• NUOVO STUDIO

Il vero alleato dei neri è la fede. Lo dice la sociologia

Una nuova ricerca a cura di Ashley N. Jackson, intitolata «Can I live» e condotta su 1.170 adolescenti tra afroamericani (71%) e caraibici (29%), rivela che la fede «può ridurre gli effetti negativi sulla salute mentale di determinate esperienze». Altri studi recenti mostrano che la religiosità non solo conforta ma aiuta a prevenire devianze e scontri con la polizia.

Il miglior alleato degli afroamericani? A sentire quello che riportano i grandi media, non c’è dubbio alcuno: è Black Lives Matter, il movimento internazionale sedicente antirazzista nato nel 2013 e tornato in auge dopo la morte di George Floyd, avvenuta il 25 maggio scorso a Minneapolis, in seguito alla quale si sono verificate numerose proteste poi sfociate in veri e propri episodi di teppismo urbano. Tuttavia, se questo è il pensiero dei colossi dell’informazione, le evidenze sociologiche più recenti vanno in un’altra direzione a proposito di quel che davvero, negli Usa, può aiutare i giovani di colore.

Il riferimento, qui, è a una nuova ricerca a cura di Ashley N. Jackson - la quale non può essere accusata di simpatie razziste, essendo una studiosa di colore - che strizza l’occhio fin dal titolo proprio ai movimenti antirazzisti, dato che il lavoro suo e dei suoi colleghi, pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health, si chiama «Can I live», con un neppure troppo mascherato riferimento alle ultime parole di George Floyd, «I can't breathe». Tutto si può dire, insomma, tranne che questa nuova ricerca sia farina del sacco del suprematismo bianco.

Anche perché è stata redatta a partire da una premessa, vale a dire quella secondo cui negli Stati Uniti, prima o poi, per i giovani neri un qualche contatto involontario con la polizia - che può sfociare in discussioni o violenza - sia un’esperienza inevitabile. Ma se le cose stanno così, si sono chiesti gli autori dello studio, che cosa può fungere da supporto personale e psicologico agli adolescenti delle minoranze etniche, più probabilmente di altri esposti al rischio di abusi polizieschi? Per rispondere a questa domanda, sono stati esaminati i dati di un campione di 1.170 adolescenti afroamericani (71%) e caraibici (29%) di età compresa tra i 13 e i 17 anni, con il 26% di essi avente alle spalle episodi di violenza con la polizia.

Ebbene, al termine di questo approfondimento la Jackson e gli altri autori della ricerca hanno potuto riscontrare come la principale alleata dei giovani di colore sia la fede, con la religiosità soggettiva degli adolescenti risultata associata a livelli più bassi di sintomatologia depressiva. «Questa particolare scoperta», ha quindi dichiarato Ashley N. Jackson, «evidenzia come la religione possa ridurre gli effetti negativi sulla salute mentale di determinate esperienze, essendovi un’associazione tra religiosità e benessere psicologico». Il che, se è una buona notizia a prescindere, lo è doppiamente per i giovani afroamericani, che mediamente risultano più religiosi degli altri.

Ma c’è di più. A simili considerazioni, esito della letteratura più insospettabile e recente, si potrebbe infatti aggiungere quanto altre ricerche hanno già riscontrato; si pensi per esempio ad un lavoro apparso ancora nel 2000 sulla rivista criminologica Justice Quarterly a proposito del fatto che la frequenza ai luoghi di culto risulta associata a una riduzione diretta di forme di devianza criminale più o meno grave. Anche qui nulla di nuovo se si considera che già nel 1985 il sociologo Lee Ellis, per oltre 30 anni cattedratico alla Minot State University, pubblicava un lavoro su Sociological Perspectives, con il quale - prese in esame le appartenenze religiose ebraica, protestante e cattolica - evidenziava come la religiosità coincidesse con tassi criminali più contenuti.

Tutto questo per dire che non solo la religione aiuta a sopportare meglio eventuali traumi conseguenti a scontri con la polizia: aiuta pure a prevenirli, indirizzando il comportamento verso orizzonti virtuosi e tenendo al largo da cattive compagnie. Senza voler necessariamente tirare in ballo Martin Luther King - che, benché non cattolico, era comunque assai religioso, essendo un pastore protestante prima che un attivista per i diritti civili -, si può quindi concludere che, checché ne dicano militanti e simpatizzanti di Black Lives Matter, i veri alleati della comunità afroamericana non sono loro. Sono invece quelli che pregano e invitano i giovani a fare altrettanto.