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In morte di Peppino di Capri, “nientepopodimenoche” dal sapore unico

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Unico italiano a comparire in cartellone con i Beatles; e unico ad avere una fiction Rai ancora “in vita”. Ricordi sparsi di un protagonista “condannato” a cantare sempre le stesse canzoni. E quella volta che gli consegnai una mia cassetta... 

Cultura 13_07_2026

“Nientepopodimeno che” - lo dico per i più giovani - era l'intercalare-tormentone inventato da Mario Riva, il conduttore del mitico programma “Il Musichiere” che, quando la tivù era a canale unico, teneva inchiodata l'Italia ogni sabato sera davanti allo schermo in bianco e nero. Era superiore perfino al mitologico “Lascia o raddoppia?” di Mike Bongiorno, che incollava gli italiani il giovedì (sappiano i giovani che anche i cinema dovevano interrompere la proiezione e lasciargli posto se non volevano la sala deserta).

Dicevo “superiore” perché “Il Musichiere” si permetteva di ospitare gente come Gary Cooper e star del medesimo calibro. La lunga premessa è per introdurre un paio di “nientepopodimeno” che riguardano Peppino di Capri, appena scomparso.

Il primo concerne l'unico concerto italiano dei Beatles, a Milano. Nel cartellone, insieme al loro nome campeggiava anche il suo: “Peppino di Capri”. Nessun altro cantante italiano poté, per sempre, vantarsene. Che c'entrava lui coi Fab Four? Niente, ma gli organizzatori temevano che il boom dei quattro inglesi fosse un fuoco di paglia (era infatti il 1965) e pensarono di salvare la serata affiancando loro un artista navigato. E Peppino lo era da un pezzo, a partire da quella Saint Tropez (in realtà, se non vado errato, una cover americana) che “Peppino di Capri e il suo complesso” portavano in giro a ritmo di twist. Lui, spessi occhiali e movenze da spiritato, riusciva simpatico, anche perché sfornava canzoni napoletane come Luna caprese e Nun è peccate. O italiane come Nessuno al mondo, ripresa da Caterina Valente (una delle poche star internazionali nostrane) o, in versione rockettara, “nientepopodimeno che” da Mina (non ancora proiettata nel firmamento musicale).

Il secondo “nientepopodimeno” che lo riguarda è una fiction Rai sulla sua vita mentre non era ancora morto. Caso unico. Per il resto, nulla da dire che non sia già stato detto dai “coccodrilli” mediatici. Ricordo solo che, in piena Contestazione, riuscì a vincere a Sanremo con un brano un po' osé: Non lo faccio più.

Lo conobbi quando ero giovane e volevo fare il cantautore. Un mio amico, che di mestiere faceva l'organizzatore artistico, mi procurò un appuntamento con lui. Doveva esibirsi in un locale toscano dove talvolta suonavo anch'io e pure Andrea Bocelli ante-boom. Come molti autori affermati ma ormai datati cercava brani da inserire nel proprio repertorio. Mi aspettava nella hall del suo albergo, mezz'ora prima della sua esibizione. Gli diedi una musicassetta con alcune delle mie composizioni. La intascò senza smettere di guardare la tivù. Con fare annoiato, lesse i titoli dei brani e sbottò che uno di essi l'aveva scritto lui. Feci timidamente notare che forse il titolo era uguale, coincidenza, ma non certo il contenuto. Poi, vista l'accoglienza, salutai e me ne andai. Essendo ormai lì, rimasi a sentire la sua esibizione. Era venuto praticamente con le mani in tasca, la pianola elettrica era già in loco. Eseguì le vecchie Roberta e Champagne in un tripudio di signore di mezz'età che le cantavano appresso a lui. E io mi chiedevo: ma questo qui è condannato a cantare sempre le stesse due canzoni? E da quanti anni? Eggià, perché le altre sue ormai non le ricordava più nessuno.

A riprova: un mese dopo, stesso locale, un pianista qualsiasi e me alla chitarra. Una signora piuttosto anziana mandò, come d'uso, un bigliettino con sopra scritta la canzone richiesta. Il pianista lo rimandò indietro perché non l'aveva mai sentita nemmeno nominare. Ma io sì, era Nessuno al mondo di Peppino di Capri. E la eseguii alla chitarra, con grande contentezza della richiedente. Il pianista, naturalmente, del Peppino nazionale conosceva solo Roberta e Champagne. C.v.d. Vabbè, in fondo anche Gino Paoli è ricordato per sole due canzoni dopo una lunga vita artistica. Sempre meglio dei rappers tatuati, comunque, che “classici” non diventeranno mai.