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Il jihad colpisce con l'IA, lo rivela uno studio di Cambridge

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Da scenario fantascientifico a rischio reale e letale, da mezzo di propaganda a strumento di distruzione di massa: l'intelligenza artificiale è ormai arruolata per organizzare attentati e addestrare i jihadisti. Il rapporto dell'ateneo inglese si concentra su Boko Haram, ma il fenomeno è destinato a estendersi e i governi sono chiamati a fronteggiare il binomio tecnologia-terrorismo.

Attualità 01_08_2026
CARLO CARINO BY AI MID - imagoeconomica

La Silicon Valley sa di aver messo strumenti di distruzione di massa nelle mani dei gruppi terroristici islamici? La domanda, che fino a pochi anni fa sarebbe suonata come fantascienza, trova oggi una risposta documentata in una ricerca condotta dall’Università di Cambridge, la quale racconta come l’intelligenza artificiale abbia smesso di essere, per certe organizzazioni jihadiste, un semplice megafono di propaganda, per trasformarsi in un vero e proprio assistente capace di organizzare attentati, insegnare tecniche di combattimento  e costruire bombe.

Tra il 2022 e il 2025, Antonia Juelich, specialista in terrorismo e nuove tecnologie, ha condotto per il Cambridge Programme on IA Science & Policy, di cui è la responsabile, 57 interviste, ciascuna di un’ora e mezza, a 27 ex membri di Boko Haram — gruppo jihadista del Nord della Nigeria. Ne è nato un rapporto di 93 pagine — il primo studio nel suo genere —, pubblicato pochi giorni fa, che restituisce un quadro ben più inquietante di quanto le analisi precedenti abbiano lasciato supporre circa l’utilizzo dell’intelligenza artificiale da parte del terrorismo islamico.
Gli intervistati, in gran parte ex comandanti o “specialisti tecnici”, hanno dimostrato di conoscere bene i sei principali fornitori di IA disponibili sul mercato e di sapere come servirsene per il supporto bellico, la pianificazione tattica, la sicurezza operativa e la revisione post-missione.

La svolta arriva tra il 2023 e il 2025, quando lo Stato Islamico — dato da più parti per indebolito, se non defunto — rivela di aver costruito un’intera rete di formatori specializzati in intelligenza artificiale, attivi tra i propri seguaci in Nigeria e Camerun. Il rapporto evidenzia come i jihadisti non abbiamo imparato ad usare l’IA in autonomia, ma sono stati addestrati. Uomini, da Libia, Francia e Iraq, descritti dagli ex miliziani semplicemente come «bianchi venuti ad addestrarci», che hanno organizzato visite nello Stato di Borno, nel nord-est della Nigeria, con gruppi che potevano contare fino a venti istruttori, alcuni specializzati in droni e ordigni esplosivi, altri interamente dedicati all’IA. «C’erano anche molti arabi provenienti dall’Afghanistan e dall’Iraq che ci hanno fornito addestramento. Questa è la ragione principale per cui abbiamo fatto progressi», racconta uno degli intervistati. Ed è proprio in seguito a tali sessioni di formazione che tra le fila di Boko Haram ha iniziato a circolare un nuovo mantra, «Allah ci ha aiutato, e così farà l’IA».

L’organizzazione terroristica islamica ha pensato, poi, anche a coordinarsi sul piano logistico, evitando di lasciare tracce riconducibili a sé. «Abbiamo persone in diverse località che creano account che non possono essere ricondotti a noi. Sono loro che pagano gli abbonamenti», ha spiegato un ex stratega del gruppo. Una rete di prestanome digitali, dunque. L’accesso è strettamente controllato. I combattenti di grado inferiore non possono utilizzare gli strumenti in prima persona. Le domande vengono inoltrate ai comandanti delle unità di intelligenza artificiale, che utilizzano i sistemi e forniscono le risposte ai livelli inferiori.

Un meccanismo, questo, che dice molto più di quanto sembri: l’intelligenza artificiale non è un’arma occasionale nelle mani di qualche miliziano più smaliziato, ma un ingranaggio ormai incorporato nell’organizzazione delle fazioni — fatto di uomini, dispositivi, pagamenti e regole d’accesso costruiti attorno ad essa. Una capacità, insomma, destinata a sopravvivere ben oltre la competenza del singolo combattente. 
Quanto, poi, alle unità specializzate, il fine è offrire supporto diretto ai combattenti sul campo tramite telecamere indossabili che trasmettono in tempo reale le riprese degli attentati.

Tra gli episodi raccontati nel rapporto, uno in particolare restituisce con crudezza la portata del fenomeno. Per anni, lo Stato islamico della provincia dell’Africa, ha tentato di attaccare una base militare nella Nigeria orientale, scontrandosi però con un ampio fossato che circondava il complesso. La soluzione è arrivata dall’intelligenza artificiale: fornite all’IA le caratteristiche delle moto e la distanza da coprire, l’assistente ha restituito istruzioni precise sui passaggi da seguire. Le prove sul campo, però, sono costate care: diciotto miliziani sono morti tentando il salto, prima che ad altri otto riuscisse l’impresa. «Ci piace soprattutto guardare i documentari di guerra statunitensi, come quelli sull’Afghanistan, per trarre ispirazione e imparare nuove tattiche», si legge nello  studio Cambridge.  

Curioso, in questo, il rapporto dei jihadisti con l’immaginario occidentale: se l’intrattenimento resta haram, i film di guerra sfuggono al divieto e diventano, insieme ai video di altre insorgenze islamiche, una vera fonte di ispirazione tattica.
L’apporto dell’IA «ci ha insegnato le strategie di guerriglia, a coordinare meglio gli attentati e a sbloccare le armi straniere», ha raccontato un altro ex miliziano. Un cambiamento organizzativo minimo sulla carta, ma capace — raccontano le fonti — di ridurre sensibilmente le perdite nelle fasi più pericolose degli scontri e di cambiarne l’esito.

Interpellato sui risultati dello studio, Michael Aciman, portavoce di Anthropic — una delle aziende statunitensi di intelligenza artificiale — , ha dichiarato al New York Times che i chatbot dell’azienda sono «progettati per respingere richieste pericolose, incluse quelle relative alla violenza, alla pianificazione di attacchi e alla fabbricazione di esplosivi».

Lo studio di Antonia Juelich, tuttavia, racconta tutt’altra realtà. Coadiuvato, peraltro, da un’indagine condotta dall’ONG Tech Against Terrorism, sostenuta dalle Nazioni Unite, che ha sottoposto oltre 2.300 richieste — costruite attorno a “casi reali di utilizzo da parte di terroristi” — a 27 diversi modelli di intelligenza artificiale. Il risultato: il 32% delle richieste ha prodotto informazioni realmente utilizzabili. E quando la stessa domanda veniva riformulata specificando la finalità di ricerca, la percentuale saliva addirittura al 42%. Tutto concorre a dimostrare come l’adozione dell’intelligenza artificiale da parte dei gruppi terroristici è stata notevolmente sottovalutata, sia per portata che per natura. «È ora di smettere di considerarla un rischio ipotetico per il futuro e iniziare a vederla come una minaccia attuale e crescente per la sicurezza nazionale», si legge nelle conclusioni dello studio della Juelich. 

Non si tratta, del resto, di un fenomeno isolato: anche  Jamā’at Ahl as-Sunnah lid-Da’wah wa’l-Jihād, la fazione oggi rivale di Boko Haram e legata all’Isis, sta ricevendo una formazione analoga.
Per governi e agenzie di sicurezza, il compito che si profila non è più teorico. Il numero di gruppi che riceverà tale addestramento è potenzialmente infinito. Così come le conseguenze che potrebbero derivare dalla disponibilità di modelli sempre più sofisticati nelle mani di organizzazioni che, come dimostra questo rapporto, hanno già imparato a usarli alla perfezione.



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