a cura di Riccardo Cascioli
  • Covid-19

In Somalia i leader religiosi in prima linea contro il virus

La Somalia è del tutto impreparata ad affrontare il nuovo coronavirus. In effetti è impreparata a far fronte a qualsiasi emergenza senza aiuti esterni. Le istituzioni governative amministrano parte del territorio nazionale grazie alla cooperazione internazionale e alla presenza di contingenti militari stranieri che dal 2006 tengono a bada il gruppo jihadista al Shabaab senza tuttavia riuscire a sottrargli il controllo di estese aree nel sud e nel centro del paese e a impedirgli di mettere a segno attentati dinamitardi nella capitale Mogadiscio, spesso vicino ai palazzi governativi e nei locali frequentati dai politici locali e dagli stranieri. Quasi 30 anni di guerra e, dal 2004, l’avvicendarsi di governi inefficienti e corrotti hanno devastato le strutture sanitarie. Gran parte della popolazione è incapace di reagire da sola a una crisi. Preoccupano soprattutto le centinaia di migliaia di profughi che vivono in campi sovraffollati nei quali acqua e sapone scarseggiano ed è impossibile mantenere le distanze raccomandate. Le autorità religiose islamiche – quasi tutti gli abitanti del paese sono musulmani – hanno chiuso le madrasse, cioè le scuole coraniche, invitano i fedeli a non recarsi in moschea, a pregare a casa, a non partecipare ai funerali o almeno mantenere la distanza. I ministri degli affari religiosi, della sanità e dell’informazione sono all’opera con i leader musulmani per trasformare gli insegnanti delle madrasse e gli imam delle moschee, che sono le persone più stimate e di cui più la gente si fida, in quella che è stata soprannominata “armata anti-corona”: “si piazzeranno con degli altoparlanti a ogni incrocio, a ogni luogo di incontro e spiegheranno come prevenire la diffusione del Covid-19 – spiega Koshin Abdi Hasi, vice direttore dell’ufficio per la prevenzione e il contrasto dell’estremismo – gireranno su automezzi con altoparlanti, trasmetteranno messaggi dai minareti delle moschee”. Oltre a raccomandare di stare a distanza e lavare le mani, parleranno di come l’Islam raccomanda la pulizia, incluse le abluzioni prima di pregare, e del fatto che all’epoca del Profeta Maometto c’erano delle malattie pericolose. Tra i compiti dei religiosi messi in campo, ci sarà anche quello tutt’altro che facile di impedire che prendano piede credenze e miti, alcuni dei quali già circolano nel paese. Si dice, ad esempio, che il Covid-19 sia una punizione divina inflitta alla Cina per il modo in cui tratta i musulmani Uiguri. Adesso che il virus è arrivato negli Stati Uniti, c’è chi ritiene che gli americani sono puniti perché opprimono i musulmani. Altri credono che la malattia non può colpire chi si comporta da buon musulmano. Su questo punto insistono gli al Shabaab. L’altra sfida sarà contrastare le voci messe in giro da loro. Una è che possono ammalarsi di Covid-19 solo i musulmani infedeli come ad esempio le persone che lavorano con il governo e con le organizzazioni internazionali. Inoltre sostengono che la malattia è diffusa “dai crociati che hanno invaso il paese e dai paesi miscredenti che li sostengono”, forti del fatto che i primi ammalati sono arrivati in Somalia dall’estero. Un ottimo reportage della Bbc pubblicato il 2 aprile spiega che quello contro la propaganda dei jihadisti è uno dei fronti che vedranno più impegnate le autorità religiose somale. Lo sceicco Ali Dheere è fermamente convinto che per quanto la maggior parte dei Somali siano osservanti, si renderanno conto che la vita deve cambiare: “anche nelle sacre moschee della Mecca e di Medina – dice – le preghiere sono state sospese. La gente capirà”. Ma i jihadisti cercheranno di sfruttare a loro vantaggio le iniziative dei leader religiosi come la chiusura delle madrasse e la decisione di modificare le pratiche religiose. D’altra parte gli al Shabaab potrebbero invece perdere consenso se il virus si diffonde nei territori da loro controllati perché lì le strutture sanitarie sono ancora più carenti che in molti di quelli controllati dal governo. Si dubita tuttavia che decidano di sospendere le ostilità accogliendo l’appello al cessate il fuoco globale lanciato dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres. Anche dopo che l’Oms ha dichiarato il Covid-19 una pandemia hanno infatti continuato a compiere attentati.