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Il prezzo di un sacchetto, la tassa sulle piccole spese

Rivolta per i sacchetti della frutta e della verdura, a pagamento dal 1 gennaio. Ci sono ragioni per indignarsi? Certamente sì, almeno per Codacons, che punta il dito contro una vera e propria tassa occulta, che graverà sulla nostra spesa quotidiana. E il conflitto di interessi, pur non esplicito, si vede.

Etichette sulle arance, un modo per aggirare il prezzo del sacchetto (da pagina Facebook)

Rivolta per i sacchetti della frutta e della verdura. Talvolta le rivolte fiscali scoppiano per le cause più piccole. Per esempio, dopo aver subito ogni forma di vessazione dal governo britannico, dalla Guerra dei Sette Anni in poi, nel 1773 i coloni del Nord America si ribellarono a partire da un provvedimento protezionista, tutto sommato minore, sul commercio del tè. Nel regno unitario d’Italia, dopo decenni di governi autoritari, militaristi e colonialisti, che espropriavano i beni della Chiesa e imponevano il controllo al Sud con la forza bruta, gli italiani si sollevarono nel 1898 per un rincaro del pane che non dipendeva direttamente dal governo. Così è per la rivolta (per ora solo sui social network) dei sacchetti. In un paese in cui una famiglia paga più del 60% di tasse, l’aumento di pochi centesimi sulla spesa di frutta e verdura ha fatto traboccare il vaso.

Da cosa nasce questa strana legge? Da una direttiva europea per la protezione dell’ambiente che chiede di disincentivare l’uso dei sacchetti di plastica, a favore di quelli biodegradabili e compostabili. In Italia questa direttiva è stata recepita nel modo più svantaggioso per i consumatori. Infatti, oltre all’obbligo, per mercati e supermercati, di adottare sacchetti leggeri per frutta e verdura composti da materiale biodegradabile e compostabile (e certificati da appositi enti), per i consumatori è vietato il loro riutilizzo, possono anche portarli da casa ma solo se monouso, i supermercati possono rifiutarli per motivi di igiene e imporre i propri. Infine il prezzo del sacchetto è direttamente a carico del consumatore e sarà battuto sullo scontrino. Quest’ultimo aspetto lo prevede la legge entrata in vigore dal 1° gennaio del 2018: è l’articolo 9-bis della legge di conversione n. 123 del 3 agosto 2017 (il Decreto Legge Mezzogiorno) che stabilisce che “le borse di plastica non possono essere distribuite a titolo gratuito e a tal fine il prezzo di vendita per singola unità deve risultare dallo scontrino o fattura d’acquisto delle merci o dei prodotti trasportati per il loro tramite”. Il ministro dell'Ambiente, Gian Luca Galletti, ha successivamente dichiarato che la norma mira a scoraggiare il più possibile l'uso dei sacchetti. Vedendo il prezzo sullo scontrino, insomma, la gente sarebbe scoraggiata a usarne troppi.

Per gli esercizi commerciali che non applicheranno la nuova norma sono previste multe che vanno da 2.500 a 25.000 euro. Ma le sanzioni possono arrivare anche fino a 100.000 euro in caso di “ingenti quantitativi” di buste fuorilegge. Quanto pesa questo nuovo costo sulla nostra spesa quotidiana? Secondo Codacons, “… ogni volta che si va a fare la spesa al supermercato occorrerà pagare dai 2 ai 10 centesimi di euro per ogni sacchetto, e sarà obbligatorio utilizzare un sacchetto per ogni genere alimentare, non potendo mischiare prodotti che vanno pesati e che hanno prezzi differenti. Tutto ciò comporterà un evidente aggravio di spesa a carico dei consumatori, con una stangata su base annua che varia dai 20 ai 50 euro a famiglia a seconda della frequenza degli acquisti nel corso dell'anno”. Secondo l’osservatore dell’Associazione Italiana delle Bioplastiche, invece, il prezzo sarà inferiore, al massimo 12,5 euro all’anno. Ma in ogni caso, come spiega il presidente di Codacons Carlo Rienzi, si tratta “di una vera e propria tassa occulta a danno dei cittadini italiani che non ha nulla a che vedere con la giusta battaglia in favore dell'ambiente. Abbiamo già inviato una istanza d'accesso al Ministero dell'economia per conoscere tutti i dettagli di tale norma ingiusta, e siamo pronti a dare battaglia impugnando nelle sedi competenti un provvedimento ingiusto che finisce solo per introdurre aggravi di spesa sulle spalle dei consumatori”. Benché “lo chieda l’Europa”, l’Italia è l’unico paese europeo che addebita il costo dei sacchetti direttamente ai consumatori. Questo non vuol dire che prima fossero “gratuiti”: erano forniti dai supermercati e il loro costo ricaricato su altri prezzi. Ora è pagato direttamente dal consumatore e visibile sullo scontrino. Meglio o peggio? Meglio solo se ciò permette ai supermercati di abbassare i prezzi. Ma quanti di questi li abbasseranno e rinunceranno agli extra profitti?

I consumatori hanno reagito male alla novità, la protesta dilaga sui social e iniziano anche i suggerimenti su come aggirare il balzello. Ad esempio pesando i frutti o la verdura pezzo per pezzo ed etichettando ogni singolo pezzo. Quindi, se si comprano due banane e quattro arance, invece che prendere due sacchetti (uno per ogni tipo di frutto), si pesano uno ad uno i sei frutti e si stampano 6 etichette, uno per ogni frutto. Scomodo, ma per qualcuno è una protesta che vale la candela, se non altro sul piano simbolico. E le foto dei frutti etichettati sono già diventate virali, un simbolo di questo inizio 2018. Ma alcune catene di supermercati hanno messo le mani avanti e stampano il prezzo del sacchetto direttamente sullo scontrino della frutta e non nel conto finale. Anche su questo, Codacons si prepara a dar battaglia. “Chiediamo di aprire indagini sul territorio alla luce del possibile reato di truffa, verificando il comportamento di ipermercati, supermercati ed esercenti nella vendita dei sacchetti biodegradabili - commenta il presidente Carlo Rienzi - perché stanno arrivando segnalazioni da parte dei consumatori di tutta Italia che denunciano come il costo degli shopper venga loro addebitato anche in assenza di acquisto dei sacchetti, in modo del tutto illegittimo”.

A chi giova questa legge? E’ soprattutto questo l’aspetto che sta facendo indignare la gente sui social network, perché si dice che la nuova legge sia fatta per favorire interessi vicini a Renzi e al Pd. Naturalmente le teorie si moltiplicano. Gira il nome di Catia Bastioli, imprenditrice e amministratore delegato di Novamont, azienda chimica che produce plastica biodegradabile. Bastioli si difende affermando di non avere il monopolio nel settore e di non essere nella manica di Renzi e del Pd. Non ha il monopolio, è vero: ci sono 150 aziende italiane che operano nel settore. E, come afferma lei stessa nella sua intervista a La Repubblica, “avrò visto Renzi quattro o cinque volte in tutto”. Però la Novamont aumenterà le vendite dei suoi prodotti grazie alla nuova legge? Difficile pensare che non ci guadagni, considerando l’obbligo di acquisto introdotto dalla nuova legge. E Catia Bastioli era una delle imprenditrici intervenute alla Leopolda nel 2011. Nel 2014, all'inizio dell'era Renzi, è stata nominata alla presidenza del Gruppo Terna, azienda controllata della distribuzione d'energia. Le leggende sono nere, ma talvolta hanno un fondo di verità.