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l'intervista / mons. Khairallah

Il vescovo maronita: «Da anni il Libano paga le guerre altrui»

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L'eparca di Batroun è intervenuto al Meeting di Rimini che ha dedicato una mostra al Paese dei Cedri. Un «Paese-messaggio» con la missione di mostrare che la convivenza è possibile malgrado le contingenze storiche, ricorda a La Bussola, persuaso che non lo si può narrare soltanto secondo le logiche dei conflitti odierni tra Israele ed Hezbollah.

Esteri 27_08_2026

L'edizione 2026 del Meeting di Rimini ha dedicato al Libano una mostra dal titolo Libano. La bellezza, le ferite, la speranza, assieme a due incontri con relatori di spessore e testimonianze dirette dal Paese dei Cedri. Tra gli ispiratori della mostra, assieme ad un manipolo di uomini e donne di fede – di ogni fede – che resistono nel Libano ferito dalla guerra, c'è il vescovo maronita Mounir Khairallah, dal 2012 eparca di Batroun. Orfano a quattro anni di entrambi i genitori, uccisi da un contadino siriano a Mtah Ezziat, monsignor Khairallah è cresciuto nel convento in cui la zia era religiosa prima di entrare nel Seminario minore di Ghazir e proseguire la carriera ecclesiastica. La Nuova Bussola Quotidiana lo ha incontrato alla kermesse riminese e gli ha chiesto una “grammatica di base” per poter capire il Libano.

Monsignor Khairallah, cos'è il Libano?
Già nel 1989 san Giovanni Paolo II parlava del Libano come di un Paese-messaggio ricordando l'importanza di quello che rappresenta, cioè la convivenza, la “convivialità” di diciotto confessioni diverse. Di più, ne ha parlato come di Paese-missione con un ruolo ben preciso per il mondo: mostrare che vivere insieme è possibile. Ha invitato tutti i Paesi del mondo a prendere in considerazione il Libano come modello di coabitazione.
Questo a prescindere dalle contingenze storiche – quando san Giovanni Paolo II ne parlò nel Paese era ancora in corso la guerra civile. Che, peraltro, non è mai stata una guerra civile né tantomeno una guerra confessionale, e soprattutto non è finita.

Cosa intende?
La cosiddetta guerra civile è stata fatta da Israele per distruggere il modello di cui ho appena parlato. Se ci pensa, lo Stato di Israele è costituito su basi antitetiche rispetto a quello libanese: si tratta, per definizione, di uno Stato esclusivo, uniforme per religione, cultura, identità e appartenenza – mentre il Libano è fondato su un modello aperto, multiconfessionale, multiculturale e multireligioso. La guerra a questo modello, come vede, non è ancora finita.

Perché Israele osteggia il “modello libanese” al punto da, come dice, volerlo distruggere?
Perché ha paura, è uno Stato fondato sulla paura. Il popolo israeliano vive nella paura, e nella sfiducia; il suo governo lo incoraggia a vivere nella paura per poter governare, per giustificare il suo potere e la sua sussistenza. La verità è che lo Stato di Israele non vuole la pace. L'unico Primo Ministro israeliano che voleva la pace era Yitzhak Rabin, ebreo nato in Palestina – se ci fa caso, la maggior parte degli altri leader israeliani sono nati all'estero. Rabin, nato in Palestina, era abituato alla coesistenza, alla convivenza con gli arabi: fino al 1948 arabi ed ebrei abitavano insieme. Quando la Gran Bretagna ha assecondato il sogno sionista di una “terra biblica” e ha concesso la fondazione dello Stato di Israele, è stata la fine della convivenza. Come dicevo, lo Stato di Israele esclude in partenza la convivenza. Dunque Rabin è stato l'unico leader israeliano a desiderare sinceramente la pace, e infatti i suoi l'hanno eliminato. La leadership attuale va in tutt'altra direzione: come sa, nel 2018 il premier Benjamin Netanyahu ha fatto approvare alla Knesset una legge che definisce Israele come lo “Stato-nazione del popolo ebraico”: ciò significa che che solo la componente ebraica della popolazione ha il diritto all'autodeterminazione nazionale. Non solo, Netanyahu pretende che tutta la comunità internazionale riconosca lo Stato di Israele con questa definizione anche se, almeno formalmente, nessuno ha accettato.

A proposito di guerra, sembra che tutti i conflitti del Medioriente si siano attualmente concentrati sul territorio libanese. Perché secondo lei?
Perché il Libano è l'unico Paese del Medioriente in cui la libertà di espressione e religione è possibile. Da anni il Libano paga le guerre altrui: Israele fa la sua guerra in Libano, gli Stati Uniti fanno la loro guerra in Libano, l'Iran fa la sua guerra in Libano: i regolamenti di conti dell'intero Medioriente si fanno in Libano.

Davanti a questo l'Occidente tace, e in particolare resta in silenzio rispetto all'aggressione e all'occupazione israeliane che, come ha ricordato, sono tuttora in corso.
Tutti nel mondo hanno paura di Israele, o lo compiacciono per calcoli economici ed elettorali. Così a prevalere è la legge del più forte, la legge della sopraffazione, contro la quale il Papa ha parlato nel suo discorso qui al Meeting invitando a sostituirla con la legge dell'amore.

La mostra organizzata dal Meeting di Rimini sul Libano – che include anche un suo contributo – è molto documentata dal punto di vista storico ma singolarmente carente nel racconto dell'oggi. C'è un motivo?
Narrare il Libano secondo le logiche dei conflitti odierni tra Israele ed Hezbollah è riduttivo. Il Libano ha cinquemila anni; Hezbollah, una milizia nata nel 1982, è solo un episodio della sua storia: com'è nato, domani sparirà. Il Libano invece non sparirà. Spesso raccontando il Libano si dà la precedenza alle guerre, alle violenze che lacerano il suo territorio. Occorre invece dare voce anche alla bellezza, alla ricchezza, alla grandezza del Paese. Quello libanese è un popolo bello, ospitale, generoso, che la voglia di vivere con dignità spinge a continuare a lottare.



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