• L’ANALISI

Il Sinodo che ha dimenticato la salvezza delle anime

Nel documento finale del Sinodo sull’Amazzonia colpisce il silenzio sulla missione della Chiesa: la salvezza delle anime. Si parla di dialogo, ma non di vita eterna. La moltiplicazione dei ministeri e le “quote rosa” confermano la linea mondana. Riguardo a diaconesse e preti sposati (senza continenza), i registi del Sinodo hanno usato cautela, perché l’obiettivo immediato era, secondo l’espressione cara a papa Francesco, “avviare processi”.

- E IL PAPA PENSA GIÀ AL PROSSIMO SINODO, di N. Spuntoni

Intervenendo sabato scorso nell’aula sinodale, papa Francesco ha chiesto ai giornalisti di valutare il documento finale nella sua parte più rilevante e profonda, cioè quella che ha definito essere “la diagnosi” della situazione amazzonica. Il motivo centrale del documento è quello della conversione integrale, che viene declinata secondo altri quattro aggettivi: pastorale, culturale, ecologica e sinodale.

Si tratta di cinque capitoli molto verbosi, dove gli slogan si rincorrono e si ripetono, slogan in gran parte mutuati da questo pontificato; non a caso papa Francesco e le sue encicliche sono il riferimento quasi esclusivo del testo. Ma a colpire maggiormente, oltre a questa ridondanza, è il totale silenzio su quella che è la vera natura della missione della Chiesa, ossia la salvezza delle anime.

Il secondo capitolo, dedicato all’azione missionaria della Chiesa, parla di dialogo, ascolto, accompagnamento, nuovi cammini, persino di evangelizzazione, ma da nessuna parte si apre la prospettiva della vita eterna. La conversione è richiesta ai missionari, affinché vivano una vita semplice e sobria, alimentando una spiritualità mistica nella scia di un san Francesco più idealizzato che reale (cfr. § 17), un Poverello d’Assisi che appare intento a edificare un regno di quaggiù, piuttosto che raggiungere quello di lassù. Nel medesimo paragrafo, infatti, si precisa che la meditazione della Parola di Dio è finalizzata ad ascoltare i non meglio precisati “gemiti dello Spirito” e ad incoraggiarci nell’impegno per la cura della “casa comune”: la preghiera, la grazia, la parola di Dio e persino i sacramenti sono orientati all’edificazione di un regno immanente, un regno che coincide con uno sviluppo “armonico” dell’umanità.

È per questo che la cultura amazzonica viene particolarmente elogiata: con il suo “buen vivir”, essa sarebbe un esempio di armonia “francescana” degli uomini «con se stessi, con la natura, con gli esseri umani e con l’essere supremo» (§ 9). Non solo la parola di Dio, ma anche l’Eucaristia diventa funzionale al raggiungimento di obiettivi terreni. Il paragrafo 110 si fa eco della rivendicazione delle comunità amazzoniche di poter avere la celebrazione eucaristica, in quanto essa è «punto di arrivo (culmine e consumazione) della comunità; nello stesso tempo è punto di partenza: di incontro, di riconciliazione, di formazione e catechesi, di crescita comunitaria».

Povertà, violenza, discriminazione, disoccupazione, sostenibilità, democrazia, consumo di droga e alcool, diventano così gli ambiti in cui questa azione missionaria deve spendersi e in ultima analisi esaurirsi: è da queste miserie e non dal peccato che dobbiamo essere redenti, e la fede diventa funzionale a questi obiettivi.

Dal documento emerge, infatti, una prospettiva che non sembra più distinguere tra progresso sociale e Regno di Dio. Venute meno l’urgenza per la salvezza dei popoli e l’azione apostolica per spingere le genti ad entrare alla cena del Padrone di casa (cfr. Lc 14, 16-24), la Chiesa deve cercare nuovi domini “orizzontali” di azione e impegno: appare questa la chiave di lettura del documento e si deve perciò ammettere che, se si deve parlare di diagnosi, si tratta di una diagnosi gravemente manchevole, che non ha colto la malattia e di conseguenza non sa dare una vera cura.

In questa luce, si dovrebbero meglio comprendere i suggerimenti di natura “disciplinare” che i vescovi hanno presentato al Papa, che traducono questa assenza di prospettiva escatologica e soprannaturale. Anzitutto, l’uso, usque ad nauseam, dei termini «ministerios» e «ministerialidad», con la richiesta di promuovere ministeri esistenti e di istituirne di nuovi: si chiede di istituire il «ministero dell’accoglienza nelle comunità urbane» (§ 36); si promuove «un ministero giovanile rinnovato e audace» (§ 32); si domanda di creare «dei ministeri per la cura della “casa comune” in Amazzonia» e un nuovo ministero «dell’accoglienza per quanti sono sfollati dai propri territori verso le città» (§ 79); ancora, si insiste sulla creazione di «ministeri speciali per la custodia della “casa comune” e dell’ecologia integrale a livello parrocchiale in ciascuna giurisdizione ecclesiastica» (§ 82). E poi l’idea di un ministero «per l’esercizio della cura pastorale» (§ 96), ossia dei parroci laici, che dovranno essere nominati dai vescovi, ma che svolgeranno il loro compito a rotazione, per evitare personalismi; e infine la richiesta di creare il «ministero istituito della “donna dirigente di comunità”» (§ 102). La moltiplicazione di questi “ministeri” corrisponde a una mentalità mondana; la Chiesa entra nella logica degli Stati secolari, che istituiscono e sopprimono ministeri, a seconda delle esigenze del momento. E che la mentalità sia questa, lo si capisce anche dal paragrafo 95, quando si afferma che «per la Chiesa amazzonica è urgente che si promuovano e conferiscano ministeri per uomini e donne in modo equo». Siamo in piena logica “quote rosa”.

È in questa linea di istituire ministeri per ogni cosa, osservando l’equa ripartizione tra uomini e donne, che va compresa anche la richiesta di rivedere il motu proprio di san Paolo VI, Ministeria quaedam, affinché possano essere conferiti anche alle donne il Lettorato e l’Accolitato (cfr. § 102). Nel paragrafo successivo si fa poi presente che diversi padri sinodali hanno avanzato la proposta del diaconato permanente per le donne; pertanto si richiede di potersi confrontare con la commissione di studio sull’argomento, istituita da papa Francesco nel 2016. Questa formulazione prudenziale del paragrafo è probabilmente dovuta alla necessità di aggirare una certa resistenza, che è rimasta comunque visibile nei 30 non placet. Ma non ci si deve illudere. È importante infatti comprendere che questo Sinodo non aveva l’obiettivo di far saltare il banco, ma, secondo l’ormai nota espressione di papa Francesco, di “avviare processi“.

A confermare la linea sono stati anche due vescovi, molto influenti in questo Sinodo. Durante l’ultimo briefing, il neo cardinale Michael Czerny ha infatti esplicitamente fatto presente che si tratta di «un processo in corso» e che «i processi stanno andando avanti». Stessa musica da parte di monsignor Erwin Kräutler, il quale, in una breve video-intervista con Edward Pentin, non ha nascosto la propria soddisfazione e ha precisato che questo Sinodo «è una tappa verso una nuova epoca. Ritengo che la Chiesa non possa essere compresa senza questo Sinodo. È una nuova apertura per la regione amazzonica, ma anche per tutto il mondo». Tant’è che, sulle diaconesse, Kräutler si è detto sicuro che si farà.

Il paragrafo che ha decisamente prodotto più clamore mediatico è però il 111, nel quale si propone «di stabilire criteri e norme da parte dell’autorità competente [...] per ordinare sacerdoti uomini della comunità idonei e riconosciuti», al fine di assicurare la predicazione e i Sacramenti nelle zone più remote. Nessun obbligo di continenza, ma semplicemente si afferma che possano continuare «ad avere una famiglia legittimamente costituita e stabile». Alcuni vescovi hanno chiesto un «approccio universale» della questione. È evidente che anche in questo caso si è usata cautela. E furbizia. Si è evitata l’espressione viri probati, e si è fatta una magia: si sono resi non permanenti i diaconi permanenti. Che, tradotto, significa ordinare uomini sposati, senza chiedere loro la continenza. Ancora una volta, il problema della carenza dei sacerdoti vuole essere risolto secondo una logica secolare, quasi aziendale: se non bastano i laureati per coprire i bisogni dell’azienda, basta estendere le assunzioni anche ai diplomati.

È importante notare che questa “apertura” viene avanzata in nome di un «diritto della comunità alla celebrazione» (§ 110), un diritto che non può però essere considerato come assoluto e non può essere impugnato contro altri diritti e obblighi, nella fattispecie l’obbligo del celibato.

Infine, due parole sul paragrafo 119. In esso si domanda che il nascituro organismo ecclesiale per l’Amazzonia, realizzato in concerto con il Consiglio Episcopale Latinoamericano (Celam) e la Rete Ecclesiale Panamazzonica (Repam), preveda una commissione che elabori «un rito amazzonico, che esprima il patrimonio liturgico, teologico, disciplinare e spirituale amazzonico». Visti gli esempi di inculturazione durante questi giorni di Sinodo, c’è da preoccuparsi. La rassicurazione di «non perdere di vista quello che è essenziale» (§ 118), anziché dare sollievo, aggiunge ulteriori ragioni alle perplessità già sollevate (vedi qui). Perché un rito non è fatto solo di cose essenziali; un rito è come una cipolla: nessuno strato le è essenziale, ma tolti i diversi strati non rimane più nemmeno la cipolla. E le varie riforme, adeguamenti e creatività liturgiche degli ultimi cinquant’anni lo dimostrano. Se poi si giunge a proporre di arricchire un rito «con il modo in cui questi popoli si prendono cura del proprio territorio e si relazionano con le proprie acque» (§ 119), allora stiamo freschi. Anche in Amazzonia.