi non abbiamo più creatori ma siamo invasi da creator, influencer o architetti di contenuti volti a compiacere l’algoritmo e il rumore assordante che riempie le nostre giornate e i nostri schermi. Quante volte ci troviamo a osservare lo schermo di un cellulare, a scorrere reel o video sui social, senza avere la minima concezione di noi stessi e di ciò che stiamo facendo, vittime come siamo di un brusio che obnubila la coscienza e costruisce, invece, l’assenza di cognizione e l’apatia?
La differenza tra creatori e creator non si limita solo alla vocale finale, ma anche all’origine e al fine del proprio creare. Forse potrebbe apparire un po’ naïve pensare con ingenuità che un fautore di qualunque tipo non sia giustificato a massimizzare i profitti dalle proprie creature. Eppure, esiste un Creatore che crea con gratuità, ed è forse a Lui che varrebbe la pena inspirarsi quando andiamo parliamo, appunto, di creator.
Forse è Colui cui doveva aspirare anche don Alberto Ravagnani prima di appendere la talare al chiodo (cosa che aveva fatto ben prima di abbandonare il sacerdozio, senza che tuttavia il sacerdozio abbandonasse lui, poiché i voti sono perpetui e la porta è sempre aperta a chi vuole bussare). Il fine non giustifica i mezzi, e il proposito di creare una comunità – o una fraternità – tramite i social network e le nuove piattaforme tecnologiche, che hanno l’obiettivo chiaro e rilevante di costruire mura di schermi tra le persone chiuse nelle loro case, non poteva che rivelarsi una scelta sbagliata. Ha iniziato a generare contenuti, e generandoli ha dimenticato l’unica cosa che gli serviva per la sua missione: dare l’esempio. Ha contribuito a creare rumore dimenticando il silenzio da cui anche lui è generato.
Arriviamo a Sanremo, il tempio della musica italiana, dove la musica è essa stessa invasa dal rumore di mille opinioni, mille perbenismi, mille contenuti. Il professor Vincenzo Schettini, alias @lafisicachecipiace, interviene in tarda serata con un contributo su giovani, dipendenze e social network. Chi meglio di lui ne può parlare: docente presso una scuola superiore di Bari ha lanciato un canale YouTube dove caricava le lezioni girate in aula davanti agli studenti. Alcuni studenti avrebbero dichiarato che il professore avrebbe dato voti più alti a chi commentava e interagiva con il canale per compiacere l’algoritmo. Lo stesso Schettini al podcast BSMT di Gianluca Gazzoli ha dichiarato che il futuro della cultura è la monetizzazione. Nel neocapitalismo moderno, la cultura è pretesto per il soldo. Tant’è.
L’aula di scuola si trasformava in un palcoscenico del docente, che generando contenuti sui social contribuiva al rumore quando, e lo sappiamo bene, il silenzio è il terreno fertile su cui si instaura ogni conoscenza, tanto che, quando si deve studiare, si predilige il silenzio. Dio ha creato ogni cosa nel silenzio e dal silenzio.
Don Ravagnani e il professor Schettini condividono molte cose. Per entrambi il fine giustifica i mezzi, che siano la comunitò o la divulgazione, usando di fatto strumenti che allontanano dai legami e dalla comprensione. Non mi stupisce, in questi tempi di confusione. Il rumore non permette lo sviluppo di una cognizione autentica. Ricorda un po’ il celeberrimo e tristissimo racconto di Kurt Vonnegut, Harrison Bergeron: in un futuro distopico (?), per garantire equità vera tra tutti, alle persone con una intelligenza sopra la norma veniva installato un sensore che emetteva un rumore assordante a intervalli regolari, per evitare che potesse costruirsi un pensiero un po’ più profondo della norma.
Pure io di mestiere insegno, e il docente è un po’ educatore e un po’ guida. Nel mio piccolo, ho testimonianza concreta, quasi carnale, del disagio cognitivo e del malessere psicologico che i social network generano nei ragazzi di oggi. Forse non sono il problema, ma certamente uno dei problemi di questa generazione. Don Ravagnani e il professor Schettini sui social ci hanno costruito una carriera. Eppure, la nostra professione di guida ed educatore dovrebbe essere un elogio proprio al silenzio e alla pazienza, che semina senza farsi vedere. Nel clamore della visibilità, sotto la luce accecante dei riflettori, il rischio di perdere l’obiettivo del proprio lavoro e della propria vocazione, che è quello di eclissarsi perché l’altro splenda - che sia Cristo per il sacerdote o lo studente per il professore -, è altissimo.

