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Il Vaticano "regala" Hong Kong al regime cinese

Il prossimo vescovo di Hong Kong sarà tutto pro-Cina. Si tratta di monsignor Peter Choy, sarebbe stato già nominato ma l'annuncio ufficiale è slittato: anzitutto per la consapevolezza che tale nomina spaccherà ulteriormente la Chiesa di Hong Kong, e poi ora si è aggiunta anche la minaccia del Coronavirus. L'accordo - tuttora segreto - tra Santa Sede e Cina fa dunque una nuova vittima.

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Il segretario di Stato Parolin, monsignor Peter Choy e il cardinale Tong

Dopo oltre un anno di attesa sarebbe stato nominato il nuovo arcivescovo di Hong Kong, ma la Santa Sede non lo ha ancora annunciato perché il suo nome sarà causa di polemiche e divisioni nel clero di Hong Kong. Si tratta infatti di monsignor Peter Choy Wai-man, attuale vicario della diocesi, considerato molto vicino al regime di Pechino e alle ragioni dell’Associazione patriottica. L’indiscrezione, già pubblicata dalla Catholic News Agency lo scorso 17 gennaio è stata confermata alla Nuova Bussola Quotidiana da fonti di Hong Kong.

Inizialmente l’annuncio ufficiale era previsto per i prossimi giorni, probabilmente subito dopo la pubblicazione dell’Esortazione apostolica di papa Francesco sull’Amazzonia, forse per “nascondere” la notizia dietro alle numerose discussioni destinate ad accogliere la pubblicazione dell’Esortazione. Ma ora sembra che i tempi siano destinati ad allungarsi ancora per via del Coronavirus che è arrivato anche nel territorio dell’ex colonia britannica.

Ad ogni modo è chiaro il significato di una tale nomina, sulla scia dell’accordo – ancora segreto – firmato da Cina e Santa Sede nel settembre 2018: la resa del Vaticano al regime comunista cinese e la consegna della diocesi di Hong Kong all’Associazione patriottica, controllata dal Partito comunista.

La mossa non arriva come una sorpresa; si tratta infatti di un percorso iniziato già da tempo e diventato chiaro con la morte improvvisa dell’arcivescovo Michael Yeung Ming-cheung nel gennaio 2019. Il successore naturale sarebbe stato l’unico vescovo ausiliare di Hong Kong, monsignor Joseph Ha Chi-shing, ma da Roma è arrivato lo stop.
Monsignor Ha, un francescano, era stato nominato ausiliare di Hong Kong nel 2014, insieme al già citato monsignor Yeung e a Stephen Lee Bun-sang, attuale vescovo di Macao. Ma ha il grosso svantaggio di essere considerato vicino al cardinale Joseph Zen Ke-kiun, di cui è noto l’atteggiamento molto critico nel confronti del regime cinese e dell’accordo sino-vaticano.

Chiaro dunque che nel clima di sottomissione della Santa Sede al regime cinese, la figura di monsignor Ha era di imbarazzo. Tanto è vero che si dà per certo che monsignor Yeung avesse già deciso di nominare come secondo vescovo ausiliare Peter Choy, decisione abortita a causa della morte dell’arcivescovo. Ma grazie anche agli uffici del croato Ante Jozic, responsabile della Missione di Studio della Cina a Hong Kong (di fatto una nunziatura “mascherata”), la nomina del nuovo vescovo è stata messa in stand by ed è stato invece nominato a sorpresa come amministratore apostolico il cardinale John Tong Hon, che di Hong Kong era stato vescovo fino al 2017.

Questo periodo di gestione Tong è servito per preparare il sorpasso ai danni di monsignor Ha e fare in modo che il passaggio dei cattolici cinesi nelle mani di Pechino procedesse senza intoppi. Come ulteriore gesto di inginocchiamento ai piedi di Pechino, la Santa Sede ha promosso ad altri incarichi anche monsignor Jozic, nominato in marzo nunzio in Costa d’Avorio, svuotando così la rappresentanza diplomatica a Hong Kong nella speranza di poterne presto aprire una a Pechino.
Il cardinale Tong, che ha un filo diretto con il segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, in questo tempo ha discretamente affidato crescenti incarichi a monsignor Peter Choy, molto legato ai circoli che spingono per far confluire tutti i cattolici cinesi nella Associazione patriottica e per “diluire” il clero di Hong Kong con sacerdoti patriottici della Cina.

Negli ultimi mesi le proteste scoppiate a Hong Kong dopo il tentativo del governo locale di far passare una legge per l’estradizione in Cina, ha palesato ancora di più la spaccatura creatasi nella Chiesa di Hong Kong. Mentre tanti cattolici vi hanno partecipato e lo stesso monsignor Ha è stato molto vicino ai manifestanti, Peter Choy è rimasto totalmente estraneo a quanto stava accadendo: vicino al regime di Pechino, lontano dai cuori della gente. Che infatti, in gran parte, preferirebbe monsignor Ha, che ha grande esperienza personale e molti incarichi in diocesi.

Non così, evidentemente, la pensa Pechino e di questi tempi è la cosa che più importa in Vaticano. Tanto da passare sopra anche alle insistenti voci provenienti da Hong Kong su presunte debolezze morali di monsignor Choy.

La trasformazione della diocesi di Hong Kong in un altro avamposto della Chiesa nazionale cinese è dunque ormai arrivata al culmine. Si attende soltanto l’ufficializzazione della nomina di monsignor Peter Choy, Coronavirus permettendo.

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