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«Il Vangelo è l'antidoto alla miseria spirituale»

Nel Messaggio per la Quaresima, papa Francesco ribadisce ancora una volta che la miseria di cui preoccuparsi non è solo quella materiale. C'è anche, più grave, una miseria morale e spirituale. 

Papa Francesco

Il 4 febbraio 2014 è stato pubblicato il Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima di quest'anno, formalmente datato 26 dicembre 2013. Il Messaggio è un piccolo trattato sulla povertà e sulla miseria. Precisa in che senso il Pontefice parla di una «Chiesa povera per i poveri», e ribadisce ancora una volta che la miseria di cui preoccuparsi non è solo quella materiale. C'è anche, più grave, una miseria morale e spirituale, che consiste nel non conoscere Dio e nell'allontanarsi da Lui.

Il Papa parte dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor 8,9). Queste parole, commenta il Pontefice, «ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà». La povertà di Cristo è un mistero, ma «la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate». 

Non dobbiamo però cadere, ci dice il Papa, in concezioni errate della povertà. «Lo scopo del farsi povero di Gesù - spiega il Messaggio - non è la povertà in se stessa». San Paolo indica lo scopo vero: «...perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». «Non si tratta - afferma il Pontefice - di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio», che non va confusa con un «pietismo filantropico». La povertà di Cristo è «proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada». La povertà di Cristo è la stessa incarnazione di un Dio che diventa uomo, «è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio». 

Per questo la povertà di Gesù è nello stesso tempo ricchezza. «La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre». E «quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”». Come aveva fatto nella sua prima omelia, Papa Francesco cita ancora lo scrittore francese Léon Bloy (1846-1917): «la sola vera tristezza è non essere santi». «Potremmo anche dire - aggiunge - che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo».

Non si tratta di un semplice fatto storico relativo a Gesù Cristo. «In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri». Un popolo di poveri, chiamati ad alleviare le miserie altrui. «La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza». 

Attenzione, però: non c'è solo la miseria materiale. Il Papa distingue «tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale». La miseria materiale «è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale». A costoro la Chiesa offre il suo servizio e anche la sua dottrina sociale, che denuncia le cause profonde delle ingiustizie e delle violazioni dei diritti.

Ma «non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza!». Queste situazioni di «suicidio incipiente», spesso «anche causa di rovina economica», si collegano «sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera». E la miseria spirituale colpisce anche i ricchi.

Come rispondere? «Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna». Per annunciare in modo credibile questo Vangelo dobbiamo essere a nostra volta poveri, il che significa sia sobri nella vita materiale, sia disposti a riconoscere il peccato e a farne penitenza. «Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole».

Diventiamo così quei cristiani di cui parla, ancora, san Paolo: «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10). Siamo, in una parola, «misericordiosi e operatori di misericordia», pronti a chinarci con compassione sulla miseria materiale, morale e spirituale tanto presente nel nostro mondo.