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«In Paolo VI la fonte della nuova evangelizzazione»

La vita di papa Montini si è contraddistinta per l'amore totale a Cristo, alla Chiesa e all'uomo. Così papa Francesco ha ricordato la figura di Paolo VI nel cinquantenario della sua elezione.

Papa Paolo VI

Il 22 giugno 2013 Papa Francesco ha ricevuto in udienza i pellegrini della Diocesi di Brescia, venuti a Roma per celebrare il cinquantenario dell'elezione a Papa del loro conterraneo, il venerabile Paolo VI (1897-1978). Il discorso è stato occasione per richiamare l'attenzione sull'esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» del 1975, definito da Francesco il più grande documento del Magistero di tutti i tempi sulla pastorale,  e che gli storici riconoscono come fonte e origine della «nuova evangelizzazione». Il Papa ha anche precisato come le affermazioni del venerabile Paolo VI sulla Chiesa del Concilio che si mette al servizio dell'uomo non vadano intese in senso umanitaristico, dal momento che il servizio cristiano all'uomo nasce sempre dall'amore di Dio. Come fa spesso, il Pontefice ha diviso il suo ricordo di papa Montini in tre parti: l’amore a Cristo, l’amore alla Chiesa e l’amore all’uomo come «atteggiamenti fondamentali, ma anche appassionati di Paolo VI».

Primo: l'amore a Cristo. Il venerabile Paolo VI «ha saputo testimoniare, in anni difficili, la fede in Gesù Cristo. Risuona ancora, più viva che mai, la sua invocazione: "Tu ci sei necessario o Cristo!"». Francesco dà atto che quelli di Papa Montini erano anni difficili per la fede, come lo sono i tempi odierni, in cui «Gesù è più che mai necessario all’uomo di oggi, al mondo di oggi, perché nei "deserti" della città secolare Lui ci parla di Dio, ci rivela il suo volto». «L’amore totale a Cristo - ha detto Papa Francesco - emerge in tutta la
vita di Montini, anche nella scelta del nome come Papa». San Paolo, disse Papa Montini in un'omelia del 30 giugno 1963, è il santo «che in modo supremo amò Cristo, che in sommo grado desiderò e si sforzò di portare il Vangelo di Cristo a tutte le genti, che per amore di Cristo offrì la sua vita».

Francesco ha anche citato, del venerabile Paolo VI, il discorso di apertura della Seconda Sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II a San Paolo fuori le Mura, del 29 settembre 1963, dove Papa Montini invitò a meditare sul grande mosaico di quella Basilica in cui il Papa Onorio III (ca. 1150-1227) «appare di proporzioni minuscole ai piedi della grande figura di Cristo. Così era la stessa Assemblea del Concilio: ai piedi di Cristo, per essere servi suoi e del suo Vangelo». Infine, la citazione di un'omelia che il venerabile Paolo VI tenne a Manila il 27 novembre 1970: «Cristo! Sì, io sento la necessità di annunciarlo, non posso tacerlo! … Egli è il rivelatore di Dio invisibile, è il primogenito di ogni creatura, è il fondamento di ogni cosa; Egli è il Maestro dell’umanità, è il Redentore; … Egli è il centro della storia e del mondo; Egli è Colui che ci conosce e che ci ama; Egli è il compagno e l’amico della nostra vita; Egli è l’uomo del dolore e della speranza; è Colui che deve venire e che deve un giorno essere il nostro giudice e, noi speriamo, la pienezza eterna della nostra esistenza, la nostra felicità». Francesco ha confidato che «questo discorso a Manila, ma anche quello a Nazaret [del 5 gennaio 1964] , sono stati per me una forza spirituale, mi hanno fatto tanto bene nella vita. E io torno a questo discorso, torno e ritorno, perché mi fa bene sentire questa parola di Paolo VI oggi. E noi: abbiamo lo stesso amore a Cristo? E’ il centro della nostra vita? Lo testimoniamo nelle azioni di ogni giorno?».

Secondo punto: l’amore alla Chiesa, «un amore appassionato, l’amore di tutta una vita, gioioso e sofferto, espresso fin dalla sua prima Enciclica, "Ecclesiam suam"». Anche questo secondo amore è stato testimoniato in tempi particolari e difficili: «Paolo VI ha vissuto in pieno il travaglio della Chiesa dopo il Vaticano II, le luci, le speranze, le tensioni». Francesco cita il «Pensiero alla morte» dove il venerabile Paolo VI scriveva della Chiesa: «Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e Sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra». E nel «Testamento» si rivolgeva alla Chiesa così: «Ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto di amore!». Nell’Esortazione apostolica «Evangelii nuntiandi» – «per me - ha detto Francesco - il documento pastorale più grande che è stato scritto fino a oggi» – il venerabile Paolo Vi si chiedeva: «Dopo il Concilio e grazie al Concilio, che è stato per essa un’ora di Dio in questo scorcio della storia, la Chiesa si sente o no più adatta ad annunziare il Vangelo e ad inserirlo nel cuore dell’ uomo con convinzione, libertà di spirito ed efficacia?».

E continuava: la Chiesa «è veramente radicata nel cuore del mondo, e tuttavia abbastanza libera e indipendente per interpellare il mondo? Rende testimonianza della propria solidarietà verso gli uomini, e nello stesso tempo verso l’Assoluto di Dio? È più ardente nella contemplazione e nell’adorazione, e in pari tempo più zelante nell’azione missionaria, caritativa, di liberazione? È sempre più impegnata nello sforzo di ricercare il ristabilimento della piena unità dei cristiani, che rende più efficace la testimonianza comune "affinché il mondo creda"?». «Sono interrogativi  - ha commentato Francesco, tornando a un tema e a un
linguaggio che gli sono consueti - rivolti anche alla nostra Chiesa d'oggi, a tutti noi, siamo tutti responsabili delle risposte e dovremmo chiederci: siamo veramente Chiesa unita a Cristo, per uscire e annunciarlo a tutti, anche e soprattutto a quelle che io chiamo le "periferie esistenziali", o siamo chiusi in noi stessi, nei nostri gruppi, nelle nostre piccole chiesuole? O amiamo la Chiesa grande, la Chiesa madre, la Chiesa che ci invia in missione e ci fa uscire da noi stessi?».

Terzo punto, infine: l’amore per l’uomo. Nel venerabile Paolo VI, come per ogni vero apostolo, «anche questo è legato a Cristo: è la stessa passione di Dio che ci spinge ad incontrare l’uomo, a rispettarlo, a riconoscerlo, a servirlo». Nell’ultima sessione del Vaticano II, il 7 dicembre 1965, Papa Montini pronunciò un discorso molto noto, che Francesco ha voluto citare: «L’umanesimo laico profano alla fine è apparso nella sua terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo s’è incontrata con la religione dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del Samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani… Dategli merito di questo almeno, voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, e riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo i cultori dell’uomo».

Sbaglierebbe, secondo Papa Francesco, chi interpretasse queste parole come cedimento a un umanesimo che fa a meno di Dio. I cristiani sono «cultori dell'uomo» non in nome di una prospettiva umanitarista o assistenziale ma in nome di Dio. Questo, ha detto Francesco, va riaffermato «anche oggi, in questo mondo dove si nega l'uomo, dove si preferisce andare sulla strada dello gnosticismo, sulla strada del pelagianesimo, o del "niente carne" - un Dio che non si è fatto carne –, o del "niente Dio" - l'uomo prometeico che può andare avanti [da solo] -. Noi in questo tempo possiamo dire le stesse cose di Paolo VI: la Chiesa è l'ancella dell'uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l'uomo, ama l'uomo, crede nell'uomo». In verità solo credendo profondamente in Cristo la Chiesa può servire l'uomo.

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